Precisazione: ho sbagliato thread dove dare la risposta...sovrappensiero l'avevo messo nel tuo perchè ne eri l'autore (ma lì c'entrava come i cavoli a merenda)

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Ergo, lo copio incollo qua.
Su questo tema degli alberi vorrei dare una risposta un po' articolata, e per questo (dato il tempo a disposizione) avrò bisogno di utilizzare almeno due post.
Il primo vorrei dedicarlo a un aspetto per così dire antropologico/psicologico della questione, riguardante il cittadino italiano in quanto tale e il suo rapporto con la natura, del quale il rapporto con l'albero rappresenta solo una declinazione, per quanto molto eloquente.
Il secondo invece vorrò dedicarlo a un aspetto molto prosaico e pratico (inerente il rapporto tra amministrazioni pubbliche locali e il verde), per spiegare i motivi che portano a questa situazione: che, come vedremo, è quella del cane che si morde la coda; o meglio, del carnefice che vorrebbe farsi passare come vittima.
E dunque.
Cominciamo da qualcosa di oggettivo: i numeri, le statistiche.
Questo perchè tipico dell'italiano sono i bias, ovvero le percezioni cognitive distorte, in qualsiasi campo compreso questo, che spesso sono - a valle - il frutto di un'educazione distorta o di una vera e propria ignoranza a monte.
Riporto, a puro titolo esemplificativo, il titolo di un articolo che riassume le dimensioni del problema e le contestualizza rispetto a un altro che, invece (nota bene), NON è percepito affatto come un problema. Insomma, un raffronto tra due rischi.
https://www.voceapuana.com/attualit...morti-al-giorno-per-incidenti-stradali/20110/
Sì, avete capito bene: il rischio di morire per un albero è 365 volte inferiore a quello di morire per un incidente stradale. E questo per un semplicissimo motivo: è, tecnicamente, una
probabilità composta. Ossia la moltiplicazione successiva di
tre distinte probabilità, ciascuna della quali riduce di almeno uno o due ordini di grandezza quella precedente, rendendo la probabilità finale poco più che infinitesima: 1) quella che un dato albero cada; 2) quella che nel raggio o cono della sua caduta si trovi a sostare qualcuno; 3) quella che tale persona risulti seriamente colpita, con ferite gravi o mortali.
Provate già solo a verificare, in un grande parco, come appunto Villa Pamphili, sotto quante piante si vedono effettivamente sostare persone: una su... ? Poi immaginate che probabilità abbia
proprio quella pianta di essere talmente malridotta al punto di cadere. Infine, quante probabilità abbia la persona sotto di essere esattamente sotto la traiettoria di caduta e di non accorgersene assolutamente, al punto da restarci secca.
Uscire per strada e venire investiti e mille volte più probabile.
Eppure, nonostante questo, l'albero viene percepito come un pericolo mortale, mentre un automobilista NO : nonostante tale automobilista possa essere vecchio, coi riflessi rallentati, ubriaco, drogato, azzardato, incurante del codice stradale, con un mezzo non revisionato, ecc. ecc. ecc. E analogamente, nessun cornicione pericolante, balcone marcio di infiltrazioni, edificio in rovina ecc. viene percepito come pericoloso: quelli non si possono toccare, guai.
Ma gli esempi di rischi sistematicamente sottostimati a fronte di quelli arborei sovrastimati sarebbero innumerevoli.
Questo bias ha radici profonde (è davvero il caso di dire).
Già nel 1958 Giacomo Jucker, nel suo libro "Alberi ornamentali in Italia", citava un articolo a firma Polignoto apparso nel «
Corriere d’Informazione» del 23-24 agosto 1955, che merita di essere integralmente riportato:
"
Gli italiani continuano ad essere irriducibili nemici degli alberi e del verde. E quindi, tirate le somme, nemici di sé stessi. Gl’italiani hanno vero e proprio odio contro l’albero. In antico ogni casa rurale, ogni cascina, si teneva accanto un grande, solido albero, un olmo, una quercia, un platano, che la proteggeva, che dava ombra e bellezza e salute. Che è che non è, questi grandi, alti, nobili alberi sono spariti quasi dappertutto. Domandatene un po’ la causa. Il contadino si stringerà nelle spalle e vi racconterà la solita storia delle foglie che cadevano sul tetto e marcendo lo guastavano. O l’altra stupida bugia che l’albero era diventato l’albergo dei passeri, quei maledetti passeri che stando agl’Italiani sarebbero più voraci e pericolosi delle tigri.
