abbandonare la società e vivere liberi

per carità qualche volta ci scappa la battutina ma comunque un pò perchè non siamo adolescenti l'autocontrollo di solito fa la sua parte
 
per carità qualche volta ci scappa la battutina ma comunque un pò perchè non siamo adolescenti l'autocontrollo di solito fa la sua parte
mi ricordi il paese della bassa vicentina in cui stavano dei miei amici e in cui giravo. c'era uno squadrone di fascisti e uno di comunisti, e in pratica quasi sempre andavano a prendersi insieme e legnavano insieme il delinquente di turno. e avrei un paio di simpatici aneddoti con degli idioti che speravano di farla franca :D

potevi trovarli al bar a bere insieme, partivano anche gli sfotto' ma le risse erano rarissime e solitamente gli altri fermavano chi partiva, proprio per evitare le escalation.
 
Di tanto in tanto ripasso in questa discussione per... sollevarmi lo spirito! ;)

Non credo di essere stato particolarmente fortunato nella vita (salvo che in un punto: esser da sempre libero dalla condizione economica del "bisogno") sono ben lontano dall' essere (passatemi il termine) "scoppiato" come tanti che scrivono come se vivessero in galera quando tutti i giorni si incontra gente che vive alla grande affrontando i problemi quotidiani senza farsi sopraffare, cogliendo le opportunità che gli si propongono e riuscendo perfino a dare alla società che li circonda molto più di ciò che ricevono, non perché costretti, ma perché si sentono in dovere di condividere la loro fortuna, le loro energie, la loro voglia di fare con chi è meno fortunato di loro.

E' scientifico: l' emozione che si prova nel dare è più forte e duratura di quella che si prova nel ricevere.

Chi, caduto in disgrazia in una società ben più crudele di questa, si consolava dicendo ho quel che ho dato, aveva ragione: il bene fatto agli altri nessuno ve lo potrà mai togliere.

E voi, aspiranti eremiti, potete dire di aver mai dato qualcosa per la gioia di farlo, non perché vi sia stato estorto, ma per il sentirsi parte di una comunità - che sia una tribù, una famiglia o l'intero mondo - quel sentirsi parte da cui a quanto pare volete fuggire per vivere lontano da tutto e da tutti?
 
Di tanto in tanto ripasso in questa discussione per... sollevarmi lo spirito! ;)

Non credo di essere stato particolarmente fortunato nella vita (salvo che in un punto: esser da sempre libero dalla condizione economica del "bisogno") sono ben lontano dall' essere (passatemi il termine) "scoppiato" come tanti che scrivono come se vivessero in galera quando tutti i giorni si incontra gente che vive alla grande affrontando i problemi quotidiani senza farsi sopraffare, cogliendo le opportunità che gli si propongono e riuscendo perfino a dare alla società che li circonda molto più di ciò che ricevono, non perché costretti, ma perché si sentono in dovere di condividere la loro fortuna, le loro energie, la loro voglia di fare con chi è meno fortunato di loro.

E' scientifico: l' emozione che si prova nel dare è più forte e duratura di quella che si prova nel ricevere.

Chi, caduto in disgrazia in una società ben più crudele di questa, si consolava dicendo ho quel che ho dato, aveva ragione: il bene fatto agli altri nessuno ve lo potrà mai togliere.

E voi, aspiranti eremiti, potete dire di aver mai dato qualcosa per la gioia di farlo, non perché vi sia stato estorto, ma per il sentirsi parte di una comunità - che sia una tribù, una famiglia o l'intero mondo - quel sentirsi parte da cui a quanto pare volete fuggire per vivere lontano da tutto e da tutti?
Non bisogna per forza passare a toni polemici, anzi magari un passo in avanti potrebbe essere quello di cercare di comprendere gli altri, donare un po di ascolto, tutti hanno da dire qualcosa
 
Personalmente ho sempre preferito la vita da "eremita" e ho sempre stimato maggiormente chì lo fà, ho sempre preferito starmene alla larga dagli altri, non mi sono mai sentito a mio agio con le persone, con la massa, con la società, le sue regole e il suo sistema. Proprio per la falsità che prevale nelle persone che predicano molto.

