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Vecchio 2/11/2010, 23:12   #1 (permalink)
Pelle di Foca [fiaba]
Donatella Donatella non è in linea 2/11/2010, 23:12

C'era una volta un tempo in cui le fiabe erano raccontate.


“lo credo questo: le fiabe son vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata ai tempi remoti e serbata nel lento ruminìo delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi ad un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che è appunto
il farsi un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano.
E in questo sommario disegno, tutto….. uomini bestie cose, l'infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste”. (Italo Calvino)


Pelle di Foca (fiaba inuit).

C'era una volta, tanto tempo fa, in un paese dove i giorni sono di neve bianca e nulla fiorisce spontaneamente, dove le parole all'aperto si congelano e intere frasi devono essere rotte sulle labbra di chi parla e disgelate accanto al fuoco, per vedere che cosa è stato detto, viveva un uomo.
Un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance.
Cercava di sorridere e di stare contento. Andava a caccia, dormiva bene ma desiderava tanto una compagna.
Talvolta, quando si avvicinava al suo kajak una foca, rammentava le antiche storie sulle foche ch'erano un tempo esseri umani, e a ricordare quel tempo restavano gli occhi, capaci di sguardi saggi, amorosi e selvaggi.
E allora sentiva così dolorosamente la sua solitudine che le lacrime scendevano lungo i crepacci del volto.
Una volta cacciò fino a notte fonda senza trovare nulla. Mentre la luna si levava alta nel cielo e il ghiaccio brillava, raggiunse un grande scoglio sul mare, e su quell'antico scoglio apparve un movimento di grazia eccelsa.
Remò lentamente e silenziosamente per avvicinarsi, ed ecco che vide delle donne danzare, nude come il giorno in cui le loro madri le avevano partorite. Rimase a guardare. Le donne parevano essere fatte di latte di luna, con la pelle punteggiata d'argento come i salmoni a primavera, e piedi e mani sottili e leggiadri.
Tanto erano belle che l'uomo rimase sbalordito, mentre le onde leggere lo trasportavano sempre più vicino allo scoglio.
Sentiva ora le magnifiche risa delle donne, quanto meno pareva ridessero, o era forse l'acqua intorno allo scoglio che rideva?
L'uomo era confuso perché era abbagliato. La solitudine che gli era pesata sul petto come una pelle intrisa d'acqua era in qualche modo svanita, e senza riflettere, saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca che vi giacevano, la infilò nel suo qutmguk, la giacca di pelliccia, ed andò a nascondersi.
Ecco che subito una donna chiama con la voce più bella che mai avesse udito, come quella delle balene all'alba o quella dei lupacchiotti che ruzzolano a primavera.
Che cosa andavano ora facendo le donne?
Infilavano la loro pelle di foca e una dopo l'altra scivolavano nel mare, urlando e uggiolando felici. Una no. Cercava dappertutto ma non riusciva a trovare la sua pelle. L'uomo prese coraggio e neanche sapeva perché. Le si mostrò: "Sii mia moglie, io sono un uomo così solo".
"Oh io non posso esserti moglie, io appartengo agli altri, quelli che vivono di sotto"
"Sii mia moglie" insistette l'uomo " tra sette estati ti restituirò la pelle di foca e potrai restare o andartene, come tu vorrai".
La giovane donna-foca lo guardò a lungo in volto con quegli occhi che parevano umani. Riluttante disse: "Verrò con te, tra sette estati si deciderà".
Ebbero un bambino e lo chiamarono Ooruk. E il bambino era agile e grassoccio. In inverno la madre raccontò a Ooruk le storie delle creature che vivono sotto al mare mentre il padre tagliava a piccoli pezzi un orso con il suo lungo coltello affilato.
Quando la madre portava il piccolo Ooruk a letto, gli indicava attraverso l'apertura per il fumo le nuvole e tutte le loro forme e raccontava storie di trichechi, balene, foche e salmoni, perché erano quelle le creature che conosceva.
Ma col passare del tempo la sua carne prese a seccarsi. Prima si sfaldò, poi si incrinò. Cominciò a cadere la pelle delle palpebre e caddero a terra anche i capelli. Diventò del più pallido bianco. Cercò di nascondere la sua debolezza. Ma i suoi occhi si offuscavano sempre di più e la vista le si faceva sempre più debole.
E così andarono le cose finchè una notte il piccolo Ooruk non fu svegliato da un urlo, e del tutto insonnolito si levò a sedere sulle pelli del letto. Sentì come il ringhiare di un orso, che era suo padre che picchiava sua madre. Udì un pianto come di argento tintinnante sulla pietra, che era sua madre.
"Hai nascosto la mia pelle di foca sette anni or sono, ora giunge l'ottavo inverno. Voglio che mi sia restituito ciò di cui sono fatta" - gemeva la donna foca - "devo avere ciò a cui appartengo".
"E tu mi lascerai senza moglie, e lascerai il bambino senza madre. Sei cattiva".
E il marito strappò la porta e sparì nella notte.
Il bambino amava molto sua madre. Temeva di perderla e pianse fino a piombare nel sonno, per essere risvegliato dal vento. Un vento strano, che pareva chiamarlo. Saltò fuori dal letto. Udendo ripetere il suo nome si precipitò fuori nella notte stellata. Corse alla scogliera e in lontananza, sul mare agitato dal vento, scorse una grande foca argentea e irsuta dalla testa enorme, con le vibrisse che scendevano fino al petto, gli occhi di un giallo scuro. "Ooooooruk".
Il bambino a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura nella roccia. "Oooooruk".
Il bambino aprì l'involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre, sentiva tutto il suo odore.
L'anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d'estate. Si portò la pelle al volto e l'anima di sua madre attraversò di nuovo la sua.
E la vecchia foca argentea lentamente si immerse nelle acque profonde.
Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perché entrambi erano salvi. Infilò la sua pelle di foca. Sollevò il piccolo e se lo mise sotto il braccio e corse verso il mare ruggente.
"Oh madre non lasciarmi" implorò Ooruk.
Lei voleva restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo. Si volse verso di lui con uno sguardo di terribile amore negli occhi. Prese il viso del bambino tra le mani e soffiò il suo dolce respiro nei suoi polmoni. Allora, tenendolo sotto il braccio come un involto prezioso, si tuffò in mare, sempre più a fondo, e la donna-foca e il suo bambino respiravano agevolmente nell'acqua. E scesero nuotando sempre più a fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.
"Come sono andate le cose lassù figlia?" domandò la grande foca argentea.
La donna foca guardò in lontananza e disse: "Ho ferito un essere umano…un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perché se lo facessi resterei prigioniera.".
"E il bambino?" domandò la vecchi foca. "Il mio nipotino?". Lo disse con tanto orgoglio che la voce gli tremò.
"Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi". E pianse. E insieme piansero.
Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l'esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l'antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò le sue rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva pietrosa. La madre lo rassicurò: "Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, il mio coltello, le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento affinchè tu possa cantare le tue canzoni.
Più volte la vecchia foca argentea e sua figlia baciarono il bambino. Infine si allontanarono al largo e con un ultimo sguardo scomparvero tra le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase. Passò il tempo e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perché il bambino era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.
Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva. Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno ci è mai riuscito e' nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.
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Vecchio 3/11/2010, 06:33
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Grazie Doni,...l'ho letta il mattino anziché la sera prima di sopire,....fa nulla, passerò una buona giornata.
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ricordati di rileggere ogni tanto la MISSION di AVVENTUROSAMENTE

