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Vecchio 25/11/2010, 23:22   #1 (permalink)
Una ragazza nel bosco
carrol carrol non è in linea 25/11/2010, 23:22

Riporto qui per intero, consideata la sua brevità, un racconto di Filippo Schillaci comparso su Il Cambiamento
Non ne faccio una recensione perchè si commenta da sè, per chiunque avrà voglia di leggerlo.
Al di là dei giudizi, io l'ho trovato ricco di spunti di riflessione
Una ragazza nel bosco, cronache oltre il frastuono

Come si può aver cura di ciò che non si vede, di ciò che si è cancellato? L’immagine di una ragazza immersa nella quiete del bosco può risultare evocativa a tal punto da scaturire un flusso libero di riflessioni sul nostro modo di stare al mondo. In tempi dominati dalla frenesia e dal frastuono, il testo che segue può risultare 'anomalo', sembrare un racconto di fantasia. E invece non è altro che la cronaca di un fatto realmente accaduto.

di Filippo Schillaci - 16 Novembre 2010


"La ragazza passa oltre e comincia la salita del sentiero che si inoltra nel bosco; scompare fra gli alberi
Arriva sul monte sola, a piedi. Camminando adagio attraversa il piazzale sovrastato dal luogo in cui sorgeva, secoli fa, l’eremo; lo stesso luogo cui tocca oggi sopportare il peso del massiccio edificio che ne ha preso il posto, una grigia impennata di cemento senza vita e senza pretese di bellezza in cui trovano spazio un ristorante e decine di stanze vuote dalle finestre sbarrate. Senza rivolgere a esso un solo sguardo la ragazza passa oltre e comincia la salita del sentiero che si inoltra nel bosco; scompare fra gli alberi.
Ritorna dopo molto tempo, camminando più spedita, va via. Non chiedetemi quanto tempo trascorra fra l’una e l’altra cosa. Da anni (da un ben preciso momento del 16 gennaio 2006) non porto più con me un orologio, da allora il tempo per me è una cosa che non si misura in ore, minuti, secondi, è una cosa che semplicemente non si misura.
Anch’io da alcuni giorni vengo sul monte; percorro del sentiero quanto basta per cancellare il vociare dei giocatori di carte sul terrazzo del ristorante, uomini e donne che stanno lì come potrebbero stare in una birreria del centro di Milano o Catania. Raggiunto il silenzio, mi fermo in uno spiazzo ombroso o in una rientranza del sentiero, mi siedo con le spalle appoggiate ad un albero e mi immergo in un libro. Ogni tanto fermo la lettura per dare spazio al silenzio che ho intorno; quel silenzio che serve ad ascoltare il bosco (anche la più discreta delle parole è suono e, nel silenzio, anche il suono più sommesso può assordare).
Lei passa senza guardare nessuno, non segue l’usanza montanara di salutare chi si incontra sui sentieri anche se non lo si conosce. Sembra anzi che non ti veda. Ogni tanto salgo anch’io su per il sentiero e una di queste volte ho visto dove va, cosa fa nelle ore che trascorre sul monte. C’è un punto in cui la vegetazione si fa bassa e apre la vista del panorama circostante. Lì c’è una panchina di legno, poco al di sotto del sentiero, quasi a picco sul fondovalle e la pianura. Al di là, separato da una vastità d’aria, un paesaggio d’acqua confinato da una parte dal lento digradare d’un monte più basso di questo, su cui si alternano campi e boschi, e grappoli di edifici di cui s’indovina già la voglia di gonfiarsi fino a infestare tutto, ma che ancora godono d’un impermanente senso della misura. La vidi lì, seduta su quella panchina, di spalle, scalza, immobile e in silenzio a osservare il paesaggio. Ecco dunque dove andava, ecco cosa faceva.

