Finalmente sono riuscito a percorrere una parte dell'Alta Via 2 delle Dolomiti. Il progetto iniziale prevedeva di percorrere solo il tratto tra la Plose e il Passo San Pellegrino, ma poco prima della partenza ho deciso di tentare l'intero itinerario in cinque giorni e in completa autonomia. Il programma era di prendere il treno a Trento il pomeriggio del 13 agosto in modo da arrivare alla seggiovia Plose verso le 17.00. Avrei passato la notte, prima della partenza ufficiale, nei pressi della stazione di monte per poi incamminarmi in direzione Croce d'Aune il giorno successivo. L’intento era di arrivare a destinazione il 18 agosto. Purtroppo, non è andata così.
Come previsto, a Trento salgo sul regionale per Bolzano. Fa un caldo torrido e sul treno mi siedo nell’ultimo sedile della carrozza, quello singolo vicino ai bagni. La ragazza davanti a me suda vistosamente e senza farsi vedere si asciuga più volte il viso e il petto stando bene attenta a non scuotere la scatola di cartone che tiene sulle gambe. Un disegno colorato fa capire che dentro c’è un piccolo ospite pronto a trasformarsi in una farfalla. Con sé non ha altri bagagli e mi fa tenerezza pensare che si sia recata a Trento solo per ritirare quella scatola. Per lei dev’essere preziosa. Una volta giunto a Bolzano, il regionale per Bressanone arriva puntuale. Il convoglio è più fresco, ma quando siamo a Ponte Gardena veniamo invitati a scendere perché la linea presenta un guasto. Il capotreno rimane invano in attesa di istruzioni e nel frattempo alcune persone inveiscono contro di lui. Comincio a pensare che la mia avventura sia cominciata male e cerco di capire come arrivare alla seggiovia prima della chiusura prevista per le 18.00.
Avendo acquistato il biglietto del treno online, ricevo un’email che mi avverte della possibilità di prendere il treno successivo. Nel frattempo arriva un autobus sostitutivo, ma viene subito preso d’assalto. Un po’ poco per sostituire un treno nel periodo di Ferragosto! Spulcio nell’app dei trasporti altoatesini e vedo che potrei arrivare in tempo per la chiusura delle 18.00, ma solo se andasse tutto liscio come l’olio. Quasi come fossi l’unico ad avere uno smartphone, si avvicinano persone che mi chiedono di cercare per loro degli itinerari sostitutivi che li portino a destinazione. Faccio anche questo e poi torno in stazione per aspettare il treno. Mi segue un signore di Vipiteno che mi ha preso in simpatia una decina di minuti prima. Parla mezzo italiano e mezzo tedesco e tra un tic e l’altro dice che anche il prossimo treno si fermerà a Ponte Gardena perché il problema è sulla linea e non del treno. Gli dico di smetterla di portare sfiga, ride, si agita e il suo tic si accentua. Continua a ripetere che doveva prendere l’auto. Arriva il treno, saluto il mio nuovo amico e cerco un posto in piedi nei corridoi. Il treno era già pieno e ora è stracolmo.
Sceso dal treno, corro alla fermata del bus che parte con qualche minuto di ritardo, ma l’autista tenta il recupero. Avverto lo staff degli impianti che ci sono persone come me che hanno già acquistato il biglietto, ma che probabilmente arriveranno un po’ dopo le 18.00 per via del guasto al treno e chiedo la possibilità di ritardare la chiusura della seggiovia di qualche minuto. Arrivo ai tornelli alle 18.02, ma sono chiusi. Tedeschi! La cassiera ha già svuotato la cassa e formato i plichi da 100, da 50, da 20, ecc. Mi trovo a poche decine di centimetri da lei, solo un vetro ci separa, ma la sua indifferenza alle mie parole mi fa capire che alle 18.00 chiudono anche le relazioni umane. Capelli neri, lunghi, poco curati, nervosa. Avrà avuto una giornata pesante, immagino. Mi siedo fuori e comincio ad assaporare i 1000 metri di dislivello che mi attendono. Cerco di ricordare un sentiero sotto una seggiovia che non sia troppo pendente, ma non me ne vengono in mente. Nel frattempo, la cassiera esce dall’impianto, mi vede e accelera. Le chiedo quando riapre e, visibilmente imbarazzata, mi risponde alle 9.00 (in punto!). Guardandola da dietro mentre si allontana, penso che un po’ di trekking farebbe bene anche a lei.
