henry thoreau la vita nei boschi

Partendo dal nick di ht mi sono chiesto chi fosse e ho visto su wiki che henry thoreau è stato un filosofo americano che non contento del "consumismo" che ancora alla sua epoca non c'era, ma già aveva capito come andava finire si ritirò per 2 anni a vivere in mezzo alla natura per trovare un suo equilibrio e da questa sua esperienza nacque il libro "La vita nei boschi"

Ho fatto un giro su liberliber, letture libere.net etc, ma non sono riuscito a trovare il testo in formato elettronico, qualcuno di voi lo ha a disposizione? Libro elettronico/link? Grazie a tutti per la collaborazione:)

Henry David Thoreau - Wikipedia
 
Purtroppo io sono all'antica sui libri.
Ho questo testo da circa 20 anni, con le sue belle pagine ingiallite e l'odore tipico della carta vecchia.
Buona ricerca
Mez:D
 
IH IH ih anche io ce l'ho! edizione Bur-Rizzoli del 2010 regalo di Luca!! Bellissimo!! Però non si fanno scansioni, prestiti...ecc ecc...:no: lo tengo come un oggetto prezioso..
Giusto per gradire posso solo regalarti due belle citazioni:

"un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno"


"Non v'è nessuno al mondo che sia felice, se non chi gode liberamente d'un vasto orizzonte"

Grande Henry

anna
 
Mi verrebbe da fare una domanda alla Checco Zalone:

" ma com'e' sto xxxx di libro?"

insomma siccome la cosa mi interessa, potreste farmi una breve recensione, sul web non ne ho trovate,in quanto sarei interessato all'acquisto.

Grazzzie :)
 
Breve recensione per Kallaghan:

E' un libro molto molto bello! E' una sorta di autobiografia di H.T. e si legge lentamente, per gustarsene tutti i pensieri, le riflessioni, le azioni raccontate. E' un libro che fa venire voglia di mandare tutto all'aria e provare davvero a starsene per un pò, almenoper un pò, da soli, e vivere da eremiti, e costruirsi e procurarsi tutto ciò che è necessario al proprio corpo.
E' un libro che va letto lentamente, ripeto, per gustarsi il ritmo che H.T. ha vissuto concretamente e che è poi il ritmo della vita.

anna

PER TUTTI GLI AVVENTUROSI

"Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto" H. T.

amen
 
Breve recensione per Kallaghan:

E' un libro molto molto bello! E' una sorta di autobiografia di H.T. e si legge lentamente, per gustarsene tutti i pensieri, le riflessioni, le azioni raccontate. E' un libro che fa venire voglia di mandare tutto all'aria e provare davvero a starsene per un pò, almenoper un pò, da soli, e vivere da eremiti, e costruirsi e procurarsi tutto ciò che è necessario al proprio corpo.
E' un libro che va letto lentamente, ripeto, per gustarsi il ritmo che H.T. ha vissuto concretamente e che è poi il ritmo della vita.

anna

PER TUTTI GLI AVVENTUROSI

"Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto" H. T.

amen


Mi ricorda tanto un film cult di quando avevo 20 anni, dove a un certo punto è citata proprio la frase sopra :


Chissà quanti qui se lo ricordano. Forse un pizzico retorico, ma ricordo che all'epoca fu una folgorazione.

PS: purtroppo questo è uno dei vari casi in cui certe frasi andrebbero lette assolutamente in lingua originale (cosa che io non ho fatto), perchè le traduzioni cambiano anche drasticamente. Un'altra versione è "Andai nei boschi perchè volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto". Direi che tutta la parte sottolineata è completamente diversa dall'altra versione e ha una potenza espressiva persino maggiore di quella dell'epilogo.
 
Ultima modifica di un moderatore:
Secondo giorno di liceo. La mia professoressa di italiano ci porta in aula Laboratorio e ci fa vedere quel film. Una folgorazione.

Era un'insegnate eccezionale (insegnante=colei/colui che lascia un segno). E' stata uccisa da un'automobile mentre andava in bicicletta lungo una strada litoranea.
 
Ringraziamento particolare per Anna ed ovviamente Cadmo. Va bene,e' gia' in lista. Avevo proprio bisogno di qualcosa che trattasse uno dei nostri temi preferiti senza quella solita supervisione tecnica dei vari manuali.Eventualmente ci sentiamo dopo.
 
