I benefici del contatto con la natura

Il testo che riporto sotto è tratto dal libro Educare alla libertà di Maria Montessori (1870-1952). Il libro racchiude i punti fondamentali del metodo Montessori.

Con questo libro ho scoperto il metodo Montessori che trovo semplice e naturale. Qui riporto il suo pensiero riguardo la relazione tra la civiltà e la natura e sulla necessità di uno stretto contatto con la natura soprattutto per i bambini, a cui si indirizza il suo metodo pedagogico.

Considerate che il testo che riporto è stato tratto dagli scritti di Montessori che risalgono alla prima metà del 1900, vi dico questo perché a volte il linguaggio è un po' arcaico e alcuni termini usati oggi hanno un significato diverso, ad esempio parla di "idiota" ma non nel senso dispregiativo che gli diamo noi bensì nel senso medico del termine di persona con insufficienza mentale.

E' un po' lungo ma vale la pena leggerlo, è molto interessante. Al di là di alcune idee condivisibili credo che abbia un grande valore quello che scrive Montessori.

"Il selvaggio dell'Aveyron era un bambino cresciuto allo stato naturale. Abbandonato per fatto criminoso in un bosco dove i suoi assassini credevano di averlo ucciso, era guarito naturalmente e sopravvissuto per molti anni, libero e nudo tra le selve; finché, catturato dai cacciatori, era entrato nella vita civile di Parigi, raccontando, con le sue cicatrici da cui era solcato il suo corpicino, la storia di lotte con le fiere e di ferite lacere per cadute dall'alto.

Il bambino era e restò sempre muto; la sua mentalità, diagnosticata da Philippe Pinel (1755-1826) come idiotica, rimase sempre quasi inaccessibile all'educazione intellettuale.

La pedagogia positiva deve a questo fanciullo i suoi primi passi. Jean-Marc Itard (1775-1838 ), medico dei sordomuti e studioso di filosofia, ne intraprese l'educazione con i metodi che già aveva tentato parzialmente per rendere udenti i sordastri, credendo in principio che il selvaggio presentasse le sue caratteristiche di inferiorità non perché fosse un organismo degradato, ma solo per la mancanza di educazione. Egli era seguace dei principi d'Helvetius (1715-1771): "L'uomo è nulla senza l'opera dell'uomo", cioè credeva all'onnipotenza dell'educazione; ed era contrario al principio pedagogico che il Rousseau (1712-1778 ) aveva lanciato prima della rivoluzione: "L'opera dell'educazione è deleteria e guasta l'uomo".

Il selvaggio - secondo la primitiva illusione di Itard - dimostrava dunque sperimentalmente con i suoi caratteri, la verità della prima asserzione. Quando però egli si accorse, con l'aiuto di Pinel, di trovarsi innanzi a un idiota, le sue teorie filosofiche dettero luogo ai più ammirabili tentativi di pedagogia sperimentale.

Itard divide in due parti l'educazione del selvaggio: nella prima cerca di ricondurre il fanciullo dalla vita naturale alla vita sociale; nella seconda tenta l'educazione intellettuale dell'idiota. Il fanciullo, nella sua vita di spaventevole abbandono, aveva trovato una felicità. Egli si era quasi tuffato e unificato con la natura deliziandosene; le piogge, le nevi, le tempeste e lo spazio senza fine erano stati i suoi spettacoli, i suoi compagni, il suo amore. La vita civile è una rinuncia a tutto ciò: ma è una conquista benefica al progresso umano. Nelle pagine di Itard è vivamente descritta l'opera morale che condusse il selvaggio alla civiltà, moltiplicando i bisogni del fanciullo e circondandolo di amorevoli cure. Ecco un saggio della ammirabile opera paziente di Itard come osservatore delle espressioni spontanee del suo educando: essa veramente può dare ai maestri che devono prepararsi al metodo sperimentale un'idea della pazienza e dell'annientamento di se stessi che occorrono quando ci si pone innanzi al fenomeno che si deve osservare:

«Quando per esempio lo si osservava nell'interno della sua camera, lo si vedeva dondolarsi con una monotonia opprimente, dirigere continuamente gli occhi verso la finestra con uno sguardo vagante nel vuoto. Se allora un vento di uragano soffiava improvvisamente, se il sole nascosto dietro le nubi si affacciava a un tratto rischiarando vivacemente l'atmosfera, erano clamorosi scoppi risa, una gioia quasi convulsa. Talvolta invece di questi movimenti di gioia scoppiava una specie di rabbia frenetica: egli si torceva le braccia, si metteva i pugni chiusi sugli occhi digragnando i denti e diventando pericoloso per quelli che gli stavano intorno.»
«Un mattino in cui cadeva abbondantemente la neve, mentre egli era ancora a letto, manda un grido di gioia svegliandosi, salta dal letto, corre alla finestra, poi alla porta; va e viene con impazienza dall'una e dall'altra; e poi fugge così svestito nel giardino. Là, facendo scoppiare la sua gioia con le più acute grida, corre, si rotola nella neve, la raccoglie a manciate e l'inghiottisce con incredibile avidità.»
«Ma le sue sensazioni non sempre si manifestavano in maniera cosi viva e chiassosa alla vista dei grandi spettacoli della natura. E' degno di nota che in certi casi essi sembravano prendere l'espressione calma del rimpianto e della melanconia. Così, quando il rigore del tempo scacciava tutti dal giardino, era il momento ch'egli (il selvaggio l'Aveyron) sceglieva per discendervi. Ne faceva più volte il giro e finiva col sedersi sull'orlo della fontana.»
«Io mi sono spesso fermato per ore intere e con indicibile piacere a osservarlo in questa situazione; a vedere come insensibilmente la sua fisionomia insignificante o contratta da smorfie, assumeva un'espressione di tristezza e di melanconica reminiscenza, mentre gli sguardi si fissavano sulla superficie delle acque, ove egli stesso di tanto in tanto gettava qualche foglia morta.»
«Allorché durante la notte, a un bel lume di luna piena. un fascio di miti raggi penetrava nella sua camera, raramente mancava di svegliarsi e di mettersi davanti alla finestra. Restava lì gran parte della notte diritto, immobile, con il collo teso, gli occhi fissi verso la campagna rischiarata dalla luna e immerso in une specie di estasi contemplativa, la cui immobilità e il cui silenzio erano solo interrotti a lunghi intervalli da un'inspirazione profonda come un sospiro che si estingueva in un flebile suono di lamenti.»

In altri brani Itard racconta come il fanciullo non conoscesse il camminare che noi usiamo nella vita civile, ma solo il correre; e come egli, Itard, corresse dietro a lui in principio quando lo conduceva a spasso per le vie di Parigi, anziché frenare violentemente la corsa del bambino.
La conduzione graduale, dolcissima, del selvaggio a tutte le manifestazioni della vita sociale, il primitivo adattamento del maestro all'allievo, anziché dell'allievo ai maestro, la successiva attrazione a una vita nuova che doveva conquistare il bambino con le sue seduzioni - e che non gli fu imposta violentemente in modo che l'educando ne risentisse peso e tortura - sono altrettante preziose espressioni educative che possono generalizzarsi e applicarsi all'educazione infantile.

Io credo che non esista nessun altro scritto che offra al vivo un contrasto tanto eloquente tra la vita naturale e la vlta sociale e che dimostri come quest'ultima sia fatta tutta di rinunce e di costrizioni. Basti pensare alla corsa frenata nel cammino e al grido della voce alta frenato nelle modulazioni della voce umana che parla.
Eppure, senza alcuna violenza, lasciando alla vita sociale il compito di sedurre a poco a poco il fanciullo, l'educazione di Itard trionfa. La vita civile è fatta di rinunce alla vita naturale, è vero, è quasi lo strappo dell'uomo dal grembo della terra, simile allo strappo del neonato dal seno materno, ma è pure una vita nuova.
Nelle pagine di Itard traspare il finale trionfo dell'amore dell'uomo sull'amore della natura: il selvaggio dell'Aveyron finisce con il sentire e preferire l'affetto di Itard, le carezze e le lacrime diffuse su lui alla voluttà di tuffarsi gioioso nelle nevi e di contemplare l'infinita distesa del cielo in una notte stellata. Egli un giorno, in un tentativo di fuga verso la campagna, tornerà spontaneamente, dimesso e pentito, a cercare la buona minestra e il letto caldo.
Senza dubbio l'uomo ha creato dei godimenti nella vita sociale e ha fatto nascere con gran vigore, nella vita in comune, l'amore umano. Ma egli appartiene pur sempre alla natura e, specialmente quando è bambino, ne ha bisogno, per trarne le forze necessarie allo sviluppo del corpo e dello spirito. Noi abbiamo comunicazioni intime con la natura, che influiscono anche materialmente sulla crescita del corpo.
Nell'educazione dei piccoli fanciulli si ripete il dramma educativo di Itard: noi dobbiamo preparare l'uomo, che è tra gli esseri vivi e appartiene perciò alla natura e alla vita sociale, perché questa, essendo opera sua, deve anche corrispondere all'esplicazione delle sue attività naturali.
Ma i vantaggi che con la vita sociale gli prepariamo sfuggono al piccolo fanciullo che è, al principio della sua vita, un essere prevalentemente vegetativo.
Raddolcire nell'educazione questo passaggio, dando una gran parte dell'opera educativa alla natura stessa, è cosa necessaria quanto quella di non strappare improvvisamente e violentemente il piccolo bambino alla madre per condurlo a scuola; come appunto si fa nelle Case dei Bambini situate dentro i casamenti in cui abitano i genitori, dove il grido del bambino giunge alla madre e la voce materna gli risponde.