Mi incammino lungo il ripido sentiero e mi godo dei buonissimi lamponi come aperitivo. Arrivato alla stazione di monte, mi imbatto in un cartello con scritto “Spaghetti con cozze e vongole”. Penso che vorrei mangiare altro in quei posti. L’acqua delle fontane è fresca e potabile. Mi fermo a parlare con un ragazzo che, come facevano una volta, porta a spalle dei borsoni pieni di bottiglie. Forse è uno del posto, ma i capelli neri e la pelle olivastra lo tradiscono. Gli chiedo come mai prelevi così tanta acqua alla fontana e con un accento meridionale mi risponde che in albergo l’acqua si paga e la seggiovia per scendere a valle costa. Penso che l’albergatore non sarà molto contento di vedere i suoi clienti che si portano l’acqua da fuori. Poche centinaia di metri oltre la stazione di monte trovo lo spot tenda che avevo adocchiato sulla mappa satellitare. C’è anche lì una fontana, un tavolo e un morbido prato con vista sulle Odle. In lontananza si vedono nuvole minacciose e decido di montare la tenda, anziché dormire sotto le stelle come avevo preventivato. Il tramonto è da favola ed è un peccato che la ragazza seduta su una panchina poco più in là non se lo stia godendo. Ormai è lì da un po’ e non mi sembra per nulla felice. La sua Focus elettrica cade a terra, ma lei continua a tenere la testa tra le ginocchia. La notte passa tra lampi e tuoni, ma di pioggia nemmeno una goccia.
Dalla Plose, parto con l’intento di arrivare fino al lago Crespeina, ma devo ancora capire bene come sto messo “a gambe”. La sera prima ero salito bene, ma 5 km non sono come 30! La seggiovia è ancora chiusa, quindi in giro ci sono solo due o tre persone che portano a spasso il cane. È uno spettacolo! La salita verso la Forcella de Putia è impegnativa, ma una volta in cima godo di una vista mozzafiato. Comincia ad arrivare molta gente e allora mi incammino verso una zona più tranquilla. Sdraiati sul prato ci sono due ragazzi poco più che ventenni intenti a scambiarsi delle coccole ripresi dalla loro Insta 360. Entrambi bellissimi nella loro giovinezza. Sono spagnoli e lei si avvicina per chiedermi qualche informazione riguardo alla zona e al meteo. Hanno guardato le previsioni per il Trentino (?) dove nel pomeriggio è prevista pioggia. Controllo sul mio Garmin Inreach e le previsioni prevedono nuvoloso, per il punto dove ci troviamo però. Mentre guardiamo le mappe sul mio smartphone, mi sento a disagio. Lei ha il viso troppo vicino al mio, tanto da sentirne il calore, ma per le nuove generazioni è normale, penso. Siamo tutti dei “bro”. Ci salutiamo e riparto.
È ora di pranzo e decido di fermarmi poco prima della salita alla Forcella della Roa. Quello è un tratto spacca gambe e non voglio rischiare un calo di zuccheri. Tiro fuori il pentolino e mi cucino un buon risotto. Nel frattempo, il pannello solare ricarica un po’ il powerbank. Gli spagnoli mi sorpassano, mentre un’altra coppietta di tedeschi che avevo già incrociato tre volte, alla vista del sentiero in salita, decide di cambiare itinerario. Lui, grande e grosso, è il capo squadra, quello che ad ogni incrocio guarda la mappa sullo smartphone e decide che direzione prendere. Lei, mingherlina, è sempre dietro che lo segue senza dire una parola. Lei porta dei pantaloncini corti aderenti rosa con righe bianche che non lasciano nulla all’immaginazione. Suppongo che sopra ci andasse altro.