Ho appena iniziato a leggerlo, pressappoco mi trovo a pagina 100 dopo aver saltato il lungo preambolo del curatore di questa edizione BUR.
Sicuramente di Thoreau sto apprezzando l'irriverenza, la trabordante libertà di pensiero che tutto esplora, da vero avventuriero della mente, e che tutto assimila in una visione unica.
Tante le cose da dire, tanta la voglia di comunicare che i pensieri di H.D. si incalzano, quasi sgomitano per emergere: si capisce perchè l'opera abbia richiesto ben 7 anni e altrettante riscritture per vedere la luce. In questo travolgersi di suggestioni si resta affascinati ma anche un po' spaesati: è assai più facile individuare un aforisma che non un filo conduttore, ammesso che ci sia (o che sia necessario). Non aiuta il fatto che il libro abbia 150 anni di vita, non tanto per lo stile, nemmeno troppo arcaico, quanto per i riferimenti culturali talvolta criptici e comunque anacronistici (sebbene sia il più delle volte facile intuire dove l'autore voglia andare a parare); spesso però a sorprendere sono l'universalità e la lungimiranza delle intuizioni riguardo alcune questioni divenute fondamentali (benché dai più non ancora comprese) negli ultimi decenni: possesso, consumismo e debito come forme di oppressione.
Oppressione da parte di chi? Endogena, direbbe forse Thoreau, nelle società moderne. E' l'individuo al centro della propria vita, egli può "buttarsi e sperimentare", se ha soddisfatti i bisogni elementari (cibo, rifugio, vestiario, calore).
Sperimentare un nuovo modo di vivere forte della propria lucida visione delle aberrazioni della società: questo sta per compiere l'individuo H.D.Thoreau (a pagina 100) grazie a una scure in prestito e ad una somma di denaro "non più alta della pigione che [uno studente] paga annualmente".



Citazioni aprendo una pagina a caso:

"E' duro avere un sorvegliante sudista; ancora più duro averne uno nordista; peggio di tutto, però, è essere negrieri di se stessi"

"Non è mai troppo tardi per rinunciare ai nostri pregiudizi. Non possiamo accettare nessuna maniera di pensare o di agire - per quanto antica essa sia - senza averla precedentemente sperimentata"
 
pressappoco mi trovo a pagina 100 dopo aver saltato il lungo preambolo del curatore di questa edizione BUR.

La Prefazione è quella di Piero Sanavio, giusto? Quando avrai finito di leggere Thoreau torna sulla prefazione: io l'ho trovata molto utile e illuminante sui molti riferimenti filosofici del testo e sull'ambiente culturale in cui "Walden" è nato.

Per il resto, concordo pienamente su quello che dici, in particolare con la lungimiranza, direi quasi la visione profetica di Thoreau.
 
Una critica a Thoreau

Visto che ne stiamo parlando, posso lanciare un piccolo dibattito su un punto?

Vorrei sollevare un aspetto critico dell'esperimento filosofico di Thoreau: tale esperimento è non solo individualistico (come è giusto che sia), ma misantropico e misogino.

Henry David Thoreau (HDT, d'ora in poi) non ha compagna, figli, famiglia. Si ritira ai margini della civitas. Bene: di saggi e filosofi "eremiti" è piena la storia, già dai tempi dei pre-socratici, fino a Francesco d'Assisi, ecc.

Ma è possibile applicare la filosofia di HDT restando nel consesso civile e degli affetti? Ossia: la filosofia di Thoreau può fondare una praxis che non sia semplicemente una fuga?

Vi lascio la domanda, senza anticiparvi cosa mi sono risposto, perché mi interessa molto l'opinione di tutti. Lascio solo un elemento di riflessione: nei suoi anni a Walden HDT vive del "precipitato" della società industriale che egli stesso critica.

Alla fine la sua filosofia si riduce a una questione di misura (produrre e consumare poco invece che troppo)?

Dubito della praticabilità macroeconomica di questa opzione microeconomica (comportamentale), perché mi sembra praticabile solo quando sono pochi a sceglierla, mentre la maggioranza continua a produrre e consumare il superfluo. Se tutti facessero come HDT, infatti... non ci sarebbero più briciole per nessuno.

Ma dubito soprattutto che il messaggio di Thoreau sia un semplice pauperismo eremitico. Penso che si tratti di rifutare non tanto la misura, quanto la natura di certe costrizioni socioeconomiche. E qui HDT predice l'alienazione marxiana, l'uomo monodimensionale di Marcuse, ecc.

Insomma: è possibile vivere come Thoreau senza l'eremitismo di Thoreau?

Io completo sempre la sua bellissima frase in questo modo: "un uomo è ricco in proporzione delle cose di cui può fare a meno e delle persone di cui non può fare a meno".

