Originariamente inviata da oloapota
Ho letto adesso (non sapevo neppure del blog).
Caro Giro, non sono d'accordo su diverse cose nella sostanza, ma per quanto riguarda lo stile mi sono specchiato moltissimo in queste parole, come in tutte quelle che aiutano a guardarsi dentro.
Se dovessi sintetizzare le cose su cui dissento, sono la "condensazione dell'esperienza" ("In un tempo molto breve, tende ad assorbire tutta l'essenza del luogo..."); il fascino della novità ("di quello che qualche viaggiatore considerava qualche giorno prima un luogo nuovo, non rimane nulla da scoprire"); e infine qualcosa che assomiglia a un pizzico di presunzione e rimanda alla favoletta della volpe e dell'uva ("lui sa bene che tutto ciò che di un luogo non è riuscito a vivere, a filtrare, ad analizzare, risulta essere troppo grande, troppo inutile, troppo poco interessante").
L'impressione che mi suscita questo tipo di viaggiatore è di essere in qualche modo imbevuto, magari senza neppure volerlo o senza rendersene pienamente conto, di alcuni aspetti deteriori della modernità. Rispettivamente:
- La "fast experience": il maggior numero di esperienze possibili compresse nel minor tempo possibile, suggestione incentivata da un mondo reso proprio dalla modernità "villaggio globale" dove sono azzerati i tempi e le distanze.
- La parola d'ordine per cui "the newest is the best" (il nuovo è migliore), classica derivazione delle tecniche pubblicitarie; nonchè il paradigma dell'usa e getta o della rottamazione.
- Infine una certa mancanza di umiltà (ciò che non si comprende - o che non si comprende nei tempi imposti dalla velocità da cui ci si lascia guidare -) allora è "inutile, poco interessante".
Allora mi domando: nell'approccio al mondo il viaggiatore dev'essere "moderno" ? O viceversa il contrario, un uomo "antico" ?
Come fa altrimenti a "contrapporsi" anzichè "conformarsi" ? Come fa ad apprezzare anzichè assuefarsi ?
A me piace pensare al viaggiatore come a una di quelle figure che anche in tempi moderni conserva nell'animo quella lentezza dell'epoca ottocentesca, quando ad esempio poeti ed artisti del Romanticismo vennero proprio in viaggio dall'Europadel Nord fino a Roma, molti dei quali terminando qui i propri giorni (sepolti nel noto cimitero vicino la Piramide).
Una figura non ossessionata dalla fretta. Che non "consuma" il "luogo" come fosse un oggetto, applicando quindi all'immaterialità dell'esperienza lo stesso criterio riservato alle cose materiali: ma si adatta a tutto il tempo che il luogo richiede per essere capito, penetrato e compreso.
Perchè il luogo è fatto anche e soprattutto di persone, e dove ci sono persone c'è complessità, c'è un invisibile che sovrasta il visibile, c'è un lavoro per la mente e per il cuore che sovrasta quello degli occhi.
Per quale motivo il viaggiatore non dovrebbe "rimpiangere gli aspetti non ancora vissuti, le persone non ancora incontrate" per correre a cercarne altrove di nuovi ? Ha dunque il desiderio di sperimentare il luogo (bevendone il calice fino al fondo della sua essenza) oppure il suo è mero desiderio di spostamento, di fuga ? Nuovi aspetti, nuove persone, purchè da un'altra parte ?
Per quale motivo il viaggiatore non dovrebbe tornare sul luogo del piacere come l'assassino torna su quello del delitto ? Forse perchè il piacere è peccato ? Eppure lo sappiamo bene anche noi, quando ci piace tornare in luoghi dove siamo già stati, anche più volte: e non solo perchè in realtà si presentano sempre diversi anche gli stessi luoghi, ma prim'ancora perchè siamo
noi stessi diversi di volta in volta, a distanza di tempo: diversi gli occhi con cui guardiamo, la mente con cui pensiamo, il cuore con cui viviamo. Perchè tali ci hanno reso le
altre esperienze, gli
altri luoghi nel frattempo vissuti.
Quanto all'umiltà, secondo me, deriva al viaggiatore dalla consapevolezza di essere un privilegiato: non ci potrebbe alcun viaggiatore se,
per ognuno di loro, non ci fossero almeno altre mille, diecimila, centomila persone a formare e dare vita a
un luogo. Milioni a dar vita a decine di luoghi. Miliardi per centinaia o al massimo migliaia di luoghi. Basterebbe questo a conferire in qualche modo una sacralità ad ogni luogo, perchè fatto di anime, c'è un passato e un presente, qualcosa che mi sembrerebbe ingeneroso e irrispettoso voler incenerire sul braciere della curiosità con la velocità di un falò.
Infine, il viaggiatore io lo interpreto come una persona serena, che almeno a tratti riesce a trarre dai luoghi in cui si trova la pace con se stesso, un qualcosa che possa assomigliare a quei tipici innafferrabili brandelli di "felicità". Anche a "prezzo" della "sosta", che secondo me anche per il viaggiatore non è un'eresia, ma parte integrante dell'esperienza. Come vita e morte, come risata e pianto, così viaggio e sosta.
Invece in quel finale: "nulla di famigliare (...), nessuna certezza, (...) nessun amico da interpellare, (...) vaghi ricordi, facce sbiadite di persone, voglia di corre incontro alla propria storia, voglia di incontrare il proprio destino" mi sembra di intravedere la conferma di quel desiderio di pura "fuga" a cui accennavo.
Beh, come vedi la penso diversamente ma il valore di certe riflessioni sta anche e soprattutto nello stimolare gli altri a farlo, esattamente ciò a cui mi hanno indotto le tue parole nelle quali, ripeto, mi sono comunque specchiato per la profondità.
Ti ringrazio e ti saluto.