Come si può aver cura di ciò che non si vede, di ciò che si è cancellato, che al proprio sguardo non esiste?
Una cosa che mi dà pace è osservare i gatti nei loro lunghi momenti di quiete. C’è una calma immensa in quel loro lasciare per molte ore al giorno la presa sul mondo e immergersi in se stessi, sul confine del sonno e di chissà che altro. Quel giorno ebbi la sensazione che se mi fossi fermato a guardarla, così immobile, quieta, immersa in un mondo d’aria, distante da tutto, avrei avuto la stessa pace.
Non lo feci; passai oltre e la ragazza sparì presto dalla mia vista. Ma quella calma immensa l’ebbi lo stesso. Terzani racconta che un giorno, mentre camminava nei pressi della baita sulle pendici dell’Himalaya, che fu il suo rifugio di quiete e riflessione negli ultimi anni, udì nella nebbia il sottile suono di un flauto. Presto scomparve, ma egli riuscì ancora a farlo "suonare dentro di sé" e quel suono continuò ad accompagnarlo o, come egli scrive, a "parlargli". Io feci lo stesso con quell’immagine cui ero passato accanto. Ed essa continuò a parlarmi.
Gianpietro Sono Fazion, riprendendo le parole di Pascal, scrive che "i molti guai dell’uomo derivano probabilmente dal fatto che egli non è capace di stare qualche ora chiuso in una stanza in silenzio" [1]. E lo stesso scrive Terzani: "Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l’uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei suoi passi si fa forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all’ombra di un albero. Facciamo lo stesso"[2].
Si racconta che il monaco buddista Koho, negli ultimi anni della sua vita, trascorresse molte ore al giorno a guardare, in silenzio, lo scorrere del fiume. E si racconta che il regista Andrej Tarkovskij, durante le riprese di Nostalghia, alle prime ore del mattino sostasse a lungo, assorto, davanti all’acqua immobile dell’antica piscina di Bagno Vignoni. E ricordo, da lontane letture, che anche il compositore Luigi Nono, nei suoi ultimi anni, dedicò lunghe e profonde riflessioni al silenzio.

Tutto intorno il bosco si sveglia, fiorisce, vive, muta di forme e colori, si addormenta
Voltiamoci un momento indietro adesso, verso ciò che ci siamo lasciati alle spalle; pensiamo a ciò che così non è, all’umanità del terrazzo del ristorante, immersa nella frenesia e nel frastuono, sorda a tutto ciò che non sia se stessa. Tutto intorno il bosco si sveglia, fiorisce, vive, muta di forme e colori, si addormenta. Ma essa non si accorge di nulla, stordita e assordata da se stessa. Come si può aver cura di ciò che non si vede, di ciò che si è cancellato, che al proprio sguardo non esiste?
Ma perché mai – direbbe quell’umanità frenetica - dovremmo aver cura del bosco? - E allora diciamolo in un altro modo: come si può aver cura di se stessi avendo cancellato la consapevolezza del proprio legame, della propria interdipendenza con tutto il resto del mondo vivente, credendo che solo in se stessi e da se stessi venga il proprio bene? Come si può non essere distruttivi dopo aver cancellato l’idea del proprio legame con gli altri, dove gli altri sono sì gli altri uomini ma anche, insieme a essi, gli altri esseri viventi della Terra, sono gli alberi, gli uccelli, gli insetti, gli animali del sottobosco e quelli del sottosuolo, fino ai muschi, i licheni, i batteri. Ecco perché fermarsi in ascolto, ecco perché circondarsi di silenzio.
Oggi è l’ultimo giorno. Domani sarò in altri luoghi, luoghi del loro mondo. So che mi attendono giorni che vorrò dimenticare. Ripeterò nella memoria l’immagine di quella ragazza immobile sulla panchina nel bosco, di cui non so e non saprò mai nulla. Né mai vorrò saperne. Perché forse scoprirei che fa tutti i giorni quella salita per mantenere la linea, che sosta così a lungo sulla panchina per riposarsi dalla fatica del ripido sentiero… tutto qui. E ogni cosa svanirebbe in una piatta banalità.


1. G. Sono Fazion, Lo Zen e la Luna, Edizioni Appunti di Viaggio, Roma, 1994, p. 14

2. T. Terzani, Lettere contro la guerra, Longanesi, Milano, 2002, p. 181

carrol
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Donatella (26/11/2010), cinghiale (26/11/2010), luca.1974 (26/11/2010)
  #2 (permalink)  
Vecchio 25/11/2010, 23:41
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piacevole, grazie per averlo copiato ^_^
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  #3 (permalink)  
Vecchio 26/11/2010, 10:41
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Originariamente inviata da carrol Visualizza il messaggio
cronache oltre il frastuono
concordo, veramente molto bello
(mi segno Lo Zen e la Luna, mi ha veramente incuriosito)
__________________
Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.
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  #4 (permalink)  
Vecchio 26/11/2010, 13:01
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Grazie Carrol, è ciò di cui avrei/avremmo bisogno, riscoprire l'intensità del rapporto con la natura, immergerci totalmente in essa.
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  #5 (permalink)  
Vecchio 26/11/2010, 13:27
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Grazie a voi tutti per la pazienza nel leggere il racconto!
E visto che siete cosi pazienti, inoltro qui sotto un commento all'articolo che mi è arrivato nella mail personale.
Trovo anche questo trafiletto denso di spunti interessanti...

