Escursione Anello Altare Innominata Petroso da Barrea

Parchi d'Abruzzo
Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise
Data: 19 Luglio 2020
Regione e provincia: Abruzzo, L'Aquila
Località di partenza: Fonte del Sambuco
Località di arrivo: Idem
Tempo di percorrenza: 11 ore (per via di qualche errore durante il percorso)
Chilometri: 20 circa
Grado di difficoltà: EE+ La salita all'Innominata richiede il mettere le mani sulla roccia,passi dal I al III-. La discesa dalla cresta NO è delicata per via di canalini detritici molto inclinati e la crestina affilata e molto esposta in direzione Petroso.
Descrizione delle difficoltà: Oltre quelle di cui sopra si tratta di un giro veramente lungo e impegnativo.L'avvicinamento al Valico Altare Tartaro davvero interminabile.
Periodo consigliato: In estate e autunno le difficoltà sono quelle descritte.Con presenza di neve e ghiaccio diventa un'alpinistica di tutto rispetto e bisogna tenere conto ovviamente del notevole avvicinamento con i tempi che si dilatano di conseguenza.
Segnaletica: Segni biancorossi CAI fino alla testata di Vallelunga.Subito dopo un palo e poi non abbiamo trovato niente fino a pochi metri dal Valico.Poi dal Forca Resumi ricompaiono i segni.
Dislivello in salita: 1337 m.
Quota massima:2249 m
Accesso stradale: Si raggiunge Barrea in base alla località di provenienza.Da Barrea direzione Alfedena al primo tornante (700 m dalla fine del paese nei pressi di un'area camping) si stacca una sterrata.Parcheggiare.
Traccia GPS: https://it.wikiloc.com/percorsi-escursionismo/anello-altare-cima-innominata-petroso-e-petrosello-53066123

Descrizione

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Per questa trasferta in Abruzzo avevo in programma già da tempo una delle più belle attraversate del Parco d'Abruzzo, Lazio e Molise, da Monte Altare al rifugio Forca Resumi. Fantastica cresta che corre in uno degli ambienti più selvaggi e intatti dell'Appennino, riserva naturale integrale e patria di cervi, camosci e caprioli dove vive anche il lupo appenninico e l'aquila reale. Da qualche tempo si stanno registrando anche avvistamenti di un'orsa con al seguito quattro cuccioli, evento raro visto che di solito ne partoriscono due e più di rado tre.

Rimandata per quasi un mese causa condizioni meteo non ottimali, anche stavolta devo “litigare” con i vari siti meteo che danno previsioni contrastanti, dal più “incavolato” che prevede coperto con temporali pomeridiani al più ottimista che dà sereno tutto il giorno, mentre altri si mantengono su una via di mezzo. Infine sembra che dopo un po’di giorni consecutivi di tempo instabile, domenica 19 luglio dovrebbe essere perfetto, o quasi.

Giungo infatti a Barrea il pomeriggio del giorno prima e ad accogliermi ci sono piogge che mi colgono all'altezza di Castel di Sangro. A Barrea invece non piove ma il cielo e le montagne sono completamente coperte. Comunque prima di arrivare a destinazione, lungo i tornanti rimango folgorato alla vista del lago di Barrea. Si tratta dello specchio d’acqua più esteso dell’area protetta, formato dallo sbarramento del fiume Sangro: una vera e propria oasi in cui si possono avvistare specie rare di uccelli, come la ballerina gialla o gli aironi cenerini.

Su questo lago si affaccia il piccolo borgo medievale di Barrea, arroccato su uno sperone a 1066 metri, e circondato da alcune tra le più belle montagne del Parco. È classificato tra i “borghi autentici d’Italia”, un’Associazione che riunisce piccoli e medi comuni, enti territoriali ed organismi misti di sviluppo locale, attorno all'obiettivo di un modello di sviluppo sostenibile, equo, rispettoso dei luoghi e delle persone e attento alla valorizzazione delle identità locali. L'obiettivo: riscoprire i borghi italiani quali luoghi da vivere, sostenere e preservare.