Dopo il pranzo, parto carico più che mai, quasi come il mio powerbank. Mentre salgo lungo il breve, ma intenso zig-zag che porta alla Forcella della Roa, vedo la ragazza spagnola china su un masso. È stremata, ma per lei manca poco alla cima. Io, invece, mi metto al passo di una distinta signora sulla settantina che subito mi colpisce per com’è vestita. Sembra appena uscita dal guardaroba. Pantaloni di cotone lunghi marroni, camicia di cotone marrone chiaro a manica lunga, cappello di tela a tesa larga, occhiali da sole, zaino Deuter per più giorni. Passiamo qualche minuto a chiacchierare, si toglie gli occhiali da sole e sotto porta quelli da vista. Sotto ancora, dei magnifici occhi blu posti in risalto da un trucco essenziale. È tedesca, ma parla anche spagnolo, francese e inglese. Italiano no. Farà tappa al Puez come me e mi dispiace non poter passare più tempo con lei. Mi dà l’impressione di essere una signora colta e che abbia molto da raccontare. Le dico che magari ci rivedremo al rifugio e mi incammino. In cima alla forcella, la coppietta spagnola si ferma per tirare il fiato. Sono diretti al Rifugio Firenze, quindi le nostre strade si sarebbero divise poco più in là. Li saluto nuovamente e riparto.
Poco dopo arrivano le prime nuvole, ma quello che mi preoccupa è il tratto attrezzato che devo assolutamente superare prima del temporale. Ci riesco per il rotto della cuffia e mentre discendo lungo la valle prima del Puez comincia a piovere. Sono in una zona depressa e non mi preoccupano i lampi. Il mio pensiero va alla signora colta che ormai dovrebbe essere vicina al tratto attrezzato, mi volto ma scorgo solo due ragazze che scendono lungo i prati appena dietro di me. Portano dei pantaloncini cortissimi e sulle lunghe gambe hanno la pelle d’oca. La pioggia gli cola fino ai calzettoni e poi negli scarponi. So già che saranno in gore-tex ed entro pochi minuti saranno pieni come delle piscine. Arriviamo al Puez assieme e ci fermiamo fuori per bere una radler. Loro dormiranno lì, quindi decidono di entrare per riscaldarsi. Io, invece, mi fermo a parlare col gestore altoatesino e con il cuoco milanese. Sono simpatici e si prendono in giro a vicenda come se si conoscessero da una vita, ma in realtà si conoscono solo da due anni. Il cuoco mi racconta cosa ha fatto dai tredici anni in su e il tempo passa tra una risata e l’altra, mentre attendo che smetta di piovere. Anche lo staff attende che smetta di piovere perché a Passo Gardena c’è l’elicottero pronto a decollare con i rifornimenti. Qui sono tutti vestiti di giallo, pronti per le rotazioni. Ad un certo punto il gestore mi dice che ha quasi smesso di “pioggere”. Io e il cuoco ridiamo e gli diciamo che in quello che ha appena detto c’è “quadra che non qualcosa”. Mi metto l’impermeabile e riparto sotto una tenue pioggia. Un toscano vestito con una tuta grigia di flanella esce dal rifugio, mi sorride e mi dice che in montagna bisognerebbe essere attrezzati come me. Sembra Pieraccioni, o forse lo è. In effetti, la pioggia non mi spaventa. Indosso giacca e pantaloni impermeabili, nonché i miei soliti calzini, anch’essi impermeabili. Sono al caldo e all'asciutto. La mia meta, il lago Crespeina, non è lontana. In circa un’ora ci sono, ma capisco subito che la situazione è ben diversa da quella che avevo visto nelle foto in internet. Il lago è una pozza priva di affluenti e nei prati soprastanti pascolano le pecore. Quell’acqua è un pericolo. La radler mi ha rigenerato, quindi decido di proseguire fino a Passo Gardena. Ormai, a farmi compagnia sono solo le rotazioni dell’elicottero. Il cielo si è schiarito e il sole è basso. La dolomia si tinge di rosso. Alla forcella sopra Passo Gardena mi si apre un panorama mozzafiato. Vedo il Sorapiss, il re Antelao, i Lastoi de Formin, il Pelmo, il Civetta. È un peccato doversi abbassare di quota. Scendo velocemente e dietro ad una curva, in corrispondenza di un masso, sorprendo una coppia di ragazzi intenta a fare chissà cosa. Lei si abbassa velocemente la minigonna e io mi ritrovo tra i due, visibilmente imbarazzati. Sono ucraini. Lui, con una domanda di circostanza, mi chiede com’è il panorama da lassù e io gli rispondo che non serve che salgano fino alla forcella, stanno meglio lì. Lei in minigonna nera e camicetta grigia facile da sbottonare; lui in jeans e polo bianca della Lacoste. Dubito che fossero interessati a camminare in montagna. Immagino sia bello scambiarsi delle tenerezze godendosi il tramonto a Passo Gardena. Li saluto e riprendo la discesa. Ora litigano. Forse la festa per lui è finita.
