Premessa: NON ho letto nessuna delle precedenti risposte proprio per non farmi condizionare.
Detto questo, vado assolutamente di getto e mi limito a 3 cose, anche se ne avrei di più, perchè queste 3 le faccio mie nel modo più ampio possibile.
1)
serietà. Intesa nel senso più ampio possibile e quindi declinata in mille modi anche apparentemente slegati tra loro. Faccio un paio di esempi pratici che credo rendano meglio l'idea nei dettagli.
a) quando andavo all'Università, non mi sono mai presentato a un esame senza aver studiato il programma fino all'ultima virgola, assistendo invece a frotte di gente che andavano allegramente a "provarci" contando sulla fortuna o sulla statistica: e molto spesso portavano a casa un voto decente pur avendo studiato la metà del previsto. Ecco: credo che solo applicando questo "sistema" mi sarei potuto risparmiare almeno un anno abbondante di tempo, ma è sempre stato più forte di me...: diciamo che talora il confine tra serietà e perfezionismo è stato molto labile, ma preferisco metterla in positivo, cioè considerare l'istinto a fare semmai di più e non di meno; non sopporto viceversa la "forma mentis" - molto comune - di massimizzare i risultati mettendo in atto il minimo sforzo, specialmente quando questa in realtà sul lungo termine è solo miopia, scarsa lungimiranza, incapacità di vedere "in" prospettiva oltre che "una" prospettiva, vivere alla giornata.
b) non sopporto i programmi di evasione proposti negli ultimi anni dalla TV, Grandi Fratelli, reality assortiti, ecc.; e neppure il degrado progressivo dei TG e dell'informazione in genere: giornalisti sempre più illetterati, che pronunciano "avvallo" per "avallo", "accellerazione" per "accelerazione", o dicono puntualmente in estate "caldo torrido" quando invece c'è una umidità da svenire ignorando che "torrido" è il contrario di "umido" e di per sè non ha nulla a che fare con le temperature infuocate. Insomma, un crescendo rossiniano di pressappochismo, di approssimazione, di "arrangiamento" alla napoletana... che poi in definitiva è lo specchio dell'immagine del nostro Paese all'estero e si riassume in una parola: inaffidabilità. E questo ovviamente per tacere del tutto sulla parzialità, il prezzolamento al soldo di questo o quello, la prostituzione intellettuale, e via dicendo. Come dire: abbinamento osceno di malafede e ignoranza volta a produrre un solo risultato: la distrazione di massa.
2)
sobrietà. Termine diventato molto in voga in queste ultime settimane (ma posso assicurare che lo avrei messo comunque fin da subito quando ho lanciato il thread) e anche in questo caso da intendersi ad ampio raggio.
Progredendo dall'accezione più stretta a quella più larga, la sobrietà l'intendo così:
avere la forma mentis della formica;
non fare il passo più lungo della gamba (e in montagna lo interpreto proprio in senso letterale!!! : il salto del crepaccio è sempre stato il mio punto "psicologicamente" debole);
non avere le mani bucate, ossia rifuggire la droga del consumismo e del feticcio materiale a tutti i costi, ad esempio i gadget tecnologici o in genere lo shopping compulsivo (ho l'idiosincrasia per i centri commerciali, che sembrano una specia di "templi" moderni dove la spesa rappresenta a sua volta il rito sacerdotale dei nostri tempi e il portafoglio la vittima sacrificale sull'altare);
e ancora: sobrietà come antitesi non tanto all'idea della ricchezza - che di per sè non reputo demoniaca ad onta del "denaro sterco del diavolo" - ma piuttosto la sua ostentazione spesso pacchiana, oppure la sua estemporaneità/rapidità, insomma ciò che tipicamente distingue il "ricco" dall' "arricchito".
La sobrietà io la vedo come l'altra faccia della medaglia della dignità: quella cioè per cui si vale per ciò che si è e non per ciò che si ha. Ed è proprio in questo concetto che io vedo trasfigurata anche l'idea intrinseca di base che ho della montagna, ciò per cui mi ha sempre attirato: qualcosa di profondamente ricco che quasi sempre si mostra povero, una ricchezza nascosta, che non si mostra alle masse, riservata solo a chi la sa scovare, ovvero cercare, aspettare, cogliere, apprezzare. Una ricchezza che a volte è questione di attimi: quelli in cui si individua la combinazione perfetta di un luogo, un orario, uno scorcio, un panorama, una luce, un suono, un odore; ma può anche trattarsi di un contesto, di sensazioni, come quelle raccontate talora in questo forum allorchè ritrovarsi insieme "lassù" è incomparabile con qualsiasi altro tipo di incontro e convivialità.
