Cronache da Camp Tere

Prologo - L’ululato che raduna il branco

Finalmente è marzo. La primavera è alle porte: gli alberi cominciano a rinverdire e gli amanti della natura tendono ad uscire dal letargo in cerca di avventure: io sono tra quelli.

Navigando nel forum in cerca di possibili esplorazioni nella mia zona, mi imbatto in un thread molto gioviale di GiulioSherpa risalente al 2020 che cerca di radunare altri “cani sciolti” da bushcraft.
L’idea mi piace un sacco, trovo perfetto lo spirito wild con cui è partito, ma non sono certo di essere all’altezza. Che fare? Sono indeciso.
Noto che altri utenti hanno risposto abbastanza recentemente; mi convinco, trovo il coraggio e invio un messaggio.
Provo ad unirmi “al branco” dopo anni di uscite da lupo solitario, sperando di non essere arrivato troppo tardi ed auspicandomi di non essere rigettato in quanto “zavorra”.

Il gruppo “Reggio Emilia” incredibilmente mi risponde quasi immediatamente e si cerca di programmare il prossimo raduno entro un paio di settimane.
Seguono messaggi organizzativi concretissimi che si susseguono a ritmo serrato e ci si dà appuntamento per raggiungere la meta: Camp Tere.

Affardello subito lo zaino e mi preparo per la prima uscita con il nuovo gruppo, ora prevista entro brevissimo!

Il gran giorno è finalmente arrivato.
Sveglia all’alba, colazione leggera, ultimo controllo all’attrezzatura e via alla volta del punto di ritrovo concordato.
Qui finalmente incontro Giulio in carne, ossa e attrezzatura. Forse altri ci raggiungeranno più tardi.
Ci dirigiamo insieme verso la meta.

Da subito iniziamo a parlare come se ci conoscessimo da sempre: i discorsi trasudano amore per la natura, per la libertà nei boschi e per le piccole grandi avventure che tanto piacciono a tutti noi.
Resto affascinato dai discorsi di Giulio che, con grande modestia, dimostra conoscenze ed esperienza da vendere. Ciò mi rincuora profondamente, trasformando il timore reverenziale di sentirmi “inadeguato” ad ardente desiderio di imparare quanto più possibile senza timore di essere giudicato.
Non posso non pensare all’ars maieutica, ma in versione bushcraft!

Seguono risate, racconti ed una interessantissima ricognizione topografica/storica dei territori che ci accingiamo a calcare.
Il sole nel mentre si alza nel cielo, diradando le nubi e graziandoci con il suo tepore primaverile; in questo modo il viaggio di andata vola e infine parcheggiamo il veicolo in uno spiazzo antistante un casolare.

Il paesaggio decisamente bucolico è stupendo; la pietra di Bismantova dall’alto della sua cima solenne e piatta sembra salutarci, il profumo nell’aria è inebriante, intenso e selvatico allo stesso tempo, come a rimarcare il fatto che siamo ospiti (graditi perché educati) della natura.

E’ sufficiente scendere dall’auto per essere catapultati lontano dalla città: tutto intorno a noi si scorgono tracce di tasso, impollinatori frenetici sono ovunque indaffarati a posarsi sulle fioriture colorate e la menta sativa cresce a perdita d’occhio.
Solo qualche edificio sparso ed una recinzione mi ricordano che in quel luogo ci sono altri “bipedi più o meno senzienti”, per il resto solo pace e serenità.

Giulio a questo punto mi stupisce ulteriormente scaricando dall’auto delle assi di legno trattate col fuoco: c’è in programma di costruire qualcosa!
Mi indica la direzione da seguire ed insieme percorriamo la strada che ci separa dal campo base, attraversando un bellissimo prato in cui già immagino cervi, cinghiali e daini al pascolo.

