A metà degli anni 90 avevo deciso, dopo anni di regate a vari livelli, di provare l’esperienza di una Ostar (Original Single Handed Trans-Atlantic Race traversata dell’atlantico in solitaria da Plymouth a Newport) o molto più realisticamente (considerati i costi) di una Mini Transat( traversata dell’Atlantico in solitaria, in due tappe da La Rochelle-Francia- a Salvador De Bahia-Brasile). Non avevo però nessuna esperienza su barche da regata “oceaniche” ne tanto meno di navigazione fuori dal mediterraneo. Solo regate inshore ed offshore in numero considerevole
Avevo perciò deciso di affrontare una crociera/scuola con un noto navigatore solitario italiano, che aveva già partecipato al Vendee Globe(giro del mondo in solitaria passando per i tre grandi capi), ed il suo open 60 piedi.
Il giro prevedeva imbarco a Riva di Traiano, navigazione fino alle Baleari e ritorno a La Spezia. Era il mese di maggio del 1995.
Avevo convinto mio cugggino (si con 3 g) e l’amico Bettone ad accompagnarmi. C’erano altri ospiti in barca , eravamo complessivamente 8.
Il mio desiderio segreto, oltre a visionare la conduzione di un open oceanico, era di incontrare una bella burrasca, per vedere come si comportava un professionista. Avevo già avuto altre esperienze in tal senso(massimo forza

e me l’ero cavata bene. Ero convinto però che mi mancasse “il salto di qualità”. Salto di qualità che mi sarebbe stato indispensabile per partecipare alle traversate in regata dove l’abilità maggiore consiste nell’agganciare le depressioni (per evidenti ragioni di intensità di vento) e navigarci dentro il + a lungo possibile(chiaramente nel settore giusto). Il Golfo del Leone sarebbe stato attraversato sia all’andata che al ritorno e forse…
Eravamo arrivati Mahon in un paio di giorni, con venti medio leggeri. La barca, con l’apparente che creava, andava + veloce del vento. Ricordo che con 5 nodi di reale bolinavamo a + di 8. Un vero piacere.
Stavamo visitando l’isola da un paio di giorni quando, inaspettatamente per il periodo, arrivò una depressione abbastanza profonda. I bollettini meteo prevedevano forza 9 ed il nostro skipper/istruttore decise(saggiamente)di rimandare la partenza. Un giorno dopo la previsione era forza 7 in attenuazione e decidemmo quindi di partire. Ero un po’ deluso, avrei preferito vedere cosa succedeva con forza 9, ma tutto sommato anche 25/27 nodi di vento andavano bene.
A circa due ore dalla partenza, avvenuta dopo qualche ripensamento all’ora di pranzo, la situazione era questa: bolinavamo(il maestrale esce a raggiera dal Golfo)con due mania alla randa e trinchetta (terzarolabile) piena con poco + di 20 knt di vento. La barca avanzava a circa 11 nodi con i ballast(serbatoi di acqua che servono per bilanciare il mezzo e dargli quindi + potenza) di sopravvento pieni su di un mare gonfio ma abbastanza ordinato. Il nostro equipaggio, invece, a causa dei bagordi dei giorni precedenti cominciava a accusare il mal di mare, ad eccezione del sottoscritto(all’epoca non bevevo alcool) e dello skipper. Meglio, pensai egoisticamente. Sarebbe stata quasi una navigazione solitaria, proprio quello che andavo cercando.
Verso le 18 il vento era salito a 30 knt, il mare si era ulteriormente gonfiato ma era ancora ordinato, qualche frangente di una certa consistenza cominciava ad apparire. L’onda non si poteva definire “lunga” ma nemmeno troppo ripida. I turni al timone erano saltati in quanto il resto dell’equipaggio oramai accusava pesanti sintomi di mal di mare e stava sottocoperta. Ricordo che lo skipper mi disse qualcosa che suonava + o – così : “Riccardo, questa notte ce la dovremo vedere in due, non ti preoccupare però perché la barca è testata per queste cose”. Non ero assolutamente preoccupato(benedetta incoscienza): era quello che cercavo e avevo la situazione sotto controllo. Non era la prima volta in burrasca per me ed avevo la sicurezza psicologica del mezzo e dell’enorme esperienza dello skipper.