Sistemati i bagagli al b&b vado subito a visitarlo. Perdersi nei suoi caratteristici vicoletti è un toccasana per gli occhi e per lo spirito. Si torna indietro nel tempo, soprattutto salendo verso il castello, strategico punto d'osservazione. Da lassù si apre un fantastico panorama sul lago che si coglie per intero e sulla incassata gola del Sangro che scorre placido nel fondo del vallone.

Come da previsione durante la notte l’alta pressione ripulisce il cielo dalle nubi e le temperature si abbassano di conseguenza. Il mattino seguente mi reco a piedi alla località di partenza che dista solo settecento metri. Il bel tempo, l'aria tersa e il cielo nitido rendono il paesaggio ancor più magico, ed' è un vero piacere contemplare in religioso silenzio tutta questa meraviglia.

Al primo tornante direzione Alfedena parte il sentiero indicato come K6. Mi fermo ad aspettare gli amici che stanno giungendo da Chieti. Insieme all'immancabile @Gianluca84 ci sono Matteo e Simona, compagni di avventura con i quali abbiamo condiviso la salita al Corno Grande per la ferrata Ricci due anni fa. Ci avviamo dal casotto Fonte del Sambuco e proseguiamo per un quarto d'ora in piano fino ad incontrare un bivio dove svoltiamo a sinistra prendendo il K5 entrando nella Valle dell'Inferno. A destra invece ci si inoltra nella Valle Jannanghera che conduce al Forca Resumi, percorso questo che faremo a ritroso.

Il sentiero immerso in un ambiente suggestivo e incontaminato tra aceri e faggi risale il letto di un torrente ormai privo d'acqua con grossi macigni ricoperti di muschio. Affrontiamo più in alto alcuni tornanti in forte salita fino a raggiungere l’effige della Madonna delle Grazie o del Buon Passo, incastonata in una roccia nel 1941. Dopo questo tratto decisamente impegnativo il percorso si addolcisce e scende di alcuni metri fino ai 1591 m della verdeggiante conca di Lago Vivo, unico lago non artificiale del Parco. Il nome “Vivo” deriva probabilmente dal fatto che cambia dimensioni nel corso delle stagioni.

Da questo punto la vista panoramica è già notevole sulle cime circostanti. Davanti a noi leggermente a destra si eleva lo Jammiccio. Di fronte si innalzano le balze rocciose del Petrosello, Petroso e la vertiginosa cima Innominata dalla forma piramidale che incute un certo timore. Nelle carte è identificata come Anticima sud del Petroso. Poi a sinistra dal bosco emerge la Cima di Lago Vivo che nasconde in effetti la prima parte della lunga cresta che andremmo a percorrere.

A questo punto dal Lago vivo avremmo dovuto seguire una traccia per Valle Cupella da cui il panorama diviene ancora più maestoso e completo. Invece ci lasciamo sedurre dal comodo sentiero che passa per la piccola Fonte degli Uccelli. Rientriamo di nuovo all'ombra della faggeta di Selva Bella fino a sbucare alla testata di Vallelunga su un dosso roccioso panoramico. Contollando la traccia GPS in effetti notiamo questa digressione che in ogni caso non preclude la prosecuzione per il Valico Tartaro Altare.

Nonostante abbiamo già percorso diversi chilometri, il cammino è ancora lungo. La cresta da cui inizierà la nostra attraversata è ancora molto, ma molto lontana. Lasciamo sulla nostra destra la rocciosa e isolata Cima di Lago Vivo. Davanti si distende invece il bellissimo pianoro carsico di Vallelunga con l'omonimo laghetto al centro del quale vanno ad abbeverarsi gli animali. Il paesaggio è maestoso e severo sulle creste, le vallate e i ghiaioni di queste splendide montagne.