Ma nonostante ciò sono sempre riuscito ad essere altruista a livelli che pochissime volte o riscontrato in persone più convenzionali di me, anzi... penso di aver aiutato più persone di moltissimi altri predicatori del buonismo (vedi chiesa e altri contesti), ecc... Anche ritrovandomi con molto meno e in difficoltà, io. Ma con il cuore e l'anima leggera per aver agito da "essere vivente" e non da "pedina" che deve vivere secondo degli standard.

Per il puro e semplice fatto che indifferentemente dalle mie preferenze... se vedo qualcuno che ha bisogno di aiuto e se ho la possibilità di aiutare... lo faccio.

Quindi, come per tantissimi altri discorsi in cui si cerca di differenziare le varie fazioni accusandone l'una o l'altra di qualcosa di "negativo"... ritengo che tutto ciò sia inutile e soprattutto superficiale, scorretto.

Essere altruisti, ma anche altre caratteristiche (buoni, premurosi, ecc), non per forza di cose cozzano con le preferenze personali, i desideri che si hanno. Anche se questi sono più rivolti a starsene per proprio conto che starsene tutti assieme.

In ogni caso non ce ne sono poi molte di persone veramente buone, che sacrificherebbero le proprie sicurezze per aiutare qualcuno che é in difficoltà. Facile mostrare agli altri di aiutare... ma sapendo di non superare mai un certo limite che condiziona anche la propria vita... in pratica senza aiutare quanto si potrebbe, ma giusto per farsi vedere senza intaccare se stessi.

Le mie preferenze sono frutto, per gran parte, proprio dell'ipocrisia dell'essere umano su queste questioni.
Un gran predicare buonismo, ma poi tutti che si accertano della propria sicurezza e degli altri... se ne fregano solo per esibirsi al resto della società. Ricordiamo che spesso le persone che hanno bisogno di aiuto, non ne hanno bisogno per mezza giornata o qualche giorno... ma costantemente e tutti coloro che vivono in maniera più o meno stabile, potrebbero aiutare in maniera stabile. Riducendo il proprio stile di vita, qualunque esso sia, almeno ancora un pochino, per garantire quel pochino in più a chì ha di meno. Inutile tante parole, andare in chiesa a predicare e poi....
 
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di bene ne ho fatto, e mi e' tornato tra le chiappe in grande stile, piantandomi in maree di m***a eccezionale.

o invento la macchina del tempo e lascio che un po' di stronzette che minacciavano il suicidio facciano pure e che altri idioti vari vadano per la loro strada, o legalizziamo le sberle, oppure mi sento autorizzato a schivare accuratamente quasi chiunque. a me piace conoscere gente nuova, mi piace dare una mano a chiunque, non mi piace pero' se se ne approfittano mi fregano.
 
In questi ultimi decenni conosciamo sempre di più la natura umana, anni fa di qualcuno si diceva magari "è uno strano", oggi si dice "ha la sindrome di Asperger" (o un' altra qualsiasi, è solo un esempio)... non si sa magari da cosa dipenda ma si sa riconoscere un quadro comportamentale che costituisce sostanzialmente un quadro clinico non perché lo "strano" vada curato ma perché è bene che ci si rapporti a lei/lui tenuto conto della sua particolarità ineliminabile (probabilmente genetica).

Si arriverà (o si è arrivati) a definire la sindrome dell' eremita? Il rifiuto della società come tratto caratteriale (non ovviamente come scelta politica di costruire una società diversa!) implica il rifiuto a socializzare, il rifiuto ad appartenere ad una comunità, perfino il rifiuto si una sessualità condivisa con un partner - per non parlare del rifiuto a generare, ormai piuttosto comune anche tra coloro che nella società sono felicemente inseriti.

Il paragone più naturale viene con la figura dell' eremita del periodo medioevale ma, attenzione, quella figura aveva una sua funzione sociale. Si pensava che la sua scelta spirituale facesse del bene alla comunità e la sua vita austera era un esempio di rettitudine in un mondo dominato dalla sopraffazione. Alcuni "eremi" poi non erano altro che avamposti dei conventi per il controllo del territorio e, pur nella loro peculiarità, erano funzionali alla sopravvivenza di una comunità più grande.