Ormai sono 35 km che cammino. Mi trovo un posto per la tenda protetto dal vento, ceno, mi do una lavata, mando qualche messaggio e poi mi sdraio. Qualcosa davvero non quadra, penso. Sono in uno dei posti più belli delle Dolomiti e sono solo. Non vorrei. La notte viene giù di tutto, ma la X-Mid sembra reggere bene al vento. Dopo il temporale, dormo come un papa e mi godo un’alba dai mille colori. Il verde dei prati dopo la pioggia è diverso e forse se ne sono accorti anche i due caprioli che si rincorrono lì vicino.
Decido di passare al bar nei pressi del passo perché devo fare il pieno d’acqua. La titolare sta inseguendo due tedesche che non hanno pagato l’euro per l’uso del bagno, mentre io scambio due parole con la sua collega che mi spiega come funziona il sistema di raccolta dei rifiuti. Finito il travaso dell’acqua, mi incammino verso il Pisciadù. I ghiaioni sono impegnativi, ma affrontati di mattina non mi fanno paura. Anche i tratti attrezzati li supero in velocità, tanto che la ragazza che si era fermata a fare i suoi bisogni proprio alla fine dell’ultima fune, forse non si aspettava che io arrivassi tanto presto e la becco con i pantaloni calati. Bello il tatuaggio che pochi avranno visto!
Poco dopo il Rifugio Pisciadù mi fermo a parlare con un ragazzo cecoslovacco. Ha dormito nei pressi del Passo Pordoi e ha preso tanta acqua quanto me durante la notte. Sta asciugando la sua tenda e mi dice che sta percorrendo l’Alta Via 2 al contrario. Non è partito da Feltre, ma un po’ dopo e terminerà il trail a Brunico, anziché a Bressanone. Ci scambiamo qualche informazione e poi salgo verso il Piz Boè. È Ferragosto e quassù sembra di essere in riviera. Mentre mi godo la mia radler, vedo che i miei pannelli solari attirano l’attenzione di alcuni avventori. La soluzione si è dimostrata valida e penso che sarebbero curiosi di chiedermi qualche informazione, ma io faccio finta di niente, come se quella roba, stile dr. Emmett Brown, non fosse mia.