Qui’ però commettiamo un piccolo errore di valutazione che ci svia dalla retta via. Invece di puntare verso il lago andando dritto per dritto seguendo il sentiero che sulla mia mappa viene nominato Anello di Monte Meta, in altre K3, ci inoltriamo verso destra senza percorso obbligato andandoci ad incartare tra collinette e praterie in fastidiosi saliscendi e scomodi camminamenti. Infine, dopo aver aggirato un monterozzo siamo costretti a scendere comunque sul fondovalle perdendo quota per riguadagnare la traccia originale. Nel frattempo compare un grosso branco di cervi che pascola indisturbato su un’altura e che si allontana velocemente al nostro incedere. Infine tra campi solcati e praterie in quota individuiamo un segno biancorosso e più in là un palo che indica la direzione per il valico Altare Tartaro che raggiungiamo da lì a breve.

Si è trattato di un avvicinamento inaspettatamente lungo. Durante quest’ultimo tratto non nego che un po’di sconforto si è impossessato di noi perché sembrava non finisse più. Finalmente però la piramide di pietra che segna i 2113 m. del Valico è raggiunta. Da questo punto di osservazione si ha un'ottima prospettiva su Monte Tartaro, dalla forma triangolare e con la sua strapiombante parete nord caratterizzata da stratificazioni a franapoggio che descrivono striature verticali. Un amico mi aveva consigliato tra l'altro di allungarmi a sud per raggiungerlo, ma è davvero lontano, piuttosto fuori mano e purtroppo è già tardi. Dopo una pausa meritata ci aspetta verso nord la nostra prima cima da conquistare, il Monte Altare. Si, perché da adesso inizia un'altra escursione.

Dal valico ai 2174 m. di Monte Altare non ci vuole molto. La prima delle quattro vette è conquistata agevolmente. Da ora in poi però il paesaggio diventa più duro, aspro e minaccioso. Dall’Altare dobbiamo scendere lungo un pendio scosceso e accidentato verso la sella che introduce alla Cima Innominata. Prima però si passa per una falsa cima senza nome quotata 2154 m. Superata questa, alla sella il colpo d'occhio sulla dirupata cresta nord dell'Altare e l'anfiteatro est dell'Innominata è davvero notevole. Fa presagire l’immensità del paesaggio che si spiegherà da ora in avanti.

Finalmente giungiamo al pezzo forte dell'escursione, quello che aspettavo di più: affrontare l’impegnativa cresta integrale dell'Innominata, da sud a nord ovest. Molti escursionisti infatti giunti a questo punto operano un aggiramento da sinistra molto in basso appunto per evitare le difficoltà della salita in vetta che prevede passaggi alpinistici anche di III. Si affronta un primo e successivamente un secondo culmine piuttosto scorbutico che ci deposita su una forcelletta. Da qui’ ingaggiamo la cresta sud dell’Innominata mettendo le mani sulla roccia. Ognuno si diverte seguendo il percorso più congeniale. Il temerario Gianluca si va a scegliere i passaggi più impervi in arrampicata mentre Simona un po’ timorosa insieme a Matteo procede per vie relativamente più facili. In ogni caso con attenzione raggiungiamo la nostra seconda meta, i 2171 m. della Cima Innominata. Su una lastra di roccia una scritta molto sbiadita riporta invece Anticima sud Petroso, ma io preferisco chiamarla Innominata che ha una connotazione più sinistra e minacciosa. Dalla cima si erge in tutta la sua aspra bellezza il Petroso che molti considerano la vetta più bella del PNALM. Impatta all'occhio anche la dura erta che dovremmo affrontare risalendone il ripido versante sud.

Se salire sulla cima dell’Innominata da sud richiede impegno e accortezza, scendere lungo la cresta nord ovest è ancora più difficoltoso. Preventivamente ci siamo attrezzati di corda da 20 m e imbrago per una eventuale calata, ma sembra si possa fare a meno di attrezzatura alpinistica. Dobbiamo però spostarci leggermente a sinistra rispetto la cima e cercare i passaggi relativamente più comodi per scendere. Relativamente perché qui’ di comodo non c'è assolutamente niente. Si tratta di disarrampicare lungo delicati canalini di roccia friabile quasi verticali fino a guadagnare una cengia più appoggiata. Dopo di che si attraversa un tratto di cresta affilata e molto esposta da percorrere con estrema attenzione, con mani e piedi fermi.

