Erri De Luca su Repubblica, 8/10/2011
Il piede umano è macchina perfetta per muoversi su terreno sconnesso e per salire. Gli incastri di ossa e ossicini, l' arco plantare, il tallone, l' astragalo, il tarso e il metatarso formano la catapulta di spinta e di progresso del corpo verso l' alto.
Salire in montagna fa parte della storia dell' abilità umana ad abitare ogni superficie del pianeta. Vado a scalare pareti, ma prima di raggiungerle salgo verso di loro in ore di avvicinamento. Provo piacere a muovermi in salita. I piedi vanno e danno il ritmo musicale al corpo. Dopo i primi minuti il fiato si dà il ritmo di sostegno e nella testa spunta per assonanza una musica di accompagnamento. Il corpo in movimento è uno strumento musicale.
Il piede stringe il passo se il pendìo s' impenna, lo allunga quando la salita è meno ripida. Ogni tanto la mano aiuta appoggiandosi a un sasso, a un ramo che si presta. Alcuni vanno con i bastoncini che scaricano un po' di peso sulle braccia. Li ho usati anch' io, ora non più. Cerco in salita di tenere il tronco in un immaginario angolo retto sotto il cielo. Quando lo raggiungo sento che tutto il peso, zaino incluso, si sta scaricando sulle ossa dello scheletro e non sui muscoli. Nell' angolo retto salgo provando sollievo.
Mi piace andare leggero, non ho fretta, non corro in salita, nemmeno in discesa. Salire in montagna mi dà l' incentivo per conservarmi magro, il corpo ha bisogno di una vocazione per curarsi la manutenzione. Il solo desiderio di una buona forma fisica non basta, ci vuole una felicità applicata. La trovo in montagna.
Il passo lento va incontro al paesaggio. Il primo e ultimo consiglio che mi sento di dare a chi viene lassù con me per la prima volta sui sentieri, è di tenere gli occhi attenti ai passi. Se desidera guardarsi un poco intorno deve fermarsi. Cammino e panorama non vanno bene insieme. Salire in montagna è una passeggiata ma con buone cautele.
Nei boschi alti in ottobre si arrossano gli aghi verdi dei larici. Nel folto di altre conifere, abeti, cirmoli, si affaccia la loro tinta di ruggine e di pane. E' il tempo di salire per un saluto al bosco prima che sia covato dalla neve. D' estate invece si sciama per funghi, mirtilli, lamponi, il bel dono offerto alla nostra specie che imparò a raccogliere, prima di coltivare.
In parete sfioro con le dita tra un appiglio e l' altro il fiore del raponzolo di roccia, il fiorellino a goccia della sassifraga. Tra i prati amo il batuffolo della negritella che sparge da vicino l' odore di vaniglia. Il corpo è avvolto d' aria, il cielo sopra pure lui è in cammino. Scendere alla fine del giorno è un atto di congedo che contiene oltre il grazie anche l' arrivederci.
ERRI DE LUCA, La Repubblica, 8 ottobre 2011
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"Non cercate nel monte un'impalcatura per arrampicare, cercate la sua anima" (J. Kugy). - RRM Alfa 02 -
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