Mi incammino verso il Rifugio Pordoi e penso che la pioggia non si dimenticherà di me nemmeno quel giorno, viste le nuvole. Il Passo Pordoi e il Viel del Pan sono affollati come sempre, ma come si farebbe a tenere per pochi una vista così? La Marmolada è a un passo da noi. Mentre sono al Rifugio Viel del Pan, vedo che nella zona dove dovrei arrivare in serata stanno piovendo lampi. Decido di fermarmi per un po’ in modo da capire come si sta muovendo il maltempo. Il gestore mi dice che non pioverà e che potrei già incamminarmi, ma io non mi fido. Nel locale siamo solo in quattro ora; la minaccia della pioggia ha fatto scappare tutti. Un ragazzo olandese mi chiede qualche informazione. Anche lui sta percorrendo l’Alta Via 2, ma ha deciso di pernottare nei rifugi. Non si sente pronto per le notti in tenda. La sua prossima tappa sarà al Lago Fedaia, quindi è praticamente arrivato. Lui riparte, invece io rientro verso il locale dove mi muovo lungo le pareti osservando le foto e leggendo gli scritti appesi su di esse. Mi avvicino al bancone dove il gestore sta spiegando al suo dipendente che le spugne si buttano solo quando sono bucate e inservibili, mai prima. Quel posto e quelle persone nascondono una storia che io vorrei conoscere. Chiedo al gestore se mi può raccontare la storia della sua famiglia e di quel posto, mentre attendo che il tempo migliori. È chiaro che quell’uomo, ormai quasi ottantenne, è lo stesso giovane che si vede nelle foto. Alla mia richiesta, l’uomo si indispettisce e mi chiede come mai non gli racconto prima i fatti miei e poi, forse, lui mi racconterà i suoi. Gli rispondo che non c’è nessun problema, anzi, grazie dell’interessamento. Gli racconto da dove vengo e cosa faccio nella vita, i lavori stagionali che ho svolto, cosa ho studiato e molto altro. “Ora è il Suo turno”, gli dico. Capisce che sono veramente interessato a conoscere la storia di quel posto e allora mi racconta tutto partendo dal 1952. Si parla anche di quanti kw consumano le cucine, di come hanno posato i cavi della corrente, dei bagni e di come andava bene il primo modello della Panda. In pochi minuti, si è trasformato da un rude rifugista stanco di vedere turisti ad un signore orgoglioso di raccontare quello che ha costruito in tanti anni di sacrifici. Ormai per me è ora di partire e nel salutarlo mi stringe forte la mano e se la tira contro il ventre. Mi avvicino. Rimaniamo così per almeno un minuto, mentre con gli occhi lucidi mi racconta di un sogno che vorrebbe tanto realizzare con sua moglie. Ormai sono vecchi e rimpiangono una vita di duro lavoro. È consapevole che quel sogno rimarrà tale, ma io spero tanto che un giorno riusciranno a realizzarlo. Gli offro il mio numero di cellulare perché so di poterlo aiutare, ma rifiuta con rassegnazione. Mentre cammino al cospetto della Regina, penso che a volte ci si dovrebbe avvicinare ad un bancone chiedendo un racconto, anziché una radler.
Passato il Lago Fedaia scendo verso Malga Ciapela nei pressi della quale vorrei piazzare la tenda. Supero un tipo che al posto della testa ha un cespuglio. Porta uno zaino sulle spalle e una drybag rossa a tracolla da almeno cinquanta litri. Indossa delle scarpe basse e le tiene aperte. Sembra devastato, ma determinato. A causa del temporale, i prati sono tutti bagnati e non disdegnerei di passare la notte in una delle numerose baite che si incontrano scendendo lungo la valle. In lontananza ne vedo una aperta e decido di avvicinarmi. La porta non c’è più così come una parte del pavimento. Il tetto sembra buono, ma la tenuta all’acqua è stata sicuramente compromessa dai numerosi chiodi utilizzati per fissare le lamiere. Per terra è pieno di sterco e ci sono pezzi di assi ovunque. Eppure qualcuno ci ha già dormito qui, penso. Le pareti sono piene di graffiti. Mi fermo a leggerne qualcuno e mi convinco che chi ha dormito in quel posto probabilmente prima aveva già dormito al Nada Teatin e non aveva più nulla da perdere. Esco e scendo poco più a valle dove mi piazzo in un prato vicino al fiume. L’erba è appena stata tagliata, quindi non è molto bagnata. Inoltre, il fiume è vicino e posso così darmi una bella lavata. Nulla di più rinfrescante di un bagno in un fiume proveniente da un ghiacciaio. Dopo 31 km e una cena a base di tortellini, mi sdraio. Forse, almeno questa notte, non pioverà.
