Recensione "Dieci splendidi oggetti morti" (che ci spiegano come siamo cambiati).

Un libro uscito da pochi mesi, dal titolo eloquente, "Dieci splendidi oggetti morti", che conduce a una riflessione descrivendo attraverso altrettanti esempi come la nascita e soprattutto la morte di un oggetto sia infinitamente meno banale di quanto possa sembrare, ed anzi si accompagni a un vero e proprio cambiamento antropologico dell'uomo, spesso sancendolo in modo irreversibile.
A questo link alcuni stralci che vale la pena leggere a cominciare dall'introduzione e dall'indice per comprendere meglio il tema (in particolare con il primo - credo ben familiare e calzante in questo forum - e gli ultimi due "oggetti" elencati).

https://books.google.it/books/about/Dieci_splendidi_oggetti_morti.html?id=GXzhDwAAQBAJ&printsec=frontcover&source=kp_read_button&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false

Tuttavia preferisco non farne una recensione mia, bensì proporne una fatta pochi giorni fa su un quotidiano perché coglie la vera essenza della questione andando forse persino oltre il libro stesso in quanto getta uno sguardo inquietante sul futuro che si può minacciosamente estrapolare dal recente passato: siamo forse passati dall'essere soggetti ben distinti dai nostri oggetti, esseri senzienti e pensanti, all'essere oggetti noi stessi, loro protesi, "cose tra le cose" ? O, se non lo siamo ancora, lo stiamo ineluttabilmente diventando ?

Di questa riflessione anticipo soltanto alcuni passaggi, tre, nei quali mi ritrovo in modo particolare.

Il primo è il "mondo che si va disincantando" : ed una delle varie situazioni in cui personalmente ritrovo questa sensazione è proprio col primo oggetto passato in rassegna, la carta topografica. Ogni volta che la ho tra le mani, mi impone in modo tangibile tutti i suoi limiti, anzi mi "limita" in senso vero e proprio, mi fa sentire un cavernicolo ormai diviso dal mondo... e tuttavia mi attrae. Mi attrae e mi affascina perchè ancora mi dona esattamente quello sprazzo di "incanto" che può regalare soltanto un percorso disegnato su carta, con tutti i suoi margini di approssimazione, di imprecisione e di conseguente ragionevole incertezza, allorchè passando alla sua verifica sul campo assume l'alone della scoperta. Il GPS che oggi tanti usano con naturalezza (beati loro) ha eliminato tutto ciò : rendendo chiunque si muova un punto sempre perfettamente definito nelle sue coordinate geografiche, e lasciandolo sempre consapevole da dove provenga, dove sia, verso dove vada e cosa sia destinato a trovare.

ll secondo passaggio è la scomparsa dell'oggetto simbolico : quello il cui possesso entra e si intreccia nella vita vissuta di una persona, nelle sue esperienze, e che quando spira per consunzione passa nel suo mausoleo personale di ricordi. Come appunto una cartina ormai incartapecorita con cui ci si è mille volte orientati, un paio di scarponi più volte risuolati e infine irrecuperabilmente lisciati, un'automobile con cui si son percorsi 5 giri della terra, un giaccone amico di indelebili temporali, grandinate o tormente di neve, il fazzoletto che ha asciugato lacrime di gioia o di dolore della nostra vita. Tutti esempi dove il soggetto resta, l'oggetto passa ma non prima di durate stoiche nelle quali il soggetto vi ha lasciato impresse la sua identità, le sue impronte digitali, corporee e persino mentali, non prima che lo abbia "usurato" sotto tutti gli aspetti: e per questo esso resta simbolico. Ora invece gli oggetti non hanno più alcun simbolismo, possederli non provoca più alcun piacere (il piacere buono dell'uso, non quello dell'ostentazione), e quando passano scivolano via senza che neppure vi siano lasciate impronte : di fatto, il gorgo in cui finiscono sembra trascinare anche il soggetto che li usa, rendendolo oggetto egli stesso, "cosa tra le cose".

Infine, gli ultimi due "splendidi oggetti" elencati. Che in realtà non sono propriamente tali : il silenzio ; e il cielo ("a capo chino sullo schermo mentre il resto intorno accade").