L' eremita individualista di cui qui si parla dà invece più l'idea (sia detto senza offesa) della fuga dello sconfitto dal campo di battaglia.

Nel confronto tra animali della stessa specie la scelta del più debole è tra lottare fino a soccombere, sottomettersi o fuggire.

All'animale non abbastanza forte per vincere il contrasto ma con un carattere troppo forte per sottomettersi non resta quindi che abbandonare il branco. Diventerà un "lupo solitario", cercherà di sopravvivere cacciando da solo ed affrontando da solo le avversità e le cattive stagioni, finendo il più delle volte per morire anzitempo e restando, comunque, impossibilitato a procreare per cui la prossima generazione sarà quella del branco, mentre il solitario sparirà nel nulla senza lasciar traccia di sé.
 
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dipende ...se qualche pezzo di emme deve venderci medicine sopra fanno anche la sindrome da videoproiettore o da auto tuning. E poi accoppano qualcuno con le medicine sbagliate come spesso vedo fare.

La libertà fa paura e dà fastidio a chi è legato da una vita e non sa tirarsene fuori
 
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In questi ultimi decenni conosciamo sempre di più la natura umana, anni fa di qualcuno si diceva magari "è uno strano", oggi si dice "ha la sindrome di Asperger" (o un' altra qualsiasi, è solo un esempio)... non si sa magari da cosa dipenda ma si sa riconoscere un quadro comportamentale che costituisce sostanzialmente un quadro clinico non perché lo "strano" vada curato ma perché è bene che ci si rapporti a lei/lui tenuto conto della sua particolarità ineliminabile (probabilmente genetica).

Si arriverà (o si è arrivati) a definire la sindrome dell' eremita? Il rifiuto della società come tratto caratteriale (non ovviamente come scelta politica di costruire una società diversa!) implica il rifiuto a socializzare, il rifiuto ad appartenere ad una comunità, perfino il rifiuto si una sessualità condivisa con un partner - per non parlare del rifiuto a generare, ormai piuttosto comune anche tra coloro che nella società sono felicemente inseriti.

Il paragone più naturale viene con la figura dell' eremita del periodo medioevale ma, attenzione, quella figura aveva una sua funzione sociale. Si pensava che la sua scelta spirituale facesse del bene nella comunità e la sua vita austera era un esempio di rettitudine in un mondo dominato dalla sopraffazione. Alcune "eremi" poi non erano altro che avamposti dei conventi per il controllo del territorio e, pur nella loro peculiarità, erano funzionali alla sopravvivenza di una comunità più grande.

L' eremita individualista di cui qui si parla dà invece più l'idea (sia detto senza offesa) della fuga dello sconfitto dal campo di battaglia.

Nel confronto tra animali della stessa specie la scelta del più debole è tra lottare fino a soccombere, sottomettersi o fugire.

All'animale non abbastanza forte per vincere il contrasto ma con un carattere troppo forte per sottomettersi non resta quindi che abbandonare il branco. Diventerà un "lupo solitario", cercherà di sopravvivere cacciando da solo ed affrontando da solo le avversità e le cattive stagioni, finendo il più delle volte per morire anzitempo e restando, comunque, impossibilitato a procreare per cui la prossima generazione sarà quella del branco, mentre il solitario sparirà nel nulla senza lasciar traccia di sé.
Non buttiamoci dentro la procreazione su, una cosa però, se tot invidui sentono il bisogno di staccarsi dalla società credo rientri nella norma, se invece è quasi un movimento o è stato preso come moda oppure questa fantomatica società sta regredendo
 
Non buttiamoci dentro la procreazione...
Perché no? Invece è un fattore sostanziale... nelle comunità che scelgono il ritorno alla natura (credo che ancora ne esistano...) ci sono uomini e donne, vita sociale e, appunto, procreazione. Una esperienza completamente diversa anche se simile come substrato di ideali propugnati rispetto a quella dell' eremita solitario, che è fondamentalmente (la parola che segue va intesa in senso tecnico e non dispregiativo) asociale.
 
