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Vecchio 3/7/2011, 10:14   #1 (permalink)
Autostop per l'Himalaya - Viaggio dallo Xinjian al Tibet
Donatella Donatella non è in linea 3/7/2011, 10:14

Autore: VIKRAM SETH
Edizioni: EDT
ISBN: 88-7063-572-4

Piccola biografia: V. Seth - nato a Calcutta nel 1952, studia alla Stanford University, compie numerosi viaggi in Inghilterra, California, India e Cina. Fra le sue prime opere un romanzo in versi The Golden Gate che ha venduto oltre centomila copie solo negli Stati Uniti (proprio da questo ho cominciato la frequentazione di Seth, ma la traduzione di un romanzo in versi non è quasi mai, almeno per come la penso, un'idea felice... )

Sono una da orecchie alle pagine dei libri. In alto e grande, piccola in basso. Dipende dall'importanza. Una volta non facevo di queste cose. Leggevo senza lasciare traccia.
Ora, se proprio il testo merita uso pure la matita.
In sostanza è come lasciare segni su un sentiero per ritrovarlo.

Questo libro l'ho comprato, insieme ad altri due dello stesso autore, un paio di anni fa. Messo nella libreria. Dimenticato. Può darsi che proprio questo era il suo destino.

Insomma dico questo perché il modo in cui ho incontrato questo autore non è stato dei più felici e poi trovo il suo modo di scrivere troppo piatto. Questo libro in realtà l'ho ripreso dalla libreria più per noia che per interesse.
Di solito se l'autore proprio non mi va giù comunque faccio un paio di tentativi, ma poi accantono. Definitivamente. Senza rimedio. Tanto non ci capiamo ed è inutile insistere.
Con lui è diverso, il suo modo di scrivere continua a risultarmi pesante e noioso, ma non posso non finire di leggere...

... su questa pagina sono tornata già quasi una decina di volte che non riesco proprio a togliermi dagli occhi il paesaggio:

Il bacino del Qaidam

Nel pomeriggio scendiamo in una pianura dai colori pastello, anche questa senz'alberi e con orizzonti infiniti; gli azzurri del cielo, dei laghi delle montagne lontane, i viola e i marroni della terra sono tutti in tinte leggere, tenui, delicate. Soffia il vento, per cui fa fresco. D'inverno questo posto dev'essere spaventosamente freddo. Faccio alcune fotografie: pietre, sassi e rocce senz'erba, senza alberi, senza uccelli.
Attraversiamo il bassopiano, saliamo dolcemente per un po' e, come raggiungiamo il punto più elevato, vediamo di fronte a noi un panorama mozzafiato: un enorme declivio, che si estende a perdita d'occhio, come se il mondo stesso fosse sprofondato, una scarpata che si allunga forse per centinaia di chilometri di fronte a noi; e questa piana ha catene di montagne che si alzano dalla sua superficie, ma sono crinali bassi, corti e ben distanziati, cosicché si può vedere la pianura che continua al di là. Queste creste sono formate da rocce rosa, ardesia e viola, con l'ombra delle nuvole che cade su alcune di esse, e la terra sulla destra e beige, ocra rossiccia. Sulla cima dei picchi che guardano a nord c'è una spruzzata di neve. Un poco oltre, neve e nuvole si uniscono in un bianco diverso, quello delle strisce di sale cristallizzato su questa arida pianura. Poi segue il tripudio di cambiamenti geologici: nude dune, separate dalla sabbia, completamente isolate le une dalle altre; nere colline, luccicanti e pietrose, che diventano lentamente rugose e simili ad argilla; più avanti laghi di un blu pallido, una striscia di vegetazione a macchia e un nastro di terra rossa vicino a noi, come il tricolore fantastico di una repubblica di artisti.
Una montagna d'oro brilla solitaria nella luce della sera; alcuni cammelli pascolano in una pianura verde; le nuvole che sembrano pettinate con un rastrello diventano gialle alla luce del tramonto; alla fine arriva il buio, un lago salato e le luci lontane di Golmud.
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Ultima modifica di Donatella : 3/7/2011 a 10:30.