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"Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo", scriveva Salvatore Quasimodo nel 1946, di fronte all'orrore della tecnica al servizio della ferocia primordiale, denunciando "la scienza esatta persuasa allo sterminio". Ma potrebbe ancora valere, quest'immagine di una natura umana che di volta in volta si serve di nuovi utensili, si tratti di una fionda, della carlinga di un aereo, delle "ali maligne " o di uno smartphone, senza mutare nel profondo ? Il sodalizio tra il soggetto e gli oggetti di cui si serve è solo un rapporto strumentale, che non intacca l'essenza del vero e unico protagonista della storia ?

E' questo il nodo decisivo con cui si confronta Massimo Mantellini, pioniere italiano del web,tra i primi esperti di tecnologia e cultura digitale che dagli anni '90 studia e scrive di come internet, pc e i nuovi device stiano ridisegnando il mondo. Oggi traccia una mappa dei cambiamenti epocali avvenuti sotto i nostri occhi o tra le nostre mani, seguendo la sorte di dieci oggetti di uso quotidiano che nel volgere di pochi anni ci hanno lasciato.

E che inevitabilmente, nel suo percorso in dieci stazioni, inizia proprio dalla cartografia, dall'antica ambizione di astrarre e trasferire in scala gli spazi terrestri su un supporto maneggevole, anche se un po' scomodo, come le gloriose mappe stradali con cui la famiglia Mantellini, negli anni '60, partiva dalla Romagna per andare in villeggiatura in Val di Fassa. L'arte di segnare il percorso con il polpastrello (vietato segnare, anche a matita !) e poi di richiuderle resistendo al vento, seguendo il verso giusto e le consuete piegature, e soprattutto tenendo lontane le grinfie minacciose dei bambini.

Tutto questo resiste solo nella memoria, lo stupore di Mantellini bambino che all'autogrill guarda l'espositore con le mappe di Paesi lontanissimi (la Norvegia !) oggi non ha più ragion d'essere. Ma in fondo anche quelle mappe stradali, che magari ancora resistono nel bagagliaio di qualche nostalgico, erano il prodotto di un'evoluzione inarrestabile, rispondevano all'esigenza di una precisione nell'orientamento che accompagna l'uomo almeno da quando archiviò le mappe medievali. L'ispirazione immaginifica dei cartografi premoderni, infatti, raffigurava l'ubicazione del paradiso terrestre e non badava alle proporzioni. Poi, nel XiV secolo, con oltre un millennio di ritardo, la riscoperta della geografia di Tolomeo portò a un criterio di razionalizzazione dello spazio di cui ancora oggi ci avvaliamo. E così, un passo dopo l'altro, si arrivò alle mappe su carta e poi a quegli atlanti Michelin che coniugavano un certo grado di esattezza con un buon grado di umanità, tracce soggettive sulle cose e abitudini familiari che oggi ricordiamo con affetto. Tutto ciò, quest'aura umana che aleggiava intorno a quasi ogni strumento, oggi non c'è più : l'arrivo dei navigatori satellitari, di Google Maps e di Street View l'ha spazzata via, facendoci guadagnare in cambio una precisione assoluta. O meglio, quasi assoluta. Il tecnologo e futurologo Mantellini, infatti, apre anche suggestivi squarci sugli sviluppi imminenti che noi utenti/consumatori neppure immaginiamo : quando la guida autonoma si approprierà del controllo dei nostri percorsi, incrociando in modo automatico persino le diverse concezioni etiche sul male minore nelle varie aree del mondo per decidere in pochi istanti (e senza coinvolgere noi passeggeri) il da farsi in caso di incidente stradale (meglio sacrificare la vita di un giovane pedone indiano o di un'indifesa anziana europea ?), allora persino lo street view he usiamo noi oggi riaffiorerà alla memoria come una dolce madeleine di inizio secolo.