Mi alzo presto e mentre smonto il campo il sole penetra la valle, riscalda l’aria e dissolve la nebbia come per magia. La Forca Rossa mi attende. Il sentiero sale velocemente tra i larici dove i cavalli pascolano già da qualche ora e la dolomia lascia presto il posto al rosso del porfido. I cardellini volano tra un albero e l’altro in cerca di pigne da aprire per mangiare i semi. Questo posto mi ricorda la Val Malene, ma la roccia è diversa, solo le sensazioni sono le stesse. Dalla Forca Rossa si scende verso il rifugio Fuciade dove mi fermo per prendere acqua ad una fontana. Chiacchiero con una bambina di Benevento la quale sogna che il papà comperi una casa in quel posto. Le faccio tanti auguri.
Il Passo San Pellegrino non è lontano, ma prima di arrivarci mi prendo la prima pioggia della giornata. Qui nessuno sembra preoccuparsi, ma io so già che per il pomeriggio è prevista una tempesta.
Torna il sole e supero il passo alzandomi di quota lungo le pendici del Col Margherita. Mi fermo a lato del sentiero per il pranzo e poco dopo vedo salire una ragazza accompagnata da due adulti. Lei sembra sospesa tra due età. Ha ormai le generose fattezze di una donna, ma il canticchiare mentre cammina e i continui sorrisi agli alberi la riportano indietro verso una gioventù che presto dovrà salutare. Le dico di prestare attenzione ai miei tortellini e mi risponde che sarebbe un peccato rovesciarli. Il profumo è ottimo. L'avverto della tempesta in arrivo, ma tanto il suo papà ha detto che se dovesse piovere si ripareranno sotto gli alberi. Sentito questo, parlo con i genitori, ma decidono di proseguire comunque. Tornano le nuvole e io devo alzarmi ancora un po’ di quota, almeno fino a dove sarò lontano dagli alberi. Poco dopo, in una radura, incontro un uomo barbuto con il quale scambio qualche parola scherzosa. Ha il sorriso stampato in viso e che non sparisce nemmeno mentre parla. È simpatico, credo valga la pena fermarsi un po’ con lui. È di Catania, ma conosce bene il Trentino-Alto Adige e scopriamo di conservare nel cuore gli stessi luoghi, anche se per motivi diversi. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento sull’Etna. Ormai piove, ma i lampi sono lontani e il Col Margherita fa da parafulmini. Mi aspetta una lunga camminata in piano a mezza costa su rocce rosse. Vedo in lontananza le Pale di San Martino contenute in un cilindro d’acqua. Eppure, il Pelmo e il Civetta sono illuminati. La mia giornata doveva terminare sotto il Sasso Arduini, alle pendici delle Pale, ma se la situazione non cambiasse, penso che dovrò fermarmi prima. In ogni caso, fino al Valles ci devo arrivare. Piove, ma non intensamente. C’è, invece, un forte vento che mi fa temere per il wind-chill. Io però non sento freddo. Eppure, sotto la giacca impermeabile non ho null’altro. Il vento frantuma le gocce e me le getta in faccia, quindi cammino a testa bassa, come quando uno pensa. Maledetto pensare! Mi viene in mente di quel mio amico che mi sta seguendo da casa attraverso il link del Garmin che gli ho inviato. Penso che, se potesse, vorrebbe essere qui con me. Penso al Lagorai, ormai di fronte a me. Mi monta una rabbia dentro che da giorni sopivo e con la quale prima o poi dovrò fare i conti. Intanto, il cilindro d’acqua lascia intravedere le Pale imbiancate di grandine, ma è solo una breve interruzione.
Il telefono squilla ancora. Mia moglie ha chiamato troppe volte nelle ultime ore e penso che forse sia preoccupata per me. Il Rifugio Valles potrebbe significare la quiete per me e per la mia famiglia, quindi decido di fermarmi per la notte. Una volta collegato al wi-fi, cominciano ad arrivare messaggi di allerta per una nuova tempesta. Il rifugio è pieno di gente in cerca di un riparo e il gestore è agitato. Capelli bianchi, barba incolta, mentre prende la mia prenotazione gli devo ripetere più volte le generalità. Clicca nel gestionale come se la freccetta dovesse bucare lo schermo e gli chiedo se la stagione stia andando bene. Mi dice che non ce la fa più, che dalle 7.00 di mattina alle 7.00 di sera seduto in uno sgabuzzino è stancante, che il turismo di montagna è impazzito. Si calma un po’ quando gli faccio notare che se non lavorasse sarebbe ben peggio.