meglio cercare un nascondiglio che sbagliare un consiglio.
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Vecchio 3/11/2010, 08:49
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bella fiaba! complimenti e grazie
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c'è chi parla parla parla... e chi fa. noi fa!
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Vecchio 3/11/2010, 09:28
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soprattutto per la parte di vita che è appunto il farsi un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano.
E che cos'è poi, in altri termini, tutto questo se non evoluzione personale? La conferma "come essere umano" non è poi, nel profondo, la conferma di esistere, di essere persone complete nella propria maturità interiore? Non sono questi tutti passaggi, oserei dire quasi obbligati per la propria crescita?
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«Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà».
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Vecchio 3/11/2010, 09:59
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bella grazie

X milla : sei veramente P R O F O N D A (modalità ironica on)
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Vecchio 3/11/2010, 10:28
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X milla : sei veramente P R O F O N D A (modalità ironica on)
Ma, potrebbe essere anche che tu sei... terribilmente L E G G E R O... (modalità ironica)...
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io mi sono addormentato al quarto rigo...

...ma evidentemente sono un tipo di G H I A C C I O...(modalita' scivolosa ON)!
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Vecchio 3/11/2010, 10:47
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Originariamente inviata da sun75 Visualizza il messaggio
io mi sono addormentato al quarto rigo... ...ma evidentemente sono un tipo di G H I A C C I O...(modalita' scivolosa ON)!
Chi non sa chi sei pensa questo... Lasciaglielo credere... Non sei per tutti Orso Sun...
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Vecchio 3/11/2010, 14:15
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Non sono questi tutti passaggi, oserei dire quasi obbligati per la propria crescita?
Il fatto che ci siano passaggi obbligati nella crescita non significa né che automaticamente siano superabili né che si finisca di superarli tutti!
A volte si fanno scelte nella vita che si rivelano fatali e tornare indietro per ripristinarci costa sempre inevitabilmente qualche cosa.
Non trovi?
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  #11 (permalink)  
Vecchio 3/11/2010, 14:24
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Originariamente inviata da Donatella Visualizza il messaggio
Il fatto che ci siano passaggi obbligati nella crescita non significa né che automaticamente siano superabili né che si finisca di superarli tutti! A volte si fanno scelte nella vita che si rivelano fatali e tornare indietro per ripristinarci costa sempre inevitabilmente qualche cosa.
Ma, parlo per me... Tutto quello che dovevo superare l'ho superato... Poi, ovvio, dipende cosa ci riserva il destino... Lì c'è un altro "intervento"... Ma tutto quello che posso fare nella mia vita per "superare", lo faccio, ogni giorno... E le scelte che si fanno nella vita sono comunque esperienza vissuta, quindi degna e il "costo" è il nostro bagaglio personale... Se torno indietro è sempre per andare avanti con più grinta...
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Vecchio 3/11/2010, 22:28
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