Il punto filosofico più importante del libro è la conferma che all'avvicendarsi di strumenti e tecnologie cambiamo radicalmente anche noi. Il capofamiglia previdente che la sera prima di partire studia il viaggio sulla mappa ben distesa sul tavolo della cucina non ha più molto a che fare con chi oggi si sposta virtualmente in ogni angolo del pianeta. Persino se si tratta della stessa persona, di un "immigrato digitale". Ce lo confermano le altre storie di oggetti perduti narrate da Mantellini. Il telefono Ericsson, in bachelite, di sua madre, ritrovato durante il trasloco : una silhouette azzurra dal mirabile design nordico, che univa cornetta e rotella dei numeri e che oggi riassume un pezzo della biografia di quella donna del '900. Nessuno smartphone oggi potrebbe fare altrettanto. E lo stesso vale per la penna (oggi sostituita dalla tastiera di cui peraltro già si profila il tramonto a causa dei PDA (personal digital assistant) come Alexa. Per le lettere che inseguivano gli amici e gli amanti in capo al mondo, e per le macchine fotografiche, per i giornali, per i dischi (inclusa la meteora CD), per il cielo, come spettacolo naturale che non contempliamo più, e addirittura per il silenzio (lasciamo al lettore il piacere di scoprire perchè). Questa la lista degli splendidi oggetti morti, che ci hanno resi orfani, e infine donne e uomini diversi.

Ma non è la nostalgia (che pure affiora a tratti) a prevalere. In gioco c'è una questione tecnologica e antropologica. Il mondo, radicalizzando la nozione di max Weber, si va disincantando.Trionfa il sogno, per dirla con il sociologo tedesco, "di dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale". Gli oggetti perdono ogni valenza simbolica per lasciar spazio alla funzionalità pura (anche se Steve Jobs, spiega Mantellini, ha intuito che la seconda non può prevalere del tutto sulla prima). Il bisogno di precision, soddisfatto in misura progressiva dall'apparato scientifico - tecnologico, cancella l'aura affettiva degli oggetti e li de-umanizza. L'obsolescenza degli elettrodomestici sostituiti da modelli sempre più aggiornati è ormai storia nota. Ma oggi si aggiunge la cancellazione dell'ultima traccia del soggetto nell'oggetto : il possesso, quel poter guardare un telefono, una radio, un'auto comprata risparmiando sulle spese o una bicicletta regalata dai genitori, e poter dire "è la mia". L'economia dello sharing e l'imminente internet of things che renderà gli oggetti quotidiani delle interfacce con server e centrali tecnologiche a noi ignote, libereranno le cose dal controllo umano in modo irreversibile, ne molleranno gli ormeggi rimuovendone così il marchio affettivo che fino a pochi anni fa ancora le segnava facendone, a loro volta, segni della nostra presenza nel mondo.

Il soggetto, dal canto suo, non esce indenne da una simile metamorfosi : infinitamente più leggero e più capace di raggiungere obiettivi prima impensabili, la sua identità personale un tempo ancorata agli oggetti di riferimento ora si snoda come un raccordo frammentario, veloce, inafferrabile. Il mondo tecnologizzato di oggi non si impone certo con la fredda e asettica oggettività della "gabbia d'acciaio" di Max Weber. Il disincantamento avviene anzi attraverso la seducente modalità della "personalizzazione". Il più chiaro esempio è costituito dai social network, costruiti intorno all'io singolare, alle sue idiosincrasie, alle sue passioni più intime e volubili : nessun ordine ferreo, insomma, si impone sul soggetto-funzionario delle tecniche descritto da Heidegger quasi un secolo fa.

Rimane però da chiedersi : questo soggetto ideale del XXI secolo, svincolato dalle cose, leggero e nomade, cosmopolita, sradicato e libero di cambiare assecondando le proprie voglie ad ogni istante (quando se o può permettere) è ancora un vero soggetto ? O piuttosto la trasformazione che ha sepolto il mondo di ieri ha travolto anche lui, rendendo la sua soggettività null'altro che la maschera ingannevole e anacronistica di un essere sempre pensante e senziente, certo, ma ridotto a cosa tra le cose ?"
 