Voi cosa ne dite?
 
Premetto che l'argomento mi interessa assaje e la voglia di intervenire è tanta.. anche se sarebbe cosa buona e giusta terminare prima la lettura..

.. quanto alla praticabilità macroeconomica, beh, se vogliamo pensare in maniera veramente rivoluzionaria.. in fondo i "selvaggi", spesso menzionati nei primi capitoli come esemplari detentori di ricchezza, rappresentano (o meglio, avrebbero potuto dimostrare), al contrario dell'homo industrialis, la propria sostenibilità economica a lungo/lunghissimo termine.. se gli europei non avessero predato le Americhe, indiani, maya e aztechi sarebbero ancora lì indisturbati e pronti a campare altre migliaia di anni.
Detto ciò, è ovvio che 7 miliardi di individui non sono sostenibili senza un certo tipo di industria, quindi rinunciare oggi all'economia di massa significa far morire di fame miliardi di persone. Forse questo problema non era ancora del tutto evidente ai tempi di Thoreau e forse, in un nord america che nel 1850 contava appena 26 milioni di abitanti, la visione di un'umanità in grado di sopravvivere attingendo dai frutti donati spontaneamente dalla terra non era del tutto sciocca.

Per quanto riguarda il vivere rifiutando la natura di certe costrizioni socioeconomiche (che, concordo, è il vero messaggio di Thoreau), puoi pensare alle comunità hippie negli Stati Uniti o altrove, che ancora oggi continuano ad esistere ma con connotazioni più orientate all'ambientalismo che non allo spiritualismo; da sempre schernite, da sempre guardate con condiscendenza, ma unici laboratori sociali di un modo di vivere alternativo.
 
Io ho conosciuto HDT tramite in to the wild, penso di non essere l'unico.
Non posso dire che i suoi libri mi hanno cambiato la vita, in quanto per mia stessa natura ho portato avanti una linea di pensiero e di comportamento simile alla sua. Walden, Camminare , sono libri stupendi, che offrono spunti per tantissime riflessioni, e forse a qualcuno apriranno anche gli occhi. Io penso che il suo esempio, ciò che voleva comunicare ( o per lo meno, quello che mi ha trasmesso) va ben oltre il vivere in riva un lago in autosuficenza, ma che sia piuttosto collegato al vivere secondo "l'essere" e non secondo "l'avere". E' uno scrittore che mi piace molto, ed è un peccato che pochi suoi libri siano stati tradotti ( e che io sia una capra in inglese :D)
 
E' un ringraziamento davvero particolare quello che mi sento di rivolgere a Cadmo, perchè mi dà l'occasione di spiegare il motivo della scelta del nick, cosa che non avendola fatta finora, pensavo ormai definitivamente archiviata.

Ricordo che è stata una delle rarissime occasioni in cui mi son trovato a piantare in asso la mia cronica indecisione con una scelta che mi è sgorgata immediata, diretta, quasi obbligata dal profondo dell'animo.

Non a caso ho ricordato quel film, "L'attimo fuggente", anno 1989, perchè è ad esso che si deve la mia scoperta di Thoreau, in particolare per quel passo riportato in questo thread che a mio avviso sintetizza il messaggio del film e ne rappresenta il fulcro, e che rimanda a sua volta al "carpe diem" oraziano che dà il titolo al film (come si vede c'è una capacità visionaria nei poeti che attraversa i millenni come i neutrini sanno fare coi chilometri).
Occorre sempre contestualizzare le cose e in certi casi, come questo, diventa indispensabile: riuscirebbe infatti difficile capire certe apparenti enfasi e retoriche a chi per ragioni anagrafiche non ha avuto modo di vivere da adolescente quel decennio al cui termine "irruppe" appunto il film. Gli anni '80 erano stati il decennio dell'eccesso, dell'ostentazione, della Milano da bere, gli anni in cui le reti private Mediaset sono diventate il duopolista televisivo che conosciamo oggi suonando tutti i tasti più retrivi della tv commerciale: dalle televendite a mitraglia ai programmi demanziali, come quel "Drive in" dove si mescolavano Ezio Greggio, Gianfranco D'Angelo e Giorgio Faletti (all'epoca la guardai giurata Vito Catozzo e non lo "scrittore" di oggi) e a un certo punto addirittura comparve come guitto anche il figlio del nostro premier, sì, proprio Piersilvio: diciassettenne, ciuffo cotonato, trattamenti estetici identici a quelli del padre. Non so quanto ricordano di quell'epoca i cosiddetti "paninari" a cui il Drive In faceva eco: vale a dire orde di giovinastri la colonna sonora della cui vita era rigorosamente l'esaltazione del branco, basato sulla distinzione secca, feroce, tra "in" e "out" laddove tale distinzione a sua volta era di natura assolutamente e puramente consumistica, nulla di ideologico. Se avevi la tal maglietta, la tal etichetta, i tali occhiali, i tali jeans, le tali scarpe, il tale zaino, ecc. ecc. allora eri degno di rispetto; altrimenti di denigrazione. E addirittura questa sorta di "movimento paninaro" aveva in edicola i suoi giornaletti con tanto di rubriche che scansionavano impietosamente "in" e out" di tutto: negozi di abbigliamento, luoghi di ritrovo, attività, persino modi di approcciare l'altro sesso. Insomma, la quintessenza dell'apparire rispetto all'essere, l'omologazione elevata a feticcio; l'opprimente tirannide dei "fighetti"; cose che chi in quegli anni era liceale ha vissuto davvero sulla propria pelle e che chi è venuto dopo faticherebbe a immaginare cosa volessero dire nella quotidianità per chiunque non fosse "allineato".