Oggi, sotto forma d'igiene infantile, viene molto coltivata questa parte dell'educazione: i fanciulli si fanno crescere all'aria aperta, nei pubblici giardini o si lasciano per molte ore seminudi in riva al mare, esposti ai raggi del sole. Si è compreso, diffondendo le colonie marine e appenniniche, che il miglior mezzo per rinvigorire il fanciullo è tuffarlo nella natura.
I vestiti succinti e comodi dei fanciulli, le calzature a sandalo e la nudità delle estremità inferiori sono altrettante liberazioni dai vincoli opprimenti della civiltà. E' ovvio il principio che si debba nell'educazione sacrificare alla libertà naturale solo quel tanto che è necessario alla conquista dei maggiori beni che offre la vita civile: senza inutili sacrifici.
Ma, in tutti questi progressi dell'educazione infantile moderna, siamo rimasti avvinti nel pregiudizio che nega al fanciullo le espressioni e i bisogni spirituali e ce lo fa considerare solo un amabile corpo vegetante che noi dobbiamo curare, baciare e far muovere. L'educazione che una buona madre o una buona maestra moderna danno oggi al bambino che, per esempio, corre tra aiuole fiorite, è quella di non toccare i fiori e di non calpestare le erbe, quasi che al fanciullo bastasse soddisfare i bisogni fisiologici del corpo movendo le gambe e respirando aria libera. Ma se per la vita fisica è necessario lasciare il fanciullo esposto alle forze vivificatrici della natura, è pur necessario per la sua vita psichica porre l'anima del fanciullo a contatto con la creazione, per far tesoro delle forze direttamente educatrici della natura viva.

Il metodo per giungere a ciò è quello di avviare il bambino ai lavori agricoli guidandolo alla coltivazione delle piante e degli animali e quindi alla contemplazione intelligente della natura.
Già in Inghilterra la signora Latter ha pensato di gettare le basi a un metodo di educazione infantile con il giardinaggio e con l'orticoltura. Ella vede nella contemplazione della vita che si svolge le basi della religione, poiché l'anima del bambino andrà dalla creatura al creatore, nonché il punto di partenza per l'educazione intellettuale, che ella limita al disegno dal vero, conducente all'arte, e alle nozioni sulle piante, sugli insetti e sulle stagioni che scaturiscono dall'agricolrura; e ancora alle prime nozioni di vita casalinga provenienti dalla coltivazione e alla preparazione culinaria di alcuni prodotti alimentari, che poi i bambini servono in tavola, provvedendo in seguito anche al lavaggio delle stoviglie.
Il concetto della Latter è troppo unilaterale; ma i suoi asili, che vanno diffondendosi in Inghilterra, completano indubbiamente l'educazione naturale che, finora, limitata al lato fisico, fu già tanto efficace a rinvigorire eccellentemente il corpo dei bambini inglesi. Inoltre la sua esperienza dà un contributo positivo alla praticità degli insegnamenti agricoli verso i piccoli bambini.
In quanto ai deficienti, io vidi a Parigi applicare largamente l'agricoltura alla loro educazione con quei mezzi che la genialità del Baccelli (1832-1916) volle introdurre nelle scuole elementari quando tentò di istituire i "campicelli educativi". Cioè in ogni campicello si seminano prodotti agricoli diversi, dimostrando praticamente in quale modo e in quale epoca avvengano le seminagioni e i raccolti, quale il tempo di sviluppo dei vari prodotti e quale maniera di preparare il terreno, di arricchirlo con i concimi naturali o chimici eccetera. Lo stesso per le piante ornamentali e per il giardinaggio, che forma poi il lavoro di massimo provento per i deficienti quando sono in età di esercitare una professione.
Ma questo lato dell'educazione, se contiene prima un metodo oggettivo di cultura intellettuale e poi una preparazione professionale, non è, secondo me, da prendersi in alcuna considerazione per l'educazione infantile. Il concetto educativo in questa età deve essere unicamente quello di aiutare lo svolgimento psico-fisico dell'individuo; e in tal caso l'agricoltura e la coltivazione degli animali contengono in sé mezzi preziosi di educazione morale, i quali possono essere approfonditi assai più di quel che non faccia la Latter, la quale vi riconosce essenzialmente la via di condurre l'anima del fanciullo al sentimento religioso. In verità in questa via, che è una scala, possono riconoscersi vari gradini di passaggio; ne accenno qui i principali:

1. Il fanciullo s'inizia all'osservazione dei fenomeni della vita; egli si pone perciò innanzi alle piante e agli animali in condizioni analoghe a quelle in cui si trova il maestro osservatore verso di lui. A poco a poco, crescendo l'interesse all'osservazione, crescono pure le sue cure premurose verso gli esseri viventi - e da qui si può logicamente far giungere il bambino ad apprezzare le cure che di lui si prendono la maestra e la madre.

2. Il fanciullo s'inizia alla previdenza in forza di un'autoeducazione. Quando egli capisce che la vita delle piante seminate dipende dalla sua cura nell'innaffiarle e quella degli animali dalla sua diligenza nel nutrirli, senza di che la pianticina si secca e l'animale soffre la fame, diventa vigile come chi incomincia a sentire una missione nella vita. Inoltre una voce ben diversa da quella della madre e della maestra che lo richiamano ai suoi doveri si fa sentire a questo punto esortandolo a non dimenticare mai il compito intrapreso: è la voce gemente della vita bisognosa che vive delle sue cure. Tra il bambino e gli esseri viventi ch'egli coltiva nasce una corrispondenza misteriosa, che induce il fanciullo a compiere alcuni determinati atti senza l'intervento della maestra, e questi lo conducono ad un'autoeducazione.

I premi che il fanciullo raccoglie rimangono pure tra lui e la natura: ecco, una mattina, dopo lunghe cure pazienti per portare il becchime e le pagliuzze ai piccioni che covano, i piccoli! Ecco una quantità di pulcini pigolare intorno alla chioccia che ieri stava immobile alla cova. Ecco un giorno i coniglietti tenerissimi entro la conigliera, dove prima viveva solitaria la coppia dei grossi conigli, alla quale egli aveva non poche volte portato con molto amore le verdure avanzate in cucina a sua madre. Io non ho potuto ancora impiantare a Roma l'allevamento degli animali; ma nella Casa dei Bambini di Milano vivono parecchi animali, tra cui una coppia di graziosissime galline americane piccole e bianche, che abitano in un minuscolo ed elegante chalet simile nella sua costruzione a una pagoda cinese: e lì un pezzetto di terreno chiuso da un recinto è riservato alla coppia. La porticina dello chalet si chiude a chiave la sera, ed i bambini a turno se ne prendono cura. Con quanta gioia il mattino vanno ad aprire la porticina, a portare l'acqua e il becchime! E con quale cura vigilano durante lutto il giorno e, la sera, richiudono a chiave la porticina dopo essersi assicurati che nulla manchi alle galline! Mi comunica la maestra che, tra tutti gli esercizi educativi, questo è il più gradito e sembra pure tra tutti il più importante. Molte volte, mentre i fanciulli si occupano in classe tranquillamente di ciò che ciascuno preferisce, uno, o due, o tre si alzano in silenzio e vanno fuori a dare un'occhiata agli animali per vedere se hanno bisogno di cure. Spesso accade che un fanciullo si assenti per lungo tempo e la maestra lo sorprenda incantato a guardare i pesci che guizzano rosseggiando e risplendendo al sole dentro le acque della fontana.

Un giorno ricevo dalla maestra di Milano una lettera in cui mi parla con grande entusiasmo d'una notizia bella, veramente bella: sono nati i piccoli dei piccioni. Per i bambini fu una gran festa: essi si sentivano un poco padri quei piccini, e nessun premio artificioso che avesse lusingato la loro vanità avrebbe mai potuto provocare una cosi nobile emozione.

Non meno grandi sono le gioie che procura la natura vegetale. In una Casa dei Bambini di Roma, non avendo terreno coltivabile, si sono disposti ad opera della signora Talamo vasi da fiori tutto intorno alla vastissima terrazza e piante rampicanti vicino ai muri. I fanciulli non dimenticavano mai d'innaffiar le piante con i loro piccoli annaffiatoi.
Un giorno, io li trovai seduti in terra rutti in circolo attorno a una splendida rosa rossa che era sbocciata la notte: silenziosi e tranquilli, veramente immersi in muta contemplazione.