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Per quanto mi riguarda, come penso per molti di noi, diversi degli "oggetti" citati sono tutt'altro che morti.
Interessante comunque la riflessione sociologica, anche se questa non è solo storia recente. Dall'alba dell'uomo qualunque forma di progresso ha prodotto sempre una proporzionale alienazione. E' vero che negli ultimi due decenni si è completamente stravolto il paradigma della comunicazione e dell'informazione, ma uno stravolgimento di pari entità non è forse accaduto già in passato? Ci sono cose che in passato hanno sconvolto radicalmente il modo di fare qualcosa per l'intera umanità? In che modo l'alienazione che ne è conseguita è stata superata, se lo è stata? Per il futuro sarà meglio evitare ulteriori stravolgimenti? Sarà meglio rifugiarsi sulla cima di una montagna ignota o cavalcare l'onda della prossima rivoluzione di pensiero? Ovviamente sono tutte provocazioni.
 
Per quanto mi riguarda, come penso per molti di noi, diversi degli "oggetti" citati sono tutt'altro che morti.
Interessante comunque la riflessione sociologica, anche se questa non è solo storia recente. Dall'alba dell'uomo qualunque forma di progresso ha prodotto sempre una proporzionale alienazione. E' vero che negli ultimi due decenni si è completamente stravolto il paradigma della comunicazione e dell'informazione, ma uno stravolgimento di pari entità non è forse accaduto già in passato? Ci sono cose che in passato hanno sconvolto radicalmente il modo di fare qualcosa per l'intera umanità? In che modo l'alienazione che ne è conseguita è stata superata, se lo è stata? Per il futuro sarà meglio evitare ulteriori stravolgimenti? Sarà meglio rifugiarsi sulla cima di una montagna ignota o cavalcare l'onda della prossima rivoluzione di pensiero? Ovviamente sono tutte provocazioni.
La mia sensazione è che ci sia qualcosa di diverso in QUESTO stravolgimento, in primis la velocità, che lo rende difficilmente digeribile, metabolizzabile, e men che meno governabile.
Mai come in questi anni, ad esempio, la legislazione (ossia il mezzo attraverso cui una società governa se stessa ed i fenomeni che la attraversano) si è trovata a dover inseguire nuovi stati di fatto, e/o a ritrovarsi già obsoleta appena varata, lasciando spesso lacune ampie come voragini prive di qualsiasi forma di disciplina. Era accaduto anche prima ? Sì, ma mai con questa intensità, frequenza e portata.
È uno stravolgimento difficile da definire in tutti i suoi aspetti, ma ad esempio uno dei più lampanti mi verrebbe da chiamarla l' "esternalizzazione del pensiero".
Il progresso insito negli oggetti, cioè, non coadiuvano più l'uomo solo fisicamente o nelle funzioni mentali più meccaniche (come una calcolatrice), ma per la prima volta lo sostituiscono anche dove dovrebbe esplicarsi appunto il suo pensiero, cioè nell'aspetto più creativo del suo essere.
Non solo molte volte è venuto meno il rapporto romantico - affettivo (non è tanto questa la questione), ma sempre più viene meno anche e soprattutto il rapporto "collaborativo, dove l'oggetto è il braccio e l'uomo la mente ma entrambi partecipano in sinergia all'azione. Ora no : l'azione viene delegata sempre più in blocco, in tutti i suoi passaggi, anche quelli della "mente".
Di questo passo, estremizzando, saranno oggetti esistenti a crearne di nuovi, cosa che già accade, ma stavolta senza più alcuna supervisione umana, neppure la più verticistica, sarà delegato anche il controllo dell'azione.

Ti allego solo un pezzo letto giorni fa, che esordisce proprio con un dato curioso ed eloquente (che in un certo senso conferma quella sensazione appena descritta) : parrebbe che negli ultimi 20 anni per la prima volta il quoziente intellettivo medio anziché crescere - come nei precedenti 50 - abbia cominciato a diminuire. Guardacaso, proprio quei due ultimi decenni a cui ti riferisci anche tu. Guardacaso, solo nei Paesi sviluppati. Guardacaso, allorché sono fioriti i social. Guardacaso quando sono proliferate una serie infinita di funzioni automatiche - tutorial, navigatori, traduttori, e diecimila altre - che hanno consentito di pensare, ragionare sempre meno e di semplificare sempre più. Troppe coincidenze per non coagulare un indizio.
Ed una delle conseguenze peggiori la si è avuta proprio sul linguaggio, che è l'altra faccia del pensiero, perché serve a renderlo, a dargli corpo. Impoverimento del linguaggio, che è la versione deteriore della semplificazione (sempre più essenzializzato, persino nella mera digitazione delle parole, "cmq" per "comunque"), che si traduce in impoverimento del pensiero : esattamente come quando ci si vorrebbe esprimere in un'altra lingua senza saperla. Solo che adesso sta avvenendo con la propria, quella madre. Allora il punto è: le conseguenze si fermano a questo ? (che già sarebbe grave). Oppure la deriva da qui può estendersi e procedere su ulteriori chine ? E cosa ci guadagniamo e cosa ci perdiamo in questa traiettoria ?
Del resto l'equivalenza progresso - benessere è stata già più volte smentita altri fronti, in primis quello ambientale.
Anche le mie sono (preoccupate) provocazioni. Una su tutte, estrema : a cosa servirà "insegnare" e " imparare" ?