L’arrivo a Camp Tere mi lascia senza parole: incastonato tra basse conifere, come una gemma preziosa, troneggia il focolare con alari in pietra.
Tutt’intorno spuntano costruzioni in legno di ogni sorta: tavoli, panche, ripari. Praticamente il paese dei balocchi.
Mentre sgrano gli occhi per ammirare ogni cosa, frutto del duro lavoro da bushman, con ancora le assi in mano, Giulio mi indica “l’ultima fatica”: la capanna in fieri, rigorosamente in stile trapper.
E’ proprio lì che siamo diretti.

La compagnia è ottima, il lavoro da fare non manca e quando le cose vanno così bene il resto della mattina vola. È bello vedere qualcosa che cresce, prendendo vita dalle tue mani!
Lavoriamo le assi portate per proseguire il lavoro di carpenteria: si lega, si inchioda, si lima, sii batona, si fa e si disfa fino ad ottenere il risultato desiderato ma soprattutto ci si diverte come i pazzi imparando sul campo, anche dagli errori.
Porta e cardini della capanna ora sono pronti ed installati. Davvero un bel lavoro!

Giunta l’ora del pranzo ritorniamo al vicino focolare dove iniziamo a preparare i vari ingredienti, discutendo di metodi di accensione del fuoco mentre accatastiamo la legna.
Qui confesso di non aver mai provato metodi “arcaici” non avendo mai avuto nessuno in grado di insegnarmi.
Giulio non se lo lascia ripetere e, come un prestigiatore, fa comparire cotone carbonizzato, selce ed acciarino.
Nelle sue mani basta un rapido movimento per far scaturire scintille ed far partire l’esca.
Mi invita a provare: i miei primi tentativi sono goffi e di scoccar scintille la selce pare proprio non aver voglia ma all’occhio esperto di Giulio è subito chiaro il problema; mi invita a correggere il movimento del polso e subito anche io riesco a far partire il fuoco! Solo un vero maestro con poche parole è in grado di correggere l’allievo…
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Il resto del pranzo trascorre sereno tra racconti di avventure passate e progetti futuri.
Il fuoco intanto scoppietta, ci coccola e ci ipnotizza, l’odore del soffritto provvede a richiamarci all’ordine ricordandoci che non possiamo distrarci troppo (pena bruciare il pasto) neppure per ammirare le stupende poiane che si librano sopra le nostre teste.
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Segue menu sfizioso: antipasto con pane (rigorosamente cotto sul posto) e salame, risottino come prima portata, spiedini come secondo, infine frutta e caffè.
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Sazi e rinvigoriti dal lauto pasto, si indossa la prima linea lasciando gli zaini al campo e si parte alla volta del ruscello: la scusa è “lavare le stoviglie” ma sappiamo benissimo che il vero obiettivo è l’esplorazione… è un richiamo irresistibile.

Iniziamo a percorrere un sentiero noto ma improvvisamente madre natura ci ricorda che è lei la vera sovrana del bosco e ce lo dimostra senza mezzi termini: una frana ha totalmente cancellato la traccia. Massi sono emersi ovunque, temibili fenditure nel terreno si aprono intorno a noi, alberi abbattuti ci sbarrano la strada e rovi spinosi ci avviluppano rendendo difficoltoso ogni movimento.
Che fare allora? La resa ovviamente non è un opzione contemplata e lo scrociare dell’acqua del torrente ci richiama ad andare avanti come solo il canto di una sirena silvestre può ammaliare dei Bush-Ulisse.
Sfoderiamo segacci e coltelli e ci apriamo la strada, sentendoci un po’ “ranger” e un po’ selvaggi.
Il duro lavoro ha dato i suoi frutti: nuovo sentiero tracciato, tronchi e rami disposti in maniera opportuna e non pericolosa, ma soprattutto il torrente finalmente è tornato raggiungibile! Stiamo domando il bosco…

Stanchi ma felici e soddisfatti, sentendoci dei veri pionieri, raggiungiamo la riva del torrente, pronti a cogliere il nostro agognato bottino: lavare un paio di tegami in maniera “eco friendly”, con sabbia di fiume.