Filippo Schillaci, nel suo bellissimo articolo "Una ragazza nel bosco, cronache oltre il frastuono", si pone questa domanda, solo apparentemente banale. E invece, solo cancellando la consapevolezza del reale si può vivere nel modo in cui viviamo oggi. Quasi ogni nostra azione è basata sul dolore altrui. Quando accendiamo il riscaldamento, ci muoviamo in auto, compriamo prodotti industriali nei supermercati, crediamo di compiere gesti innoqui mentre in realtà stiamo finanziando le guerre del medioriente, l'inquinamento dei nostri fiumi, la devastazione delle nostre forteste, il massacro delle comunità indigene e così via.
Ma lo facciamo inconsapevolmente. Tutto ciò che è "spiacevole" è stato progressivamente allontanato dalla nostra vista. Le fabbriche sono state spostate in paesi "in via di sviluppo", i cadaveri degli animali - che prima venivano puliti nelle abitazioni sporcandosi le mani di sangue - sono stati trasformati in fettine di carne o scatolette di tonno, gli oggetti di uso quotidiano - che una volta venivano conservati con cura - sono diventati rifiuti.
Ed ecco che la natura, quella incontaminata che tutti sogniamo e che le pubblicità di automobili ci propongono di continuo, diventa qualcosa di astratto, di " diverso da noi". Qualcosa che si desidera in un lontano futuro, che si contempla in fotografia. Non ci rendiamo conto che ogni giorno contribuiamo a distruggere un altro pezzo di quella "natura" tanto amata e non ci rendiamo conto che noi ne siamo emanazione e parte e che distruggendola non facciamo altro che distruggere la nostra casa.
Mi rendo conto che questo possa sembrare un discorso un po' retorico. Ma è così? Vediamo alcune delle notizie pubblicate questa settimana su Il Cambiamento.
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Ad una prima lettura, tutte queste notizie ci fanno esclamare "ecco! In che mondo schifoso viviamo. Siamo impotenti mentre i politici e le multinazionli si arricchiscono sulla nostra pelle". Ma se ci pensiamo bene, siamo noi a permettere tutto ciò. Lo permettiamo col nostro silenzio, con la nostra pigrizia quotidiana che ci porta a lamentarci tanto ma a fare poco per cambiare davvero le cose. Siamo pronti ad attaccare il nemico quando si tratta di tirare le pietre, ma facciamo molta più fatica a combatterlo quando vive dentro di noi. Come diceva il grandissimo Giorgio Gaber, "non temo Berlusconi in sé, ma Berlusconi in me!"
E' molto facile prendersela col mondo che non funziona. Ma chi usa in modo indiscriminato l'energia? Chi permette ai "poteri forti" di ingannarci quotidianamente? Abbiamo delegato tutto. Non sappiamo niente. Non conosciamo ciò che mangiamo, non abbiamo idea di cosa ci sia dentro uno shampo o un detersivo, non immaginiamo l'origine dei prodotti che acquisitiamo in un centro commerciale o da un cinese.
Certo, è "il sistema" che vuole che sia così. E' il sistema che ci spinge ad agire nella non conoscenza. Ma noi lo permettiamo. Ci nascondiamo dietro a vite piene di nulla, eternamente in corsa per lavorare e produrre, senza fermarci a riflettere sul senso di ciò che facciamo. E invece oggi è possibile sapere. Faticoso forse, ma di certo possibile.
E allora proviamo a informarci. Proviamo a ridare senso ai nostri gesti, ai nostri acquisti. Chiediamoci cosa si nasconde dietro una vaschetta di plastica o un cibo precotto. Rifiutiamo le buste di plastica nei supermercati, gli imballaggi inutili, i cibi basati sugli allevamenti intensivi. Ristrutturiamo le nostre case, quando possibile, per far sì che consumino meno energia e comunque cerchiamo di limitare gli sprechi.
Insomma, facciamo il possibile. Senza troppa angoscia o troppo dolore. So bene che è difficile cambiare stile di vita o anche semplicemente abitudini. Ma so anche quanto sia difficile vivere nel modo in cui siamo abituati, tra rumore e stress, tra code di macchine e pochi sorrisi, tra asfalto e cemento, ingiustizie e soprusi.
Cambiare si può. Bisogna volerlo, bisogna agire per farlo. Ma si può fare e se lo facciamo insieme è più facile e più bello.
Daniel Tarozzi
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