In camera faccio il bucato e stendo tutto sotto la gronda del tetto. Il vento è ancora forte e sono certo che a breve sarà tutto asciutto, tenda compresa. Mi sdraio e aspetto l’ora di cena. Arriva la seconda tempesta e devo ripiegare la tenda perché il vento la sta facendo svolazzare. Appena rientro in camera mi trovo davanti due ghiaccioli che mi chiedono se nel bagno ci fosse anche la doccia. Gli rispondo di sì e gli dico di stare attenti a non farsi scuoiare dall’acqua troppo calda. Temo non abbiano installato una valvola miscelatrice in caldaia. I due non sono vestiti da montagna, ma con sé hanno zaini e giacche impermeabili. Mi raccontano di essere stati recuperati con l’elicottero dalle Pale e che se la sono vista brutta per via dei fiumi d’acqua e dei fulmini la cui scossa arrivava fino a loro attraverso i cordini metallici. Capisco di aver fatto bene a fermarmi. Prima di arrivare al Valles, hanno comprato dei vestiti nuovi e con loro hanno il necessario per un’escursione di una giornata. Il resto della roba l’hanno lasciata al Rifugio Mulaz dove si recheranno il giorno successivo per recuperarla. È ora di cena e appena apro la porta mi si staglia di fronte un colosso con la testa a cespuglio e con una drybag rossa a tracolla. Il devastato sta seguendo la mia traccia. Noi tre scendiamo nel salone e passiamo assieme qualche ora parlando di montagna, di itinerari e di attrezzatura. Capisco che non sono degli sprovveduti, ma hanno comunque erroneamente valutato l’evoluzione del meteo. Quella breve interruzione dopo la grandinata sulle Pale non avrebbe portato ad un miglioramento. Torniamo in camera alle 22.00, ci auguriamo tanta fortuna e concordiamo sul fatto che sia valsa la pena fermarsi al Valles perché questo ci ha dato la possibilità di conoscerci. Spegniamo le luci, ma io devo ancora capire se il giorno successivo avrei potuto continuare il mio trail. Purtroppo, le previsioni per il pomeriggio sono pessime e non riuscirei mai a superare le Pale in tempo. Dovrei fermarmi nei pressi del Rosetta e proseguire per altri due giorni fino a Croce d’Aune. Un giorno in più non mi è possibile, quindi decido di abbandonare.
È il 17 agosto e mi sveglio presto per scendere a piedi verso Paneveggio dove posso prendere il bus fino a Predazzo e da lì il diretto per Trento. Mi sono lavato, ho fatto il bucato, quindi posso permettermi di salire sull’auto di qualcuno. Faccio autostop e in due tratte arrivo direttamente a Predazzo. Sono in anticipo per il bus, ma trovo due anziane signore di Genova e la barista della stazione con cui conversare. Ormai sento aria di casa e penso a quando, un mese prima, mi trovavo nello stesso posto per intraprendere la Translagorai. Anche allora il tempo mi tradì, ma le montagne sono ancora là ad aspettarmi, proprio come lo saranno le Pale. In tre ore arrivo a Borgo Valsugana e tutti sono contenti di vedermi perché durante le vacanze di Ferragosto c’è sempre qualche compleanno da festeggiare e io rischiavo di non esserci. Sento che il mio posto era lì e lo era proprio in quel momento. Adesso tutto quadra.
Come spesso accade, il bello del viaggio non è la meta, ma è il viaggio stesso. Ho avuto la possibilità di vedere posti bellissimi e di conoscere persone incredibili. Sono stato in grado di trovare una porticina su una vecchia corazza, di entrarci dentro e di emozionare un cuore tanto da far luccicare gli occhi. Ho portato immagini indimenticabili nella casa di chi non può più camminare lungo quei sentieri con le proprie gambe. Sento che, pur avendo camminato da solo, in realtà non lo sono mai stato.
Passo Gardena all'alba