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L'effetto Flynn – che prende il nome dallo scienziato che ha studiato questo fenomeno – afferma che il Quoziente d’Intelligenza (QI) medio della popolazione mondiale è in continuo aumento. Questo almeno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’90. Da allora il QI è invece in diminuzione.
È l’inversione dell’Effetto Flynn.
La tesi è ancora discussa e molti studi sono in corso da anni senza riuscire a placare il dibattito. Sembra che il livello d’intelligenza misurato dai test diminuisca nei Paesi più sviluppati.
Molte possono essere le cause di questo fenomeno.
Una di queste potrebbe essere l'impoverimento del linguaggio.
Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l'impoverimento della lingua: non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso.
La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento, incapace di proiezioni nel tempo.
La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di colpi mortali alla precisione e alla varietà dell'espressione.
Solo un esempio: eliminare la parola "signorina", ormai desueta, non vuol dire solo rinunciare all'estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l'idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie.
Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero.
Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall'incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole. Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile.
Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare.
La storia è ricca di esempi e molti libri - da Georges Orwell con 1984 a Ray Bradbury in Fahrenheit 451 - hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c'è pensiero senza parole.
Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale? Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro? Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto?
Voglio rivolgermi ai genitori e agli insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c'è la libertà.
Coloro che affermano la necessità di semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.
Non c'è libertà senza necessità.
Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza.

Christophe Clavé
 
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ma alla fine quali sono gli oggetti morti?

Perchè per qualcuno per me non è morto e qualcun altro ci mangio i pasticcini sulla tomba.
le carte stradali io per esempio le ho ancora,aggiornate a quando la sciantosa si strofinava nei saloni sull'alfetta ma le ho e comunque utili per dare "un idea" dell'itinerario

Il telefono fisso,vabbè è andato nessuno piangerà. Il telefonino lo posso spegnere se non voglio che gli altri si facciano gli affari miei. O lo lascio a casa se c'è qualcuno che guarda dove sono

la penna a sfera io la uso,meno male che è morta la stilografica,altro odioso feticcio da malati di stile che poi in pratica rallentava la scrittura e dava spesso problemi.

la lettera,bè molti che abitano in condominio ricevono ancora le raccomandate da chi gestisce (doc sta zitto non mandarli dove sai tu) e magari ti fanno perdere tempo perchè il portalettere non ti ha trovato...va bè sapete dove andrei a
parare

macchina fotografica? Bè se vi sembra giusto dover aspettare i comodi del fotografo e pagare 30 E per 20 foto magari pure fatte male,bè benvenuto digitale

ai giornali....bè fosse per me li chiuderei tutti. Guardate in tempo di "virus" quale differenze tra le prime pagine....con le "impennate " di contagi. Certa gente impennerebbe pure una croma per fare utenza! Ricordo che è a trazione anteriore,non impenna manco se molli la frizione in prima con il motore sul limitatore. Poi se il primo giorno è impennata il secondo ha raschiato la targa e il terzo ha dato il giro?

E gli altri quali sono?

I fiammiferi? Bè vi piaceva respirare la puzza di zolfo?
 