Qui l’ennesima sorpresa: uno sbarramento naturale ha creato un laghetto, tanto piccolo quanto grazioso e funzionale.
Subito iniziamo a ragionare su come si potrebbe incanalare l’acqua per creare una piccola fontana: così ci perdiamo tra leggi fisiche, metodi di filtrazione dell’acqua e tecniche di stoccaggio e potabilizzazione dell’acqua, ovviamente corredata da immancabili progetti (bushcraft) da realizzare.
Roba che Leonardo Da Vinci, levati proprio…
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Il tempo trascorso in natura è magico di per sé, ma quando la compagnia è ottima basta davvero pochissimo per rendere ogni piccola cosa più che fantastica.

Il lavoro al fiume è completato e le padelle sono linde.
Ci inerpichiamo così sulla strada del ritorno per tornare al campo, fieri del nostro percorso rinnovato.
La salita è ripida, i muscoli bruciano e madre natura, come premio per la nostra audacia ci regala un corno di cervo nascosto tra le fronde: diventerà una manicatura o una maniglia?
Terminata la salita gli alari in pietra, ormai familiari, ci accolgono benevoli, con le braci ancora fumanti e profumate come il caldo l’abbraccio di chi ci vuol bene.

Siamo mancati forse un paio di ore da Camp Tere, ma le esperienze maturate valgono anni.
Ci sediamo così intorno al focolare per riposare, intanto si discute amabilmente di attrezzature, filosofie, abbigliamento, tecniche, il tutto sorseggiando un’eccellente tisana fatta con infusione di menta di campo appena colta, che rinfranca spirito e corpo.


Il pomeriggio è ormai inoltrato ma la voglia di fare è ancora tanta: decidiamo allora di testare qualche strumento e qualche tecnica.
Sperimento una sega a catena come sostituta dell’accetta per i lavori pesanti e ne valutiamo pro e contro, testo una trivella manuale e Giulio non perde occasione per fornirmi fantastici spunti di riflessione sulle potenzialità di questo oggetto che culmina nella realizzazione di un appendiabiti (straordinariamente massiccio) di cui non mi credevo capace.
Spaziamo chiacchierando da tecniche di intaglio, a tecniche di soccorso, passando per nodi, tarp e tende, tessuti, cordame, libri e lame, in un flusso continuo di idee che è davvero impossibile affrontare nelle uscite da “cane sciolto”.
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Le ombre si allungano ed il sole stanco vuole riposare dietro l’orizzonte, cedendo il posto a sora luna. È giunto il momento di tornare a casa.

Raccogliamo l’attrezzatura, chiudiamo gli zaini ma prima di andare via troviamo il tempo di fermarci ad ammirare per qualche minuto uno scorcio mozzafiato del fiume Secchia, visto dal bordo di un dirupo a pochi metri da Camp Tere, tinto con i toni caldi che solamente il sole al tramonto sa offrire.
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Qualche guastafeste potrebbe dire che non è certamente il panorama che offre una cima alpina, ma io francamente me ne infischio: me ne frego dei selfie coi filtri da Instagram, me ne frego dei like, me ne frego delle località blasonate e soprattutto ne me frego di chi giudica e parla di outdoor da dietro una tastiera.
Mi sento davvero in cima al mondo, qui a Reggio Emilia, dopo una giornata così piena ed avvincente. In compagnia di Giulio, chiunque si sentirebbe come me.

Ripercorriamo la strada verso la macchina, gli ultimi raggi di sole ci accompagnano e salutiamo Camp Tere che è la nostra “casa nel bosco”, per tornare alla “civiltà” (termine ampiamente sopravvalutato ed abusato) ed alle nostre scatole di cemento.

Dallo specchietto vedo gli zaini nel bagagliaio, ora più leggeri di cibo ma più carichi di conoscenza ed esperienza, sullo sfondo le cime degli alberi (che ora so essere custodi di un luogo magico) ondeggiano scosse da una lieve brezza, come per salutarci.

I telefoni squillano, alti veicoli compaiono su strade sempre più trafficate, il verde è sempre più rado e lascia spazio al grigio dell’asfalto: siamo ormai giunti al primo punto di ritrovo dove il mio veicolo mi attende.

Ci salutiamo con Giulio con una stretta di mano fraterna, come se ci conoscessimo da sempre, con la promessa di tornarci insieme, insieme al resto del “branco”, quanto prima, ma non prima di averlo ringraziato per la stupenda giornata trascorsa insieme.

Fino alla settimana scorsa ero un cane sciolto e solitario.
Nello zaino avevo avevo pochi attrezzi, tanti dubbi e qualche remora ad uscire dalla mia routine e dalla mia comfort-zone.
Mi sono fatto coraggio ed ora ho trovato un amico, un maestro ed una “casa nel bosco”.

Chissà in futuro quali avventure ci aspettano, quanti altri amici potremo conoscere.
Tra 15 giorni lo scopriremo.

Se sei curioso di sapere come procederà la storia prova a restare sintonizzato sul canale 8, tono 16 e con un po’ di fortuna potrai sentire le comunicazioni radio di GiulioSherpa: “A tutti i lupi solitari e vagabondi che preferiscono fotografare l’impronta di una volpe a farsi i selfie in pose ridicole, sappiate che siete la resistenza.”

Se invece vuoi diventare parte della storia e scriverla insieme a noi, ti aspettiamo a braccia aperte. I lupi vivono bene in branco e Camp Tere può essere la tana dove fuoco, cibo e amicizia sono gli ingredienti della tua prossima avventura.

Alla prossima puntata, sacchi di pulci
 
Prologo - L’ululato che raduna il branco

Finalmente è marzo. La primavera è alle porte: gli alberi cominciano a rinverdire e gli amanti della natura tendono ad uscire dal letargo in cerca di avventure: io sono tra quelli.

Navigando nel forum in cerca di possibili esplorazioni nella mia zona, mi imbatto in un thread molto gioviale di GiulioSherpa risalente al 2020 che cerca di radunare altri “cani sciolti” da bushcraft.
L’idea mi piace un sacco, trovo perfetto lo spirito wild con cui è partito, ma non sono certo di essere all’altezza. Che fare? Sono indeciso.
Noto che altri utenti hanno risposto abbastanza recentemente; mi convinco, trovo il coraggio e invio un messaggio.
Provo ad unirmi “al branco” dopo anni di uscite da lupo solitario, sperando di non essere arrivato troppo tardi ed auspicandomi di non essere rigettato in quanto “zavorra”.

Il gruppo “Reggio Emilia” incredibilmente mi risponde quasi immediatamente e si cerca di programmare il prossimo raduno entro un paio di settimane.
Seguono messaggi organizzativi concretissimi che si susseguono a ritmo serrato e ci si dà appuntamento per raggiungere la meta: Camp Tere.

Affardello subito lo zaino e mi preparo per la prima uscita con il nuovo gruppo, ora prevista entro brevissimo!

Il gran giorno è finalmente arrivato.
Sveglia all’alba, colazione leggera, ultimo controllo all’attrezzatura e via alla volta del punto di ritrovo concordato.
Qui finalmente incontro Giulio in carne, ossa e attrezzatura. Forse altri ci raggiungeranno più tardi.
Ci dirigiamo insieme verso la meta.

Da subito iniziamo a parlare come se ci conoscessimo da sempre: i discorsi trasudano amore per la natura, per la libertà nei boschi e per le piccole grandi avventure che tanto piacciono a tutti noi.
Resto affascinato dai discorsi di Giulio che, con grande modestia, dimostra conoscenze ed esperienza da vendere. Ciò mi rincuora profondamente, trasformando il timore reverenziale di sentirmi “inadeguato” ad ardente desiderio di imparare quanto più possibile senza timore di essere giudicato.
Non posso non pensare all’ars maieutica, ma in versione bushcraft!

Seguono risate, racconti ed una interessantissima ricognizione topografica/storica dei territori che ci accingiamo a calcare.
Il sole nel mentre si alza nel cielo, diradando le nubi e graziandoci con il suo tepore primaverile; in questo modo il viaggio di andata vola e infine parcheggiamo il veicolo in uno spiazzo antistante un casolare.

Il paesaggio decisamente bucolico è stupendo; la pietra di Bismantova dall’alto della sua cima solenne e piatta sembra salutarci, il profumo nell’aria è inebriante, intenso e selvatico allo stesso tempo, come a rimarcare il fatto che siamo ospiti (graditi perché educati) della natura.

E’ sufficiente scendere dall’auto per essere catapultati lontano dalla città: tutto intorno a noi si scorgono tracce di tasso, impollinatori frenetici sono ovunque indaffarati a posarsi sulle fioriture colorate e la menta sativa cresce a perdita d’occhio.
Solo qualche edificio sparso ed una recinzione mi ricordano che in quel luogo ci sono altri “bipedi più o meno senzienti”, per il resto solo pace e serenità.

Giulio a questo punto mi stupisce ulteriormente scaricando dall’auto delle assi di legno trattate col fuoco: c’è in programma di costruire qualcosa!
Mi indica la direzione da seguire ed insieme percorriamo la strada che ci separa dal campo base, attraversando un bellissimo prato in cui già immagino cervi, cinghiali e daini al pascolo.

L’arrivo a Camp Tere mi lascia senza parole: incastonato tra basse conifere, come una gemma preziosa, troneggia il focolare con alari in pietra.
Tutt’intorno spuntano costruzioni in legno di ogni sorta: tavoli, panche, ripari. Praticamente il paese dei balocchi.
Mentre sgrano gli occhi per ammirare ogni cosa, frutto del duro lavoro da bushman, con ancora le assi in mano, Giulio mi indica “l’ultima fatica”: la capanna in fieri, rigorosamente in stile trapper.
E’ proprio lì che siamo diretti.

La compagnia è ottima, il lavoro da fare non manca e quando le cose vanno così bene il resto della mattina vola. È bello vedere qualcosa che cresce, prendendo vita dalle tue mani!
Lavoriamo le assi portate per proseguire il lavoro di carpenteria: si lega, si inchioda, si lima, sii batona, si fa e si disfa fino ad ottenere il risultato desiderato ma soprattutto ci si diverte come i pazzi imparando sul campo, anche dagli errori.
Porta e cardini della capanna ora sono pronti ed installati. Davvero un bel lavoro!

Giunta l’ora del pranzo ritorniamo al vicino focolare dove iniziamo a preparare i vari ingredienti, discutendo di metodi di accensione del fuoco mentre accatastiamo la legna.
Qui confesso di non aver mai provato metodi “arcaici” non avendo mai avuto nessuno in grado di insegnarmi.
Giulio non se lo lascia ripetere e, come un prestigiatore, fa comparire cotone carbonizzato, selce ed acciarino.
Nelle sue mani basta un rapido movimento per far scaturire scintille ed far partire l’esca.
Mi invita a provare: i miei primi tentativi sono goffi e di scoccar scintille la selce pare proprio non aver voglia ma all’occhio esperto di Giulio è subito chiaro il problema; mi invita a correggere il movimento del polso e subito anche io riesco a far partire il fuoco! Solo un vero maestro con poche parole è in grado di correggere l’allievo…
Vedi l'allegato 276244
Vedi l'allegato 276245
Vedi l'allegato 276246
Il resto del pranzo trascorre sereno tra racconti di avventure passate e progetti futuri.
Il fuoco intanto scoppietta, ci coccola e ci ipnotizza, l’odore del soffritto provvede a richiamarci all’ordine ricordandoci che non possiamo distrarci troppo (pena bruciare il pasto) neppure per ammirare le stupende poiane che si librano sopra le nostre teste.
Vedi l'allegato 276247
Vedi l'allegato 276248
Vedi l'allegato 276249 Segue menu sfizioso: antipasto con pane (rigorosamente cotto sul posto) e salame, risottino come prima portata, spiedini come secondo, infine frutta e caffè.
Vedi l'allegato 276250
Vedi l'allegato 276251
Vedi l'allegato 276253
Vedi l'allegato 276256
Vedi l'allegato 276258 Vedi l'allegato 276259 Vedi l'allegato 276260 Sazi e rinvigoriti dal lauto pasto, si indossa la prima linea lasciando gli zaini al campo e si parte alla volta del ruscello: la scusa è “lavare le stoviglie” ma sappiamo benissimo che il vero obiettivo è l’esplorazione… è un richiamo irresistibile.

Iniziamo a percorrere un sentiero noto ma improvvisamente madre natura ci ricorda che è lei la vera sovrana del bosco e ce lo dimostra senza mezzi termini: una frana ha totalmente cancellato la traccia. Massi sono emersi ovunque, temibili fenditure nel terreno si aprono intorno a noi, alberi abbattuti ci sbarrano la strada e rovi spinosi ci avviluppano rendendo difficoltoso ogni movimento.
Che fare allora? La resa ovviamente non è un opzione contemplata e lo scrociare dell’acqua del torrente ci richiama ad andare avanti come solo il canto di una sirena silvestre può ammaliare dei Bush-Ulisse.
Sfoderiamo segacci e coltelli e ci apriamo la strada, sentendoci un po’ “ranger” e un po’ selvaggi.
Il duro lavoro ha dato i suoi frutti: nuovo sentiero tracciato, tronchi e rami disposti in maniera opportuna e non pericolosa, ma soprattutto il torrente finalmente è tornato raggiungibile! Stiamo domando il bosco…

Stanchi ma felici e soddisfatti, sentendoci dei veri pionieri, raggiungiamo la riva del torrente, pronti a cogliere il nostro agognato bottino: lavare un paio di tegami in maniera “eco friendly”, con sabbia di fiume.

Qui l’ennesima sorpresa: uno sbarramento naturale ha creato un laghetto, tanto piccolo quanto grazioso e funzionale.
Subito iniziamo a ragionare su come si potrebbe incanalare l’acqua per creare una piccola fontana: così ci perdiamo tra leggi fisiche, metodi di filtrazione dell’acqua e tecniche di stoccaggio e potabilizzazione dell’acqua, ovviamente corredata da immancabili progetti (bushcraft) da realizzare.
Roba che Leonardo Da Vinci, levati proprio…
Vedi l'allegato 276252
Il tempo trascorso in natura è magico di per sé, ma quando la compagnia è ottima basta davvero pochissimo per rendere ogni piccola cosa più che fantastica.

Il lavoro al fiume è completato e le padelle sono linde.
Ci inerpichiamo così sulla strada del ritorno per tornare al campo, fieri del nostro percorso rinnovato.
La salita è ripida, i muscoli bruciano e madre natura, come premio per la nostra audacia ci regala un corno di cervo nascosto tra le fronde: diventerà una manicatura o una maniglia?
Terminata la salita gli alari in pietra, ormai familiari, ci accolgono benevoli, con le braci ancora fumanti e profumate come il caldo l’abbraccio di chi ci vuol bene.

Siamo mancati forse un paio di ore da Camp Tere, ma le esperienze maturate valgono anni.
Ci sediamo così intorno al focolare per riposare, intanto si discute amabilmente di attrezzature, filosofie, abbigliamento, tecniche, il tutto sorseggiando un’eccellente tisana fatta con infusione di menta di campo appena colta, che rinfranca spirito e corpo.