Io scendo per primo fino a raggiungere un comodo terrazzo dove terminano le difficoltà. A seguire giunge Gianluca e poi Matteo che dà una mano a Simona nel superare i passaggi più delicati. In ogni caso da questo punto di osservazione la vista non ha eguali sulla nord ovest dell'Innominata con la sua inviolata e verticale parete nord che si getta sul ghiaione sottostante. E dopo l'affannosa discesa dalla cresta restiamo basiti ammirando come un camoscio con quattro balzi si fa il traverso per intero da una parte all'altra della parete con assoluta disinvoltura e naturalezza.

Ora ci aspetta la pettata del Petroso che nel frattempo comincia ad essere avvolto da qualche folata di nebbia. All'occhio la dura erta da affrontare sembra lunga, ma in realtà non troppo. Tra canalini, roccette e crestine colmiamo i 150 metri di dislivello che ci separano dai i 2249 m. della vetta. Panorama assolutamente mozzafiato e circolare su quasi tutti i sistemi montuosi d'Abruzzo e non solo. Si va dal gruppo di monte Meta con la Val Canneto ad ovest al Pizzo Deta. Poi il Velino, il Corno Grande con la catena orientale, Il Capraro, monte Amaro di Opi e il Marsicano, poi la Maiella e altre cime minori. Purtroppo a causa della nuvolosità che si è intensificata dal primo pomeriggio non riusciamo a scorgerli tutti, ma va bene così.

Inizia la discesa verso l'ultima vetta chiamata affettuosamente Petrosello, ma che sulle mappe in realtà è segnata solo come una cima senza nome quotata 2171 metri. Lo sguardo sulla immane parete nord del Petroso è davvero spettacolare. Nome non poteva essere più azzeccato. Siamo al cospetto dell'assoluto regno della pietra fatto tutto di brecciai, circhi glaciali, vertiginose pareti rocciose e immensi ghiaioni, ambiente assolutamente selvaggio lontano anni luce dalla civiltà. Magnifica è anche la cresta che si snoda tra i due culmini disegnando un perfetto semicerchio. Da qui’ possiamo scorgere anche la conca e il lago di Barrea sovrastati dalla mole arrotondata del poderoso monte Greco.

Ma le difficoltà non sono ancora terminate perché per raggiungere l'ancora lontano rifugio Forca Resumi dobbiamo scendere lungo un’ostica erta molto inclinata e accidentata facendo attenzione alla roccia friabile. Qui’ non ho controllato il GPS ma sorge il dubbio di essere usciti fuori traccia, anche se a vista non abbiamo notato alternative più comode. Infatti, dopo questo tratto ferraginoso ritroviamo di colpo la traccia battuta che scende in direttissima al rifugio che raggiungiamo veramente stanchi. Ulteriore pausa per ricaricarci e tirar fuori le ultime energie per continuare sul sentiero K6 che si inoltra all'interno della Valle Risione prima e poi per l'incantevole Valle Jannanghera. Più in basso la pista attraversa l'omonimo torrente su un ponticello affiancandolo per un tratto. Infine giungiamo al bivio presso la Sorgente delle Donne chiudendo questo fantastico anello fino all’agognata Foce del Sambuco.

Fantastica ascensione molto lunga e impegnativa di grande soddisfazione. Venti chilometri percorsi in undici ore e 1367 metri di dislivello colmati insieme a tre squisiti compagni di viaggio, Matteo, Simona e Gianluca sempre pronto ad accogliere il mio invito e che ringrazio di cuore. Ancora una volta l'Abruzzo mi ha accolto a braccia aperte in tutta la sua incontaminata bellezza in attesa della prossima entusiasmante avventura.

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