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La recensione del libro (che sembra la parodia della band indipendente Tre Allegri Ragazzi Morti) mi ricorda un libro che non ho letto ma solo intravisto negli scaffali di casa. Si intitola "Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione" di Alexandre Koyrè
 
La mia sensazione è che ci sia qualcosa di diverso in QUESTO stravolgimento
Ogni stravolgimento è diverso dal precedente per definizione, altrimenti non stravolgerebbe.
Il problema principale in questi ragionamenti secondo me è di identificarsi personalmente con il genere umano.
Il singolo essere umano, cerca continuamente di migliorare la propria condizione e lo fa principalmente in base a: la propria storia, l'ambiente naturale e sociale che lo circonda, i propri desideri. A volte questa ricerca la affronta non sapendo dove va a parare e raramente scoprendo o inventando qualcosa che non conosceva o che non conosceva l'intera umanità, così questo qualcosa diventa per tutta l'umanità un tassello del suo progresso, al di là dello scopo per cui lo utilizzerà e indipendentemente dal volere del singolo essere umano.
L'umanità ha quindi un suo corso determinato principalmente da queste scoperte o invenzioni (in qualsiasi settore) e da chi sono portate avanti.
Il singolo essere umano, come ho scritto sopra, ha la propria storia, vive generalmente in un ambiente naturale e sociale ben definito, ha i propri desideri e in base a tutto ciò vive e cambia. Non potrebbe fare altrimenti perché nell'universo che conosciamo tutto cambia, tutto, dagli atomi ai pensieri dell'uomo. Vivere con la convinzione o la speranza che il "mondo che si conosce" non cambi è assurdo. Ma peggio ancora è vivere pensando che il corso della propria esistenza deve per forza coincidere con il corso dell'umanità.
 
Ti allego solo un pezzo letto giorni fa, [cut]

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[cut]
Voglio rivolgermi ai genitori e agli insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c'è la libertà.
Coloro che affermano la necessità di semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.
Non c'è libertà senza necessità.
Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza.

Christophe Clavé
Sigh... Io insegno... so cosa ci troviamo di fronte...

Ma non puoi provarci oggi a farli leggere ad alta voce e scrivere in corsivo e senza errori ortografici e grammaticali... ci sono persino problemi a riprenderli se sbagliano!
In ogni classe di 20 studenti ce ne sono almeno 6 che hanno certificazioni DSA o quant'altro per cui non è possibile farli leggere e scrivere a modo e neppure fare di conto senza una calcolatrice anche in caso di divisioni per 2 e divisioni e moltiplicazioni per 10, 100 e 1000 e non si può nemmeno farlo fare agli altri altrimenti bisogna dare troppe spiegazioni a domande tipo: perché sempre io e lui no?

A me sembra da almeno 20 anni di assistere a una manovra per eliminare il vecchio "fare di conto", una congiura per uccidere la lingua italiana e un complotto contro la preparazione degli studenti.

Ma quando lo dicevo (appunto da almeno 20 anni) mi prendevano per suonata, una brontolona che non capisce che i tempi cambiano... Oggi inizia ad essere sotto gli occhi di tutti ma se non si torna alla scuola della riforma Gentile le cose non miglioreranno checché ne dicano un mucchio di parolai ben pagati su giornali e TV.
 
anche se non sono dsa il problema c'e' perche' non sono abituati a ragionare e a valutare o calcolare mentalmente.

ieri per un esercizio dovevano moltiplicare ripetutamente per 2 dei numeri con la virgola (algoritmo per IEEE754), benissimo, anche una cosa cosi' banale come un riporto moltiplicando per 2 per loro e' un mondo a parte. poi loro magari buttano giu' 50 righe in java mentre io ancora sono li a fare l'header, senza dubbio in questo loro sono dei mostri e io no, ma farli uscire dagli schemi e ragionare in modo diverso nada.
 
Ho letto l'elenco degli oggetti, sembrerebbe un "come eravamo" di un autore nemmeno tanto vecchio, un quarantenne che parla ai nativi digitali per ricordargli di alzare il naso di tanto in tanto dal telefonino.

Una persona appena più anziana avrebbe parlato invece di come sono cambiati i rapporti tra uomini e donne con la pillola anticoncezionale (1960), l'informazione e l'intrattenimento con la televisione (1955-1965), la vita delle persone comuni con la motorizzazione di massa (1960-1970), il turismo ed i viaggi con i viaggi erei di massa (1955-1960), la burocrazia e la comunicazione con il computer (1970- ...), il mondo del lavoro con la mondializzazione (2000-...) ...