E proprio sulla base di questo si può comprendere meglio la potenza liberatoria di quel film, il suo messaggio dirompente (i brani riassunti nel link ne sono solo alcuni esempi) e l'emozione che suscitò soprattutto in quelli che - come me - avevano visto "bruciati" i propri anni migliori sul falò di una sorta di "68 rovesciato".
Fu un po' come riconoscervisi in pieno da prim'ancora di vederlo; fu come veder soddisfatta una lunga attesa di vedersi riflessi allo specchio da qualcun altro in grado di farlo.
Il merito fu del regista, Peter Weir, di uno straordinario Robin Williams (a mio avviso uno degli attori più versatili degli ultimi 20 anni) e di tutto il cast...ma in realtà pensandoci meglio il merito si inoltrava a ritroso nel tempo verso tutti quegli uomini le cui parole e i cui pensieri costituiscono l'intelaiatura del film, a cominciare appunto da Henry David Thoreau.

Ho scritto che per me fu una folgorazione ma paradossalmente l'emozione di adesso nel ricordarlo - seppure più pacata, smussata, temperata dal tempo trascorso - è maggiore di quella che ebbi nel vederlo: per il semplice fatto di rendermi conto che non fu fatua, e che ha lasciato un segno. E questo posso dirlo solo adesso.
Non è una cosa da poco sentire "confermate" quelle che sono intime convinzioni a 15 o 20 anni, confermate da altri, vedere che non rappresentano qualcosa di alieno ma anzi un anelito "senza tempo" perchè espresso anche da persone vissute anche 50, 100, 200 anni prima. Ancor meno cosa da poco in quanto questo sgretola l'apparente ineluttabilità di certi ideali, comportamenti, aspirazioni che ti vedi di fronte (quelli appunto di quel famogerato decennio) e ne rivela la loro fatuità.
E' una sensazione fantastica percepire di star vincendo l'atavica paura dell'esclusione, quella che genera le "vite di quieta disperazione" di cui parla il professor Keating ai ragazzi.
La forza di quel film, pur con qualche sbavatura retorica, derivò quindi anche dalla tempistica con cui apparve: e stette nella capacità di far pienamente immedesimare chi proveniva da anni nei quali si era sentito "prigioniero nell'animo".
La forza del film e quindi la forza di Thoreau, di Keats, e di tutti gli altri.

Credo che si comprenderà meglio, alla luce di tutto ciò, come per me scegliere quel nick sia stato un tutt'uno con la mia presentazione; è stato proprio come "sintetizzare" in un nome un bel po' del mio modo di essere, anzi proprio del mio "essere". Che non è l'infatuazione per un cumulo di aforismi ad effetto, ma viverli in pieno nelle convinzioni e nella concretezza della propria quotidianità.

A questo punto vorrei spendere due parole su "Walden" ma mi sono già sicuramente meritato le bacchettate di Squob e il suo demoralizzante "mi dispiace, è troppo lungo" :D

Un saluto
 
Tutti coloro che ti conoscono sapevano che il tuo intervento era li' per arrivare...., cio' che non sapevamo, ma ognuno in cuor proprio lo immaginava, la lunghezza... infatti mi stavo preparando. Nessun problema per Walden, a mio parere, vai pure avanti e complimenti per l'analisi degli anni 80....
 
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