Perché no? Invece è un fattore sostanziale... nelle comunità che scelgono il ritorno alla natura (credo che ancora ne esistano...) ci sono uomini e donne, vita sociale e, appunto, procreazione. Una esperienza completamente diversa anche se simile come substrato di ideali propugnati rispetto a quella dell' eremita solitario, che è fondamentalmente (la parola che segue va intesa in senso tecnico e non dispregiativo) asociale.
E un fattore sostanziale per chi? Per la società, da cui un individuo con spiccate doti individualiste cerca di allontanarsi per magari,partorire pensieri e obiettivi più importanti di quei singoli che compongono suddetta società? Dobbiamo assolutamente entrar bell ottica che le diversità, soprattutto nelle scelte, sono un arricchimento altrimenti si starà sempre peggio perché così gli eremiti li facciamo noi ma non in un eremo incantato ma in città affollate di traffico
 
libertà è partecipazione...

(Gaber / Luporini, 1972)
Finchè c'è gente che ne approfitta la liberà è le prime due righe della canzone flight of icarus degli iron maiden.

poi partecipazione a cosa? A una società che ti toglie i soldi di tasca o la pelle di dosso? Ma che vadano a dare via il gnau

gaber quello di snoopy contro il barone rosso? ,bè c'è di peggio come de andrè. Io infatti nel mio juke box li ho nella cartella "canzoni per tagliarsi le vene"
 
Citare gaber dopo i tuoi pensieri non mi sembra proprio coerentissimo pero epr carità
Non amo dire "non hai capito" a chi mi legge, a me sembra che io e Gaber stiamo dicendo esattamente la stessa cosa, cioè che:

Libertà è partecipare alla vita sociale, starsene da soli in un bosco lontani dal mondo non è libertà è esilio.

Sulla procreazione: non parlo della scelte se procreare o no ma del fatto che l' eremita non ha scelta

E, bada bene: l'uomo che vive in società pur non procreando partecipa alla crescita della società stessa e, quindi, parlando delle generazioni successive potrà ben dire "i nostri figli" ben sapendo che con quei ragazzi non ha alcun rapporto diretto.
 
Non stiamo parlano dei "Politici" o del "potere" ma della comunità, dei tuoi vicini di casa, degli abitanti della tua città, delle gente che magari condivide le tue idee... o ti senti forse solo contro il mondo?
la gente e' la bestia piu' stupida, ignorante e cattiva.

nel mio paese ero considerato senza alcun motivo uno dei piu' sfigati, con tanto di insulti in piazza. al che, quando non erano in giro miei amici del posto, prendevo la bici, pedalavo per un tempo variabile da 15 a 45 minuti e uscivo con ragazzi di altri paesi. e non solo mi rispettavano, mi trattavano come un dio in terra, perche' non gli pareva vero che uno da este "si abbassasse" a uscire con loro e a essere loro amico. e i fighetti idioti di este si chiedevano perche' non stavo a este a prendermi insulti, e si incazzavano pure. se loro sono stupidi, io non ho la minima intenzione di subire la loro stupidita' :D
 
Non amo dire "non hai capito" a chi mi legge, a me sembra che io e Gaber stiamo dicendo esattamente la stessa cosa, cioè che:

Libertà è partecipare alla vita sociale, starsene da soli in un bosco lontani dal mondo non è libertà è esilio.

Sulla procreazione: non parlo della scelte se procreare o no ma del fatto che l' eremita non ha scelta

E, bada bene: l'uomo che vive in società pur non procreando partecipa alla crescita della società stessa e, quindi, parlando delle generazioni successive potrà ben dire "i nostri figli" ben sapendo che con quei ragazzi non ha alcun rapporto diretto.
Puoi dirmelo tranquillamente non capisco cose di frequente e chiedo sempre chiarimenti, voglio dire solo una cosa e forse non mi sono espresso bene fino adesso, non capisco (ecco vedi) perché si debbano delineare così tante regole in una comunità come dici tu, non è che forse questa società ha delle crepe strutturali e per porre rimedio mette delle toppe e magari qualcuno qiesto non lo vede o se lo vede per sentirsi più sicuro di sé si allinea a queste riparazioni complimenta dosi e compiancendosi per l operato? Eovviamente criticando ed emarginando l unico che lo dice??
Io chiedo è
 

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