...e chissà quante altre rivoluzioni avvenute negli ultimi 60-70 anni, altro che telefonini!
 
Ogni stravolgimento è diverso dal precedente per definizione, altrimenti non stravolgerebbe.
Il problema principale in questi ragionamenti secondo me è di identificarsi personalmente con il genere umano.
Il singolo essere umano, cerca continuamente di migliorare la propria condizione e lo fa principalmente in base a: la propria storia, l'ambiente naturale e sociale che lo circonda, i propri desideri. A volte questa ricerca la affronta non sapendo dove va a parare e raramente scoprendo o inventando qualcosa che non conosceva o che non conosceva l'intera umanità, così questo qualcosa diventa per tutta l'umanità un tassello del suo progresso, al di là dello scopo per cui lo utilizzerà e indipendentemente dal volere del singolo essere umano.
L'umanità ha quindi un suo corso determinato principalmente da queste scoperte o invenzioni (in qualsiasi settore) e da chi sono portate avanti.
Il singolo essere umano, come ho scritto sopra, ha la propria storia, vive generalmente in un ambiente naturale e sociale ben definito, ha i propri desideri e in base a tutto ciò vive e cambia. Non potrebbe fare altrimenti perché nell'universo che conosciamo tutto cambia, tutto, dagli atomi ai pensieri dell'uomo. Vivere con la convinzione o la speranza che il "mondo che si conosce" non cambi è assurdo. Ma peggio ancora è vivere pensando che il corso della propria esistenza deve per forza coincidere con il corso dell'umanità.
Beh, che il corso della propria esistenza coincida con il corso dell'umanità è una cosa oggettiva : ognuno è figlio della propria epoca.
Lo ha appena dimostrato il lockdown, dove le vite dei singoli sono state tutte condizionate in modo uniforme a livello quasi planetario.
Ma lo dimostra questo stesso forum, che si inserisce a pieno titolo nel "corso dell'umanità" degli ultimi 20 anni. E questo ha plasmato la tua storia personale, perché tu stesso che lo hai concepito, se solo fossi nato poco prima, in cosa avresti altrimenti riversato l' "equivalente" di ciò che hai riversato qui ? Non sarebbe quindi forse stata la tua storia personale completamente diversa se fosse capitata in un momento diverso del corso seguito dall'umanità? In parole povere, chi e cosa saresti oggi se avessi 60 anni anziché 40 ?

Questo non significa che le storie personali non possano "divergere" dal corso dell'umanità : ma questo spesso significa porsi in contrapposizione col mondo, o fuori dal mondo. Ad esempio : io non avrei mai avuto intenzione di iscrivermi a FB. Senonché anni fa è accaduto che una marea di persone con le quali interloquivo attraverso altri canali (comprese tante su questo stesso forum) una dopo l'altra sono letteralmente trasmigrate su quel social.
A quel punto, in sostanza, per me le alternative erano due : o rinunciare a dialogarci, tagliarle fuori dai miei contatti (e magari alla lunga dalla mia vita) ; oppure iscrivermi anch'io a FB. Obtorto collo, ho "dovuto" soccombere alla seconda : in un certo senso, il corso dell'umanità ha fagocitato quello mio personale. Certo, avrei potuto scegliere diversamente, ma a quest'ora ?
Anche nel discorso degli oggetti morti, era chiaramente sottinteso che molti di essi ancora sopravvivono vivi e vegeti presso diverse persone, che però si potrebbero definire "amatori" di quegli oggetti, e la parola spiega pienamente il senso della relazione che li lega ad essi.
Anzi, proprio questo forum è un piccolo concentrato di smentite a quest'ipotesi generale, ma si tratta sempre di smentite personali, collegate a una passione per gli oggetti, a un piacere (il fai da te, l'orientamento, il survival, la sperimentazione) non generalizzabili; in altri termini eccezioni non regole : del resto, se non fossero eccezioni, il forum non sarebbe quella nicchia - pur corposa - che è, ma annegherebbe in decine di cloni come avviene in tanti altri campi. E lo stesso dicasi per altrettanti forum altrettanto di nicchia.