La sobrietà della montagna (e la sua "dignità") l'ho sempre vista nel fatto che la sua ricchezza non ha bisogno di sovrastrutture, di accessori, di orpelli di ogni tipo come può essere per esempio per il mare, il quale quasi "non esiste" se non in abbinamento a discoteche, bar, strusci, esibizionismi vari e potenziali "rimorchi", vita notturna, ecc. ecc. ecc. insomma, una sorta di quotidianità urbana all'ennesima potenza portata in trasferta.
Per questo la sobrietà per me è un valore: perchè è una sorta di "dote preliminare" che consente di apprezzare la ricchezza vera, che a sua volta è la ricchezza dell'essere e non dell'apparire. Non è da tutti, non è per tutti.
3)
sensibilità. Preciso che inizialmente non sapevo come rendere in modo appropriato l'idea che avevo in mente, e questo è il termine che alla fine mi è sembrato "meno inadatto" a renderla rispetto a tutti gli altri. In un primo momento avevo scelto l'espressione "capacità di indignarsi", ma poi ho riflettuto che questa rappresentava in realtà soltanto un aspetto - seppure molto significativo - del concetto che la parola "sensibilità" rende in modo più vasto.
Per "sensibilità" intendo in generale il valore che consiste nell'allargare il più possibile gli orizzonti del proprio mondo, nell'uscire dai confini del proprio orticello, nel captare cosa accade fuori, quali sono i problemi sul tappeto, voler (e saper) approfondire quali sono le azioni e reazioni che partendo dal nostro piccolo si propagano (amplificandosi) come le onde generate da un sasso lanciato nell'acqua. E' la sensibilità che permette di agire "localmente" pensando "globalmente"; di non rendersi inconsapevolmente strumenti altrui di meccanismi che - ad averli chiari di fronte, ma quasi mai ce li abbiamo - non esiteremmo magari a definire perversi, oppure ingiusti, oppure illogici, oppure miopi, oppure inutili. E' ciò che aiuta a individuarli; a riconoscerli; a mettere in atto - almeno nel proprio piccolo - gli anticorpi per reagire e combatterli; a pensare con la propria testa sia pure dopo aver ascoltato le campane degli altri. In questo rientra la "capacità di indignarsi" di cui parlavo: saper resistere all'assuefazione, all'acquiescenza, alla rassegnazione, al senso di impotenza, alla subdola progressiva perdita della propria identità e della memoria (questo specie a livello di Paese) o anche alle false sicurezze che spesso sono fornite dal sentirsi cooptati dalle "maggioranze".
Spesso i veri progressi del mondo sono stati innescati proprio da singoli o gruppi con sensibilità "estreme", quelli che il mondo (noi tutti) non ha mai esitato sul momento a definire come "fissati", integralisti. I verdi prima maniera allorche sollevarono il problema ecologico in una fase dove ancora dominava incostrastata l'idea classica di sviluppo economico: ed ora invece a distanza di qualche decennio il problema ecologico è finito nella agende politiche ed economiche planetarie, nella nostra quotidianità fatta ad es. di prestazioni auto che includono la quantità di CO2. O ancora: i "fissàti dei diritti umani" (Greenpeace, Nessuno Tocchi Caino, ecc. ) che si battevano per questioni - pena di morte, sfruttamento del lavoro minorile, ecc. - che anch'esse a distanza di decenni sono diventate "ovvie" per la massa.
Ecco: la sensibilità la vedo come la capacità di captare - e ascoltare - le istanze, i problemi, le derive in modo pro-attivo, quando ancora sono sotterranei, quando ancora su di essi c'è il silenzio o l'indifferenza o addirittura l'ostracismo e l'ostilità. Significa professare o difendere l'eresia dell'oggi che "in nuce" è destinata a diventare l'ovvietà del domani.
Giusto per esemplificare, una odierna eresia che un domani potrà essere ovvia è proprio la sobrietà, saper consumare meno; in un momento in cui tutti invece vedono la crisi come una sorta di "gabbia" temporanea, soffocante, dalla quale liberarsi prima possibile per tornare alla precedente "normalità" dell'espansione. E se invece professare una "nuova normalità" (esattamente opposta) fosse solo anticipare i tempi ?
Ecco, un in-sensibile sicuramente una domanda così non se la porrebbe, quantomeno per quella sorta di idiosincrasia alle domande che trvalicano i confini dell'orticello (spesso pure sarcasticamente derubricate a filosofia o lambiaccamenti cerebrali). Invece io nel mio piccolo me la pongo, ed è per questo che per me la sensibilità è un valore.
Va bene... ora e soltanto ora mi leggerò le altre risposte
Un saluto.