A mezzanotte circa , durante il mio turno al timone(avevamo deciso di darci il cambio quando eravamo stanchi, senza tempi specifici e io tendevo ad allungare la mia permanenza al timone) il vento era costantemente sopra i 45 knt e cominciavo ad aver problemi a tener la barca dritta. Eravamo troppo invelati. Chiamai Vittorio che decise di dare la quarta mano alla randa(nel frattempo avevamo dato la terza e terzarolato la trinchetta che si era trasformata in una specie di tormentina). Non fu certo un’operazione semplice ma in circa 25 minuti la cosa era fatta. Intanto il mare era montato alla grande. Le onde erano diventate ripide e cominciavano ad incrociarsi. Feci una stima di un’altezza di almeno 4 mt. La barca filava costantemente sopra gli 11 nodi, sempre di bolina, e per evitare dei veri e propri salti in cima alle onde ero costretto a continue poggiate/orzate. Qualche volta orzavo + del dovuto per dare la prua a frangenti che cominciavano ad essere “preoccupanti” . Per “leggere” il mare dovevo costantemente esporre il viso fuori dal cupolino. Venivo allora investito da schizzi alzati dalla barca e dal vento. Sembravano aghi sulla pelle della faccia, il sale cominciava a “cuocermi” le labbra e la lingua.
“Bene” pensavo “in quanti posti diversi potrei essere ora? Magari molto semplicemente davanti alla tv, o a dormire nel mio letto, o a leggere un libro. Senza alcun pericolo, sotto il tepore delle coperte. Quante volte prima d’ora ho pensato: questa è l’ultima volta che mi “ incasino con le mie mani”, da adesso in poi solo cose tranquille, da “pensionato” ? Si,si ma poi tanto lo so che questi buoni propositi durano poco e che ho il “bisogno fisico”, per sentirmi vivo, di andarmi ad infilare sempre dentro qualche guaio. Quindi: te la sei cercata ed adesso vediamo cosa sai fare!”
Oltre a questo decine di pensieri si rincorrevano nella mia mente, persone care, momenti difficili e momenti belli. Propositi e progetti. Parole dette e soprattutto non dette. E’ sorprendente come situazioni difficili possono farti pensare,valutare, trovare soluzioni e forza per cambiare. E’ sorprendente come all’improvviso tutto sembra + chiaro, + semplice, + evidente e come queste situazioni concorrano a conoscere e comprendere quella che ritengo forse la cosa + importante : se stessi
Alle 1 circa il vento era costantemente sopra i 55 knt ed avevo notato raffiche fino a 62. Ricordo ancora il colore verde dei numeri digitali che la centralina di navigazione NKE ci dava. Era settata per il vento reale, quindi a tratti avevamo un apparente intorno ai 70 knt !!!
Cominciava ad essere troppo!!! Ero stato costretto a lascare un po’ la randa che non portava quindi + da diverso tempo(la contropancia che si creava dietro l’albero probabilmente aiutava un po’ il raddrizzamento). Era tempo di ammainarla completamente. Nonostante gli sforzi non aveva però nessuna intenzione di scendere. L’immagine che sto per descrivere si è stampata come una fotografia nella mia mente : in un momento di stanca con vento (solo 45 knt!!) Vittorio mi dice di poggiare(???). Gli chiedo di confermarmi l’ordine, che mi ripete deciso. Poggio in maniera decisa , perché non laschiamo le vele. La barca parte subito in surf. Il primo corto, il secondo e gli altri sempre + lunghi, quasi interminabili. Due grossi baffi d’acqua partono dalle fiancate, all’altezza + o – dell’albero e si innalzano almeno 2 mt sopra la coperta. Non è la prima volta che plano. Ho esperienza con le derive e con cabinati fino a 12 mt, ma non avevo mai provato niente di così brutale!! La velocità, che di tanto in tanto riesco a sbirciare, è spesso sopra i venti nodi. Ho visto una punta a 26, poi ho smesso di guardare lo strumento!! La barca prima di partire vibra in maniera sorda, colpa probabilmente della deriva che Vittorio, dopo il Vendee ha modificato montando un’ala di circa 4 mt con un siluro in fondo. Reggerà ?? è una domanda che mi farò spesso, l’unico dubbio sull’affidabilità