3. I fanciulli s'iniziano alla virtù della pazienza e alla fiducia nell'attesa, il che è una forma di fede e di filosofia della vita.
Allorché i bambini pongono un seme nella terra e aspettano che fruttifichi; e vedono il primo apparire dalla pianticella informe, la crescita e le trasformazioni sino al fiore e al frutto; e vedono come alcune piante germoglino prima e altre dopo; e come le piante caduche abbiano rapida vita e gli alberi fruttiferi una crescita più lenta; finiscono con l'acquistare un equilibrio pacifico della coscienza e i primi germi di quella saggezza che tanto caratterizzava i lavoratori della terra nei tempi in cui conservavano ancora la loro primitiva semplicità.

4. I fanciulli s'ispirano al sentimento della natura che è mantenuto dalle meraviglie della creazione, la quale dona con generosità non misurata al lavoro di chi l'aiuta a svolgere la vita delle creature.
Già sul lavoro che il bambino compie nasce una specie di corrispondenza tra la sua anima e le vite che si svolgono sotto le sue cure. Il bambino ama naturalmente le manifestazioni della vita: la signora Latter ci narra come facilmente i piccini si interessino anche ai lombrichi della terra e al movimento delle larve degli insetti nel concime senza sentire quel ribrezzo che noi, cresciuti nell'isolamento dalla natura, proviamo verso certi animali. E' bene dunque sviluppare questo sentimento di fiducia e di confidenza negli esseri vivi, che è poi una forma d'amore e di unione con l'universo.
Ma ciò che più favorisce ii sentimento della natura è l'allevamento degli individui vivi, perché essi, con il loro naturale sviluppo, restituiscono assai più di ciò che si è dato loro e mostrano qualche cosa di infinito nella loro bellezza e nella loro varietà. Il bambino che coltivò l'iris, il giglio, la rosa o il giacinto, depose nella terra un seme o un tubero e versò periodicamente acqua, così come quello che seminò un alberello fruttifero, un bel giorno vedono il fiore sbocciato e il frutto maturato che si presenta come un dono generoso della natura, un premio ricchissimo a piccolo sforzo. Quasi sembra che la natura corrisponda più con i suoi doni al sentimento di desiderio e all'amore vigilante del coltivatore, anziché fare un bilancio delle sue fatiche materiali.
Ben altrimenti sarà quando il fanciullo dovrà raccogliere i frutti materiali del suo lavoro: oggetti immobili, uniformi, che si consumano e si disperdono anziché accrescersi e moltiplicarsi.
La differenza tra i prodotti della natura e quelli dell'industria, tra prodotti divini e quelli umani: ecco ciò che dovrà spontaneamente nascere come una constatazione di fatto nella coscienza dei fanciulli.
Ma al tempo stesso, come la pianta deve dare il suo frutto, così l'uomo deve dare il suo lavoro.

5. Il fanciullo segue la via naturale dello sviluppo del genere umano. Infine tale educazione fa armonizzare l'evoluzione individuale con quella dell'umanità. L'uomo passò dallo stato naturale a quello artificiale, procedendo attraverso i lavori dell'agricoltura; quando scoprì il segreto di intensificare la produzione della terra, ottenne il premio della civiltà.
Ugual cammino dovrà percorrere il fanciullo che è destinato a diventare un uomo civile.


Se pensiamo a quanto di più i bimbi deboli, tubercolosi o rachitici, sono esposti alla natura nei moderni sanatori, perché l'esperienza ha indicato come unico mezzo a cui ricorrere per guarirli il farli dormire all'aria aperta e il farli vivere al sole, deve rimaner chiaro che tanto più i fanciulli normali e forti potrebbero non solo resistere, ma anche rinvigorirsi esponendosi più largamente di quello che non facciano agli elementi naturali. Tuttavia ci sono ancora troppi pregiudizi su tale argomento, perché tutti ci siamo fatti volontariamente prigionieri e abbiamo finito con l'amare la nostra prigione e trasmetterla ai nostri figlioli. La natura si è a poco a poco ristretta, nella nostra concezione, ai fiorellini che vegetano e agli animali domestici utili per il nostro nutrimento, per i nostri lavori o per la nostra difesa. Con ciò anche l'anima nostra si è rattrappita: si è adattata a contenere dei contrasti e delle contraddizioni, a confondere perfino il piacere di vedere animali con l'esser vicini alle povere bestie destinate a morire per nutrirci o a contemplare il canto e la bellezza di uccelli prigