Bike Dal Tirreno allo Ionio

Parchi della Sicilia
Parco Naturale dei Nebrodi
Dati

Data: 29 Luglio - 1 Agosto 2016
Regione e provincia: Sicilia - Messina - Catania
Località di partenza: Santo Stefano di Camastra (Me)
Località di arrivo: Catania (Ct)
Tempo di percorrenza: 4 Giorni
Chilometri: 180
Grado di difficoltà: EE
Descrizione delle difficoltà: Dislivelli molto ripidi con fondo spesso pietroso, complicati sia in salita che in discesa, sentieri non sempre evidenti, Tafani a gogo!
Periodo consigliato: Primavera - Estate
Segnaletica: Si può migliorare
Dislivello in salita: 4702m
Dislivello in discesa: 4698m
Quota massima: 1946
Accesso stradale: SS113 tra Santo Stefano di Camastra e Caronia
Traccia GPS: [puoi caricare la tua traccia GPS nella Mappa Escursioni ed inserire il link permanente al posto di questo testo]


Descrizione

Avevo già provato a fare la dorsale dei Nebrodi in bicicletta e dopo averla fatta a piedi ero certo che con il mezzo a due ruote sarebbe stato anche più facile.
Beh, la prima volta non è andata proprio così, con gli amici Gabriele e Filippo quella volta abbiamo dovuto interrompere a metà percorso per stanchezza fisica e brutto tempo imprevisto e dire che siamo degli escursionisti con un po’ d’esperienza, ma in bicicletta è tutta un’altra cosa. Di fatto da quella prova non riuscita abbiamo ricavato tante informazioni utili su cui poter lavorare.
Prossimo tentativo… l’estate successiva. Ci siamo dati un anno di tempo per migliorare la pianificazione del percorso, l’attrezzatura le biciclette e le capacità fisiche.
Prima necessità, la distribuzione dei pesi sulla bici. E’ vivamente sconsigliato sovraccaricare la ruota posteriore con portapacchi e borse laterali, forse può andar bene su asfalto, ma no su sterrato e pietraie. Abbiamo chiesto consiglio ad un nostro amico Gabriele detto Lele, pratico di viaggi in bicicletta e maniaco del viaggiare leggeri. Scopriamo che esistono veramente tante belle soluzioni e nel frattempo riusciamo a coinvolgerlo nell’impresa futura insieme a suo nipote ventenne Francesco.
Così tra un’uscita di allenamento ed un’altra cominciammo a modificare bici ed attrezzatura.
Via il portapacchi, al suo posto ampia borsa sottosella, Frame centrale e borsa da manubrio, (quest’ultimi me li sono cuciti da solo! )
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in questo modo il peso viene distribuito lungo l’asse longitudinale e quindi su entrambe le ruote ed inoltre non ci sono sporgenze laterali.
Via la Tenda, acquistiamo amache DD Hammock, ognuno quella che preferisce. Io ho preso la Jungle con zanzariera incorporata… grande utilità!
Pranzi e cene secche, frutta secca, vino e caciotta!! =)
Acqua circa 4 lt a testa, per fortuna i Nebrodi ne sono ricchi ed io nelle escursioni precedenti ho segnato tutti i waypoint dove trovarla.
Con il fisico più allenato e le bici rese più performanti scatta la proposta di modificare anche il percorso..
Decidiamo di non partire dall’ingresso della dorsale da portella Serra Merio a Mistretta 1093m slm ma dalla stazione del treno di Santo Stefano di Camastra 14m slm e salire fino alla quota della dorsale (circa 1100m slm) non dalla strada ma da alcuni sentieri che partono dalla Ss 113 per un totale di 24 km in super salita… Aiuto!
Modifichiamo anche l’arrivo, non più Floresta, fine naturale della dorsale dei Nebrodi ma Catania, da raggiungere lasciando la dorsale a ¾ deviando verso il lago Trearie, scendendo verso Randazzo per poi risalire sull’Etna da nord passando a sud dall’altomontana per poi scendere per circa 2000 per raggiungere la stazione catanese dove riprendere il treno!!
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Facciamo un’ultima uscita di controllo con attrezzatura al completo, saliamo sul monte di Palermo, monte Pellegrino, proviamo il montaggio delle amache, soluzioni varie per i Tarp proviamo qualche singletrack a pieno carico. Tutto perfetto!
Preparate le tracce per i gps, e con un occhio al meteo attendiamo la data della partenza!

29 Luglio ore 6.00 un bacio a moglie e figlio ancora a letto silenziosamente prendo la bici bella attrezzata ed ingrassata e raggiungo giù Filippo. Due battute un controllo incrociato delle bici e ci muoviamo verso il rendez-vous con Lele e Francesco. Gabriele purtroppo non si è potuto unire al gruppo. Biciclette sul treno e via verso l’avventura. Mentre tutti scherzano io schiaccio un pisolino!
Arrivati alla stazione di Santo Stefano non perdiamo un attimo subito in sella per sfuggire al sole che sale inesorabilmente, direzione ss113 per Caronia. Lasciamo la statale e cominciamo a costeggiare un quasi asciutto torrente che porta verso la prima difficoltà.
Noi le chiamiamo appizzatone (Ndr: appizzare= appendere, riferimento alla verticalità), salite ripide da affrontare in modalità amtb, ammuttabike (ammuttare= spingere bike bicicletta, scendere e spingere la bicicletta). Qui il problema non era tanto la pendenza quanto il fondo pietroso-sabbioso. Vabbè, ce ne saranno tante, proseguiamo ed iniziamo ad inoltrarci nel bosco.

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La salita fino alla dorsale è stata massacrante circa 40 km fino a quota 1400m ma ci siamo riusciti e per me è vero motivo di orgoglio.
Pedaliamo fino alle 19.00 tra una pausa pranzo ed una sosta pipì fino ad arrivare a ridosso di portella dell’Obolo dove decidiamo di fare il primo campo base. Montiamo le amache, attrezziamo il bivacco, ciabatte, fuoco, vino e buonanotte!

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La mattina sveglia presto, ci laviamo per poi ri-indossare i vestiti polverosi, smontiamo tutto, ci prepariamo e con le chiappe doloranti rimontiamo in sella.
Il paesaggio è sempre quello magnifico dei Nebrodi, odori, colori e suoni rapiscono e non ti fanno sentire i dolori alle gambe… o quasi.
Tra salite pesanti e discese piacevolmente sconfortanti, ma così è la montagna, incrociamo qualche cavallo e qualche cinghiale, tartarughe e rapaci intenti a mangiare qualche biscia.

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Forziamo un po’ sui pedali per raggiungere entro pranzo portella Femmina Morta 1524m slm dove speriamo di trovare all’incrocio con la provinciale un furgoncino con uno snello amico che vende panini e birre! Ci arriviamo con un discreto anticipo così bevuta una birrozza fresca acquistiamo pane, formaggi e salami per il pranzo e proseguiamo.

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Passiamo per il lago Maulazzo dove approfittiamo di una fonte d’acqua per rinfrescarci e proseguiamo verso il biviere di Cesarò dove è prevista la pausa pranzo.

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Da qui tra un pezzo di pane croccante ed una fetta di formaggio sudato si comincia a scorgere Lei, l’Etna in tutto il suo splendore e maestosità. Ci vediamo domani vecchia mia, intanto puntiamo verso la seconda tappa. Il lago Trearie.

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Verso sera dopo aver lottato contro irriducibili sciami di tafani dai denti a sciabola, con braccia e soprattutto glutei ridotti una pietà lasciamo la dorsale e raggiungiamo a fatica il lago Trearie.
Ci rechiamo verso l’unico punto in cui sono presenti degli alberi, fondamentali se il tuo unico giaciglio è un’amaca, il problema è che per non so quale ragione quell’unico punto alberoso è sede di un summit di bovini. Con molta disinvoltura ci addentriamo nel summit e senza disturbare prendiamo posto. A quel punto le nostre pezzate amiche si sono infastidite ma con molta grazia e cortesia ci hanno ceduto il posto. Montiamo le amache accendiamo il fuoco, ciabatte e cena!! Quella notte ho dormito veramente profondamente, nonostante il prurito!!