Il pomeriggio è ormai inoltrato ma la voglia di fare è ancora tanta: decidiamo allora di testare qualche strumento e qualche tecnica.
Sperimento una sega a catena come sostituta dell’accetta per i lavori pesanti e ne valutiamo pro e contro, testo una trivella manuale e Giulio non perde occasione per fornirmi fantastici spunti di riflessione sulle potenzialità di questo oggetto che culmina nella realizzazione di un appendiabiti (straordinariamente massiccio) di cui non mi credevo capace.
Spaziamo chiacchierando da tecniche di intaglio, a tecniche di soccorso, passando per nodi, tarp e tende, tessuti, cordame, libri e lame, in un flusso continuo di idee che è davvero impossibile affrontare nelle uscite da “cane sciolto”.
Vedi l'allegato 276254
Le ombre si allungano ed il sole stanco vuole riposare dietro l’orizzonte, cedendo il posto a sora luna. È giunto il momento di tornare a casa.

Raccogliamo l’attrezzatura, chiudiamo gli zaini ma prima di andare via troviamo il tempo di fermarci ad ammirare per qualche minuto uno scorcio mozzafiato del fiume Secchia, visto dal bordo di un dirupo a pochi metri da Camp Tere, tinto con i toni caldi che solamente il sole al tramonto sa offrire.
Vedi l'allegato 276255
Qualche guastafeste potrebbe dire che non è certamente il panorama che offre una cima alpina, ma io francamente me ne infischio: me ne frego dei selfie coi filtri da Instagram, me ne frego dei like, me ne frego delle località blasonate e soprattutto ne me frego di chi giudica e parla di outdoor da dietro una tastiera.
Mi sento davvero in cima al mondo, qui a Reggio Emilia, dopo una giornata così piena ed avvincente. In compagnia di Giulio, chiunque si sentirebbe come me.

Ripercorriamo la strada verso la macchina, gli ultimi raggi di sole ci accompagnano e salutiamo Camp Tere che è la nostra “casa nel bosco”, per tornare alla “civiltà” (termine ampiamente sopravvalutato ed abusato) ed alle nostre scatole di cemento.

Dallo specchietto vedo gli zaini nel bagagliaio, ora più leggeri di cibo ma più carichi di conoscenza ed esperienza, sullo sfondo le cime degli alberi (che ora so essere custodi di un luogo magico) ondeggiano scosse da una lieve brezza, come per salutarci.

I telefoni squillano, alti veicoli compaiono su strade sempre più trafficate, il verde è sempre più rado e lascia spazio al grigio dell’asfalto: siamo ormai giunti al primo punto di ritrovo dove il mio veicolo mi attende.

Ci salutiamo con Giulio con una stretta di mano fraterna, come se ci conoscessimo da sempre, con la promessa di tornarci insieme, insieme al resto del “branco”, quanto prima, ma non prima di averlo ringraziato per la stupenda giornata trascorsa insieme.

Fino alla settimana scorsa ero un cane sciolto e solitario.
Nello zaino avevo avevo pochi attrezzi, tanti dubbi e qualche remora ad uscire dalla mia routine e dalla mia comfort-zone.
Mi sono fatto coraggio ed ora ho trovato un amico, un maestro ed una “casa nel bosco”.

Chissà in futuro quali avventure ci aspettano, quanti altri amici potremo conoscere.
Tra 15 giorni lo scopriremo.

Se sei curioso di sapere come procederà la storia prova a restare sintonizzato sul canale 8, tono 16 e con un po’ di fortuna potrai sentire le comunicazioni radio di GiulioSherpa: “A tutti i lupi solitari e vagabondi che preferiscono fotografare l’impronta di una volpe a farsi i selfie in pose ridicole, sappiate che siete la resistenza.”

Se invece vuoi diventare parte della storia e scriverla insieme a noi, ti aspettiamo a braccia aperte. I lupi vivono bene in branco e Camp Tere può essere la tana dove fuoco, cibo e amicizia sono gli ingredienti della tua prossima avventura.

Alla prossima puntata, sacchi di pulci
Bella storia Fire, bravi te e Giulio.
 
Anche se il bushcraft non é di mio interesse , ho letto con gusto io tuo resoconto.Nelle ultime righe parli della frequenza 8/16 che, più o meno notoriamente, é quella che usano gli utenti di Rete Radio Montana.
 
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