Ogni volta che si sceglie in modo consapevole di scindere realmente e integralmente il corso di vita personale da quello dell'umanità (ma intendo a tutto campo, nel profondo, persino oltre gli aspetti meramente materiali), o anche solo rallentandolo rispetto alla velocità di crociera tutt'intorno, le conseguenze sono quantomeno scomode : il primo rischio è proprio quello di non essere capiti. Il disadattamento.
Ho letto l'elenco degli oggetti, sembrerebbe un "come eravamo" di un autore nemmeno tanto vecchio, un quarantenne che parla ai nativi digitali per ricordargli di alzare il naso di tanto in tanto dal telefonino.

Una persona appena più anziana avrebbe parlato invece di come sono cambiati i rapporti tra uomini e donne con la pillola anticoncezionale (1960), l'informazione e l'intrattenimento con la televisione (1955-1965), la vita delle persone comuni con la motorizzazione di massa (1960-1970), il turismo ed i viaggi con i viaggi erei di massa (1955-1960), la burocrazia e la comunicazione con il computer (1970- ...), il mondo del lavoro con la mondializzazione (2000-...) ...

...e chissà quante altre rivoluzioni avvenute negli ultimi 60-70 anni, altro che telefonini!
In tutto l'elenco che fai, c'è un tratto comune : nessuno di quei cambiamenti è mai arrivato ad "appropriarsi" della vita delle persone, a invadere il loro tempo (pubblico/privato, familiare/esterno, ludico/lavorativo, ecc.) H 24 fino a renderlo indistinguibile.
Nel loro complesso, si. Sono stati come un giardinetto dove via via si sono aggiunti dei fiori fino a comporre un mosaico, per certi versi anche abbastanza armonico perché ciascuno influisca su UN aspetto della vita, senza condizionare gli altri.
Lasciando infatti intatta, a livello individuale, la possibilità di rinunciare a qualcuno specifico di essi (fosse anche solo per ragioni di principio).
E lasciando intatta la capacità di pensiero autonomo.
Singolarmente presi, non avevano nessuna invasività e onnipresenza. Si lasciavano padroneggiare : la patologia individuale era non riuscire a farlo.

Oggi invece basta prendere un mezzo pubblico per vedere almeno 9 persone con gli occhi affondati nello smartphone.

La "connessione perenne" è diventata un must tentacolare, lo schermo ruba letteralmente la scena alla realtà ogni volta che può. Ci si lascia guidare in tutto e per tutto - in senso sia fisico che metaforico - demandando qualsiasi autodeterminazione. Ci si lascia collettivamente padroneggiare, e questa non è patologia ma la nuova normalità.
Per rendere l'idea : con la macchina, per quanto universale, una volta girata la chiave finiva lì, dimenticata. Volendo fare una battutaccia - visto per quanti è stata anche alcova - girata la chiave cominciava la ... Ora invece si è capaci di buttare uno sguardo allo smartphone persino in quei momenti...
 
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...nessuno di quei cambiamenti è mai arrivato ad "appropriarsi" della vita delle persone, a invadere il loro tempo (pubblico/privato, familiare/esterno, ludico/lavorativo, ecc.) H 24 fino a renderlo indistinguibile. ...
Il cambiamento è tuttavia superficiale, dall' altro capo della chat whatsapp ci sono comunque i tuoi amici... l' esplosione della motorizzazione ad esempio ha portato molti di noi a passare ore in quelle scatolette di metallo ogni giorno - certoin cambio di altre cose che non stiamo ad elencare - ma non si puù dire che non sia stato un cambiamento profondo!
 
ovvio che ognuno di noi e' figlio del suo tempo e delle circostanze. ma il mondo sta accelerando di brutto.

quando raccontavo ai miei compagni di universita' che ogni tanto andavo sul trattore con un amico, o altre cose che qualsiasi teenager degli anni 90 ha fatto, tanti di loro mi hanno detto che stavo raccontando palle. sono nati in un mondo per certi aspetti ovattato, per altri censurato, in ogni caso posso capire che per loro, specie se nati in citta', questo sia impossibile. e tutto questo in solo 6 o 7 anni meno di me (e si, qualche volta sul trattore ci sono salito)
 

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