della barca che mi darà una certa preoccupazione. Vittorio osserva qualche planata, poi rassicurato dal fatto che riesco a tenere la barca mi dice semplicemente : “cerca di tenerla dritta”. Si avvicina al boma, che all’altezza dell’albero arriva quasi all’altezza della coperta e, messi i piedi dentro i garrocci(si tratta in effetti di carrelli ad alto scorrimento, antal mi sembra di ricordare) comincia a saltarci sopra come un forsennato. L’immagine di cui parlavo è questa: marone(inteso come mare grosso), acqua nebulizzata sulla superficie ricoperta di striature bianche, baffi/colonne d’acqua che si alzavano da metà barca, scafo che inizialmente vibrava, la luce verde dell’NKE, l’urlo del vento tra le sartie, labbra e lingua cotta dal sale, occhi che bruciavano anch’essi per colpa di vento e sale, luce smorzata che può dare un cielo limpido e la luna all’incirca alle 2 di notte(le pupille avevano avuto tutto il tempo di abituarsi e si riusciva a vedere tutto ciò che poteva interessare) ed un pensiero fisso “Riccardo non fare qualche ca@@ata ora, se per qualsiasi motivo straorzi o strapoggi (bruschi avvicinamenti od allontanamenti dal letto del vento) lanci Vittorio chissà dove in mezzo al Golfo. E di sicuro è MORTO, perché non riuscirei mai a recuperarlo”. Sono stati minuti durati letteralmente ore, ma finalmente la randa è stata ammainata. Ci siamo rimessi quindi di nuovo a bolinare con vento sempre sopra i 50 knt e mare quasi impossibile dal momento che le onde, per la verità non altissime in assoluto(stimo intorno ai 5 mt), erano dei muri quasi verticali , i frangenti si rincorrevano sulle loro creste ed erano ormai incrociate . I principali treni venivano almeno da tre direzioni diverse, sfalsate tra loro di almeno 12/15 gradi, così che si potevano riscontrare cambi di direzione di onda anche di 25/30° !!. Mica male come allenamento per la transat …..
Il tempo di riprendere un po’ fiato e ho ceduto il timone a Vittorio. Erano diverse ore che timonavo, cominciavo ad essere indolenzito(i trapezi), ma soprattutto avevo gli occhi in fiamme. L’adrenalina, per fortuna, non mi faceva sentire la stanchezza. Non la avrei sentita almeno per altre 60 ore. Scendendo feci un punto sulla carta, annotando posizione e ora. Ricordo che erano le 2,32 del mattino. Sotto si stava in parte meglio: non c’era infatti tutto quel vento e quegli schizzi d’acqua. C’ era inoltre un po’ di tepore. In parte peggio : un pungente olezzo di succhi gastrici aleggiava tutt’intorno e la barca si lamentava in maniera , all’inizio per me, inquietante. Si sentiva il bulbo che con cadenza periodica, entrava in vibrazione. I miei compagni di avventura, tutti svegli anche se qualcuno in condizioni penose, volevano sapere tutto quello che stava succedendo. Ho risposto loro che la situazione era sotto controllo e che Vittorio era abituato a queste cose. Avevo bisogno di chiudere un po’ gli occhi, per il bruciore come già detto. Mi sono sciacquato bene con dell’acqua da bere e mi sono incastrato in una cuccetta di sopravvento mettendomi, tutto vestito, dentro il sacco a pelo. Dall’ interno la barca sembrava un cavallo imbizzarrito. Si percepivano le onde ed i salti con relativi tonfi che, di tanto in tanto, facevamo correndo sulle creste. Ogni tanto qualche frangente si abbatteva sul mascone. Il rumore della botta era sordo e la barca aumentava il rollio.
Erano passati circa 40 minuti, mi stavo cominciando a rilassare un po’ che un tonfo + forte e sordo degli altri mi riportò bruscamente alla realtà. La barca rollò di almeno ulteriori 50/60 gradi. Tutto quello che non era assicurato volò da una parte all’altra. Il mio telo antirollio per fortuna tenne e non venni catapultato via come qualche mio compagno. La cosa + inquietante fu che una grossa quantità di acqua entrò nell’imbarcazione. Per fortuna, dal momento che la cuccetta era sopravvento e situata nello spazio immediatamente sotto la camminata, mi arrivò solo qualche schizzo.
