L'equipaggiamento non è tutto, ci vuole anche ''testa''
Ho trovato una storia vera di sopravvivenza in gruppo sul noto libro di Xavier Maniguet che riporto brevemente. E' un caso di panico generale in cui la preparazione e l'ottimo eqipaggiamento non sono serviti a molto...
"Febraio 1984. Alla fine di questo pomeriggio il tempo è cattivo su questo stretto del Mediterraneo spazzato da un vento freddo e violento. Il pesante elicottro è a metà strada tra la costa e l'isola su cui deve deporre un commando di 12 marinai, quando i suoi due motori si arrestano, bloccati dal ghiaccio. I due piloti, ben addestrati, riescono a frenare la caduta dell'apparecchio a fior d'acqua. L'autorotazione ha un perfetto esito e permette all'elicottero di posarsi sull'acqua senza troppi danni, nonostante il mare agitato. L'apparecchio è stato studiato per galleggiare per un tempo sufficiente a permettere all'equipaggio di salvarsi sui canotti. La marina ha ben preordinato le cose, poichè sono stati previsti due battelli di una quindicina diposti ciascuno, che si gonfiano automaticamente in seguito alla percussione manuale di una cartuccia di gas.
Dopo l'angoscia della caduta mortale, i passeggeri si congratulano tra loro. Non solo l'apparecchio galleggia, ma la radio funziona ancora, e i piloti riescono a dare l'allarme e la loro approssimativa posizione. Il sollievo cede il posto a un'euforia collettiva. Si ammirano le qualità tecniche di un elicottero così grande, in grado di galleggiare così bene dopo un simile impatto. Ci si complimenta con i piloti per la loro abilità e ci si felicita del fatto che i soccorsi sono stati già avvertiti. Ci si dimentica che bisogna preparare i canotti, che è inverno, che il mare è agitato, che non ci si trova su una nava ma su un elicottero, e che i soccorsi arriveranno sicuramente dopo che l'apparecchio sarà colato a picco.
All'improvviso ci si accorge che il pavimento sta affondando e l'acqua sale. Si afferra il primo canotto e lo si getta attraverso una delle porte di poppa, dimenticando di tirare la cordicella che provocherà la liberazione del gas. Ancora contenuto nella sua scatola, il canotto scompare sotto un'onda e affonda in pochi secondi, mentre l'acqua entra nell'abitacolo. Immediatamente si cerca di fare tutte le operazioni che si sarebbero dovute preparare già da lungo tempo. Ci si precipita sull'altro contenitore, ognuno vuol metterci le mani, e scoppia il panico. Si fa esplodere infine la cartuccia che farà gonfiare la barca ancor prima di averla spinta vicino a una porta. In tre secondi i grossi tubolari invadono l'abitacolo. Tutti i passeggeri si prcipitano in acqua nell'anarchia più completa. Un'ora dopo arrivano i soccorsi, che trovano i naufraghi sparpagliati quà e la, che galleggiano nei loro giubbetti di salvataggio. Tredici sono i morti. Uno solo è sopravvissuto, salvato in extremis con una temperatura centrale di 35°C."
Il racconto-testimonianza dell'unico sopravvissuto si commenta da solo. Ovviamente è un caso molto particolare che tuttavia ci mette in luce come a volte l'aspetto psicologico in queste situazioni può essere preponderante e fatale.
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