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Terzo giorno, solita sveglia presto, colazione, foto, vestiti semi solidi ed in sella.

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Circumpedaliamo un lago quasi asciutto ridendo per le incursioni di Filippo tra le mandrie di bovini stile transumanza nel far-west. Bene, dopo una breve salita oggi ci aspetta una lunga discesa verso Randazzo, dove pensiamo di arrivare per pranzo. La discesa la ricordo piacevole con uno splendido panorama ed a parte qualche imprevisto tipo una foratura, tutto scorre liscio e polveroso. Arriviamo alla cittadina esattamente ad ora di pranzo… ci facciamo accogliere in un’osteria… pranziamo seduti al tavolo, birra fresca, buon cibo. Assaltiamo una salumeria prima di ripartire per garantirci il cibo e vino per la cena ed il pranzo del quarto giorno.

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Ci concediamo una pennica sulle panchine del parco giusto per sfuggire alle ore più calde del primo pomeriggio. Ci attende un lungo pezzo di asfalto lungo la strada provinciale quota mille, per poi deviare e continuare a salire verso Cisternazza con meta al rifugio Saletti.
In assetto da tour de France, tutti in fila percorriamo i km di asfalto che ci collegano alla deviazione per il rifugio, lasciamo la provinciale, saliamo sul fianco dell’Etna oltre i mille raggiungiamo Cisternazza proseguiamo ed arriviamo alle porte del parco. Foto panoramica di gruppo e con il sole che comincia a volare basso percorriamo la mulattiera che ci conduce al rifugio Saletti.

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Non ero mai stato in questo rifugio, come quasi tutti i suoi simili del parco dell’Etna è ben curato, pulito, fornito di legna, sul retro ha anche delle stalle. Come quasi tutti i suoi simili è sprovvisto di acqua potabile, pazienza, lo sapevamo e così ci siamo caricati giù a Randazzo prima di partire.
Ceniamo su di un robusto tavolo di pietra sotto gli occhi attenti di un ghiro, l’aria è fresca, l’atmosfera è serena e soddisfatta.
Si discute di apportare una breve modifica al percorso per raggiungere il versante sud e cioè di passare da pizzo Deneri, circa 2800m slm, dai crateri sommitali ancora più su. Tutta strada che ho già fatto a piedi in passato. Di fatto non si allungherebbe troppo ma si salirebbe di altri oltre mille metri… Alla fine decidemmo di non variare il percorso e di proseguire secondo i piani.
Ultima mattina, salutiamo i Nebrodi che ancora si vedono dalla nostra posizione e ci avviamo lungo l’altomontana che si presenta più sabbiosa di quanto non ricordassi a piedi.

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Si pedala, uno ad uno ispezioniamo e superiamo i rifugi che incontriamo. In uno di questi Rifugio Poggio La Caccia, ci fermiamo a pranzare ed a prenderci una breve pausa con la soddisfazione di avercela fatta ed un po’ di stretta al cuore per la consapevolezza che questa splendida avventura stava voltando al termine. Pochi chilometri di terra e pietra lavica ci separavano dalla Provinciale 92 che porta a Catania, ce li siamo goduti tutti, metro dopo metro, pedalata dopo pedalata.

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Giunti sull’asfalto foto di rito e poi lasciandoci la grande mamma Etna alle spalle, ci siamo scatafottati giù per quasi duemila metri di discesa... w i freni a disco!! Giunti a Catania sosta al bar e poi in treno per tornare satolli di soddisfazione a Palermo.

Un'esperienza fantastica ed indimenticabile, per i luoghi e per la compagnia ottima!!
 

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