“Riccardo vieni fuori” gridava Vittorio affinchè la voce non fosse coperta dal vento. Una grossa puzza di bruciato cominciava a diffondersi sottocoperta. “presto gli staccabetterie, staccate tutto” . In pochi secondi ero fuori dal sacco a pelo e le batterie erano staccate. Il tenue bagliore dell’elettronica cessò di colpo. Centrale di navigazione, luce bussola e luci di via, gps, vhf, meteofax, luce carteggio, tutto spento. L’acqua arrivava ben sopra la caviglia. Ci demmo il cambio con Vittorio. Doveva quantificare i danni. Arrivarono un paio di altri frangenti e la barca continuava a riempirsi d’acqua. Era successo questo: gli oblò della tuga, a causa di un’enorme frangente, erano letteralmente esplosi. Quelli di sopravvento per impatto, quelli di sotto vento per depressione! Vittorio mi confidò che avevamo messo l’albero in acqua e che il frangente doveva essere stato eccezionale. Gli oblò infatti, costruiti con il materiale aeronautico dei cupolini, avevano resistito senza problemi ai mari del sud. Ai temibili 40 ruggenti e 50 urlanti (gli appassionati di vela e mare sanno a cosa mi riferisco).
Con mio grande disappunto mi accorsi che una delle due zattere di salvataggio, posizionata nel pozzetto dell’imbarcazione(centrale) era stata strappata via. Ne rimaneva, quindi, una sola da 6 posti posizionata sotto coperta! Decisi di dirlo, alla prima occasione, in via confidenziale solo a Vittorio, qualora non se ne fosse accorto, per non allarmare gli altri.
Vittorio mi disse di poggiare, di mettermi al lasco, per evitare che la barca continuasse a riempirsi d’acqua. Sapevo cosa voleva dire: ricominciare BRUTALMENTE a planare. Non avevo + il riferimento degli strumenti, bussola, centrale del vento , windex in testa d’albero illuminato ciclicamente dalla stroboscopica da tempesta. L’unico riferimento era l’orientamento delle onde e… la pressione del vento dietro la mia schiena. A volte sembrava ci fosse qualcuno che da dietro, con una mano sulla mia schiena, mi spingesse. Non avevo + strumenti per il vento ma eravamo di sicuro vicini ai massimi testati : 60 e forse + nodi. Il mare era caotico con striature bianche a perdita d’occhio, onde che si rincorrevano, si raggiungevano, si accavallavano da direzioni diverse. Veri e propri muri, ripidi e cattivi che si rincorrevano senza fine e senza tregua.
Sono state ore intense di planate interminabili mentre Vittorio organizzava ed effettuava le riparazioni ed i ragazzi, capitanati da Bettone e da mio cugggino sgottavano via centinaia di litri d’acqua con i secchi. All’inizio, quando ancora non avevo capito lo schema di incrocio delle onde, mi capitava per seguire un cavo, di strambare inavvertitamente. La tormentina(trinchetta terzarolata) prendeva a collo, il ballast di sopravvento passava sottovento e partivamo in planatoni con la barca mezza ingavonata. All’inizio è stata una brutta sensazione, poi ho capito ch e + di tanto non succedeva e , una volta compreso come si susseguivano i treni d’onde la “planata strapuggiata” accadeva solo molto raramente.
All’alba Vittorio ha deciso di provare a riparare gli oblo della tuga stendendoci sopra dei sacchi di vele. Lo aiutava l’unica ragazza presente. Mi sembra di ricordare che si chiamasse Flavia ed era la persona a in condizioni di salute migliori. Lei era legata con la cintura di sicurezza mentre Vittorio passava da dx a sx libero da ogni cosa.
Per cercare di timonare con + sicurezza mi voltavo spesso indietro. Ogni 5/6 onde ne arrivavano una o due mediamente il 20% + alte e conseguentemente anche + ripide. Erano le + pericolose e bisognava poggiargli bene sopra per evitare che arrivassero troppo di traverso dal momento che spesso erano incrociate + del solito.
In una delle innumerevoli volte che mi sono rigirato ne ho riconosciuta una molto + alta delle alte del solito(non so se mi sono spiegato) – Ho gridato ai ragazzi di stare attenti e ho fatto la solita poggiata. Con stupore e preoccupazione mi sono accorto che dietro la prima, molto ravvicinata, c’era una seconda “onda anomala” altrettanto grande e ripida. La cosa “disastrosa” era che su questa seconda onda scendeva un frangente enorme incrociato diagonalmente a sua volta con l’onda. Ho urlato e poggiato, senza però riuscire ad impedire che l’enorme frangente ci colpisse all’altezza del pozzetto. La barca si è sdraiata ed ho visto la testa dell’albero andare ben oltre la superficie del mare. Sono stati secondi che mi sono parse ore. Ero nel pozzetto colmo d’acqua come una piscina e sentivo la cintura di sicurezza che mi tratteneva . La barca era sdraiata su un fianco e sembrava non avesse alcuna intenzione di risollevarsi. In quella posizione sarebbe bastato veramente poco per farci scuffiare completamente. Poi, con estrema lentezza, lo scafo si è raddrizzato. Appena dritta la barca ha scodinzolato come un’anatra ed ha ricominciato a partire in surf. “azz nemmeno un attimo di tregua” ho pensato. La cosa + preoccupante era che non vedevo né Flavia né Vittorio. Flavia in realtà era praticamente fuori bordo, lungo la fiancata di destra, trattenuta solo dalla cintura di sicurezza. Dal torace in poi era fuori. E Vittorio?......Vittorio , con l’agilità di un gatto ed un istinto di sopravvivenza di certo non comune, si era avvinghiato sul boma e si trovava abbracciato ed incastrato tra il lazy jack(cime/manovre che servono per contenere la randa ed evitare che voli via quando non è issata) circa un paio di metri sopra la mia testa. Che respiro di sollievo. ..tra un surf e l’altro.
