Anch'io mi ero perso questa discussione, molto bella.
Mi dichiaro subito molto, molto vicino al post iniziale di Mauriz e anche a quest'ultimo di Donatella.
Non penso che il punto sia avere o non avere paura. Chiunque faccia attività rischiose e in ambienti "poco addomesticati" è normale che provi paura. L'ho già detto in un'altra discussione: a volte faccio in montagna mi caco sotto, ma uso testa, cuore, tecnica e muscoli per affrontare consapevolmente i rischi e i pericoli (con l'opzione, sempre valida, della rinuncia).
Il punto, però, non è avere o non avere paura, ma l'atteggiamento originario con il quale si affronta la natura. Mauriz critica il senso di "sfida", contro l'ambiente e contro noi stessi.
Lo critico anch'io. Se guardiamo alla storia dell'alpinismo, la "lotta all'alpe" (G. Rey) appartiene alla fase superomistica e tardo romantica dell'alpinismo, culminata con l'epopea del sesto grado negli anni pre-bellici (quando, non a caso, alpinismo e nazionalismo andavano a braccetto e i regimi fascista e nazista medagliavano gli alpinisti più forti...).
La retorica della "lotta all'alpe" si è trascinata nel dopoguerra, fino agli anni settanta, quando c'è stata l'esplosione del fenomeno dell'arrampicata sportiva, sviluppatosi nel brodo culturale del decennio contestatario (il Nuovo Mattino, ma anche l'improbabile gruppo di Pier Luigi Bini a Roma).
Le nuove tendenze sono state sicuramente una ventata di leggerezza e di liberazione, rispetto alla pesantezza di un alpinismo fatto di vecchi scarponi, grappa e vari totem e tabù un po' frusti e limitanti (per quanto appartengano all'iconografia della montagna ancora oggi, e meritino rispetto, con una corretta contestualizzazione).
Poi anche il mondo dell'arrampicata ha avuto la sua evoluzione prettamente sportiva e prestazionale: l'innalzamento delle difficoltà, lo sviluppo delle palestre artificiali, l'agonismo... Oggi lo sport dell'arrampicata e la montagna sono due mondi separati, in un certo senso fortunatamente: ci sono campioni di boulder che non hanno mai visto Lavaredo o il Corno Piccolo, né hanno alcuna voglia di andarci.
Purtroppo, però, c'è chi trasferisce lo spirito sportivo e prestazionale dalla palestra alle montagne, e qui si verificano due problemi di fondo:
- l'affievolimento dello spirito di solidarietà;
- lo scarso rispetto e la scarsa conoscenza dell'ambiente.
La componente della sfida - e anche quella sportiva - penso sia in una certa misura ineliminabile dalle nostre attività (quando ho fatto Campo Imperatore - vetta Occidentale in un'ora e mezzo ero gasatissimo...). Dobbiamo essere sinceri.
Ma lo spirito agonistico e di sfida dovrebbe essere auto-controllato da motivazioni superiori (che sono quelle descritte da MauriZ e che io riassumo nella frase di Kugy che cito come firma). Anche perchè un eccessivo senso di sfida è, in ultima analisi, pericoloso per sé, per gli altri, per l'ambiente: un atteggiamento prestazionale può favorire errori, mancanze umane e ambientali.
A quel punto non solo degradiamo la montagna a palestra e l'ambiente a campo sportivo, ma in fondo replichiamo i comportamenti dei contesti socioeconomici - soprattutto urbani - in cui viviamo quotidianamente. E sarebbe una definitiva perdita di senso della nostra passione per l'avventura.
Io voglio continuare ad avere paura - vera, profonda, dettata da indignazione - a prendere la macchina per andare in giro a Roma, per il malessere che mi provoca la visione di tutti quegli esseri umani che, con spirito di sfida e di competizione, si insultano, violano le regole sociali e morali e se ne fregano del prossimo e dell'ambiente.
La paura che posso provare nei boschi, sulle creste, in parete, in acqua è di altra pasta: viene dalla vita e dalla libertà.