La verità generale è questa: l’albero non rende e con la sua ombra impedisce la coltura dei cavoli lì sotto o di un po’ di prato. A tagliarlo, viceversa, l’albero rende subito: lo vendono o lo bruciano. E lascia libero il terreno, naturalmente. Ma la verità ancor più vera è un’altra. L’albero fa rabbia per- ché sta lì e non lavora. Passa uno, e ci pianta dei chiodacci, o gli isolatori della luce, passa un altro e strappa via dei rami, passa un terzo e te lo scorteccia, così per nulla, per ozio e divertimento".
Ecco qui a seguire alcune delle tante affermazioni che ascoltiamo in giro, o leggiamo sui social, riguardo ai presunti misfatti degli alberi:
– Sporcano (soprattutto le foglie, ma anche i frutti);
– sono pericolosi perchè (a prescindere) rischiano di cadere;
– Bloccano la luce (e così crescono le muffe e i funghi, e poi il prato non viene bene);
– Gli alberi devono stare nelle campagne, al massimo nei parchi, e non lungo le strade;
– Ospitano animali (storni, uccelli in genere, ma anche topi, insetti, ragni, serpenti);
– Le radici danneggiano le pavimentazioni e gli edifici;
– Costano troppo perché valga la pena di curarli;
– Sono indipendenti, non crescono secondo la mia precisa volontà;
– Sono troppi grandi (è più alto della mia casa, del nostro palazzo!);
– Non producono nulla di utile (albero che non dà frutto, taglialo tutto…);
– Provocano allergie;
– Coprono visuali e panorami;
– Voglio pavimentare il mio giardino e l’albero me lo impedisce;
– Mi tolgono l’aria ( !!! sentita e letta più volte, credeteci !);
– Gli assembramenti di alberi sono rifugio per ladri, drogati (pensiamo al bosco di Rogoredo divenuto un esempio in negativo di bosco urbano, come se i problemi sociali e legali fossero colpa degli alberi), gli alberi rendono le strade meno sicure;
- quelli a bordo strada sono colpevoli delle morti di chi ci si schianta (provate a immaginare se lo stesso ragionamento si potrebbe minimamente fare qualora invece al posto di un albero ci fosse un pedone);
– Si ammalano (su questo ne vedremo delle belle - o delle orrende - nel post successivo: della serie "chi veramente ammala cosa");
– Bisogna tagliarne i rami, quasi sino al tronco, così si rinforzano; e poi meno foglie da raccogliere;
– Cosa mi importa se raffrescano, io accendo il condizionatore.
Un’agghiacciante sequela di corbellerie strampalate, negative, senza fondamenta logiche.
Molte di queste addirittura fuori dal tempo, del tutto anacronistiche proprio rispetto ai tempi di cambiamenti climatici che viviamo, ed ancor più negli ambienti urbani, sempre più avviati a subire il fenomeno delle "isole di calore".
E' di pochi giorni fa la notizia di uno studio apparso su
Nature Medicine che stima il probabile numero di morti per caldo entro la fine del secolo per molte città, da cui si evince che proprio l'Italia è tra i Paesi più vulnerabili, con ben 4 città tra le prime dieci dove si registreranno il maggior numero di morti (Roma, Napoli, Milano, Genova), e un tasso medio di mortalità (attualmente circa 30 persone su 100mila abitanti) destinato a triplicare entro 30 anni (a 91) e sestuplicare entro fine secolo (191).
https://www.infodata.ilsole24ore.co...il-2099-per-le-ondate-di-calore/?refresh_ce=1
Col post successivo completerò il ragionamento dal versante dell'amministratore pubblico, colui che provvede quasi sempre a completare la frittata.