Ho cercato di fare le mie scuse, mi sentivo tremendamente in colpa. Vittorio ha semplicemente sorriso e detto “non potevi fare niente di più, continua a fare attenzione”. Fortunatamente non sono arrivate più onde così “bastarde” e con il giorno, potendo ricominciare a leggere la bussola, abbiamo fatto rotta su Porto Torres, utilizzando come base di partenza il punto segnato alle 2,32 e stimando le miglia percorse fino ad allora. Durante la giornata il vento è calato e si è stabilizzato intorno ai 40 knt (la NKE aveva ricominciato a funzionare mentre avevamo perso vhf, gps, qualche cellulare inondato, meteofax) ed al lasco/ poppa, con mediamente circa 25 nodi di apparente sembrava di stare in vacanza! In tarda mattinata anche gli altri membri dell’equipaggio si sono parzialmente e/o totalmente ripresi e dopo qualche titubanza mi hanno letteralmente strappato il timone dalle mani per gustarsi la loro parte di planate. Alle 16 circa entravamo in porto dove ci attendevano degli amici di Vittorio, contattati con uno dei cellulari ancora funzionanti.
Qualche considerazione :
· anche se il Golfo del Leone ha una fama tremenda, per il mese di maggio le condizioni incontrate sono da ritenersi senza dubbio eccezionali;
· il vento, scendendo lungo la valle del Rodano, si incanala ed aumenta anche di due punti di intensità di scala Beaufort
· ll massimo vento riscontrato , 62 knt, corrisponde quasi all’apice(63 knt) nella forza 11 – tempesta violenta o fortunale- della scala di Beaufort. Forza 12 corrisponde a uragano(cat.1)
· La depressione sulla cui coda dovevamo navigare, a causa di una anomala alta pressione, invece di continuare il suo cammino, ha rallentato approfondendosi in maniera repentina. Noi, navigando a 11 nodi, ci siamo infilati ben bene dentro, arrivando in prossimità del punto + turbolento. Mio cugggino, per ricordo, aveva conservato una scheggia degli oblò e la cartina del meteofax davvero impressionante. Purtroppo la carta termica utilizzata dall’apparecchio si è completamente cancellata
· Qui:
I record meteo italiani - tabella qualche riferimento meteo al riguardo
· Ritengo che la massima altezza di onda riscontrata sia stata intorno ai 7 metri(onde anomale). La stima però è sempre difficile e potrei sbagliarmi sia in difetto che in eccesso . Più che l’altezza la cosa veramente pericolosa era la ripidità ed i conseguenti frangenti
-Lo stesso Vittorio, che aveva esperienza di navigazione nei mari + difficili del mondo mi confidò che , fino ad allora, le situazioni peggiori le aveva trovate proprio nel Mediterraneo . In questa occasione e nel golfo di Otranto.
· E’ indubbio che solo la resistenza dell’open oceanico e la preparazione di Vittorio(che ne era anche il costruttore) hanno reso possibile che sia qui a raccontare questa storia
· Qualche cosa non è stata più ritrovata. Quella + strana : una scarpa di un ragazzo che non era mai stata tolta dal piede(probabilmente persa nella concitazione successiva alla rottura degli oblò e sgottata con i secchi fuori bordo insieme all’acqua)
· Qualche mese dopo, nel novembre 1995, a seguito di una condizione simile, nel Golfo del Leone affondò il Parsifal e morirono sei uomini dell’equipaggio. Per una mera coincidenza ero in quella zona di mare anche in quell’occasione, ma questa è un’altra storia