 
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Vecchio 3/7/2011, 11:49
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wov... grazie per aver condiviso!
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wov... grazie per aver condiviso!
ci sono altre paginette interessanti, meno bucoliche e più sociali/culturali/politiche
la cina vista da un indiano è un punto di vista assai interessante
....
sono appena arrivata a Lhasa
è stato faticosissimo
non sapevo che viaggiare a 5000 metri di altitudine facesse venire tanto mal di testa e far passare l'appetito... però URCA!!!!!!!!!!!!
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(...)
A proposito dello Xinjiang, è una provincia molto curiosa. Il nome significa "Nuova Terra di Confine", ma "nuovo è un aggettivo appropriato quanto nell'espressione "Nuova Foresta" (la grande foresta dello Hampshire in Inghilterra che in realtà è antichissima).
L'area, abitata da una popolazione piuttosto differente dagli han (che assommano a più dei nove decimi della popolazione della Cina), fu "pacificata" dai cinesi circa duemila anni fa. Da allora è stata un'area di influenza cinese costellata di avamposti militari e, in periodi diversi, debolmente o saldamente agganciata alla Cina: a volte indipendente, altre semi-indipendente e talora (come adesso) una vera e propria provincia del paese. A rigor di termini, non è una "provincia". I cinesi la chiamano "regione autonoma". Questo è il nome per le entità amministrative estese quanto le provincie che sono in maggioranza abitate da gruppi etnici minoritari, cioè non han.
Lo Xinjiang è una provincia desertica, con al centro l'enorme bacino del Tarim.
(...)
I trattati delle due potenze imperiali, per non dire imperialiste, avevano lasciato aperta la questione della linea di confine e i loro successori socialisti se la sono disputata sanguinosamente. Inoltre, entrambi hanno nella zona un "problema di minoranze", perché gli uyghuri e i kazaki che vivono in questa storica terra di nessuno dell'Asia Centrale e le cui comunità, stabili o nomadi, sono sparpagliate a largo raggio fra le due parti del confine negoziato e conteso da altri, nutrono uno scarso senso di sudditanza nei confronti dei russi che dominano l'Urss o degli han che dominano la Cina.
Sono musulmani per cultura o religione; le culture basate sul credo della chiesa ortodossa o sul confucianesimo sono loro ugualmente estranee. L'alfabeto della lingua degli uyghuri è quello arabo.
(...)
Turpan.
Un vecchio con la barba bianca, che ha sistemato il suo letto sul marciapiede, mi invita a sedere. Parliamo un po' in cinese, sorseggiando del tè verde. Il discorso si orienta sulle insegne delle porte dei negozi attorno a noi. Tranne quelle scritte in caratteri cinesi, le altre sono in caratteri latini e arabi.
"Sono entrambe in uyghur", dice il vecchio.
"Ma ho sempre pensato che l'uyghur fosse scritto in caratteri arabi", dico.
"Lo era, quando io imparai a leggere e a scrivere. Non sono in grado di leggere niente di queste cose con i caratteri latini". Fa una pausa. "Ma la scrittura è cambiata e mio figlio ha studiato l'alfabeto latino".
Meditando, bevo un sorso di tè. "Deve essere triste sapere che il vostro modo di scrivere sta scomparendo".
"Ma non più. Hanno di nuovo cambiato la scrittura. Mio nipote a scuola impara caratteri arabi".
"Oh! E perché hanno cambiato la scrittura la prima volta?", chiedo.
"Penso che il governo temesse che troppe persone leggessero le pubblicazioni russe in uyghur, che usano caratteri arabi. Cambiando dall'arabo al latino, il governo cinese voleva essere sicuro che la nuova generazione non capisse i libri che i russi pubblicano per la loro popolazione uyghur".
"E perché sono tornati all'arabo?"
"Non lo so", dice il vecchio. "E' la Nuova Politica per le Minoranze". Riflette un momento: "I caratteri latini non avevano avuto un gran successo. Alla gente non piacevano".
"Ma alcuni hanno imparato solo quelli latini, non è vero?".
Penso ad Akbar che sa a malapena scrivere il suo nome in arabo. Un orribile pensiero mi passa per la testa: "Lei e suo nipote, allora, potete scrivervi appunti o lettere l'un l'altro, ma suo figlio non può scrivere a nessuno dei due?".
"Più o meno le cose stanno così", dice il vecchio allegramente.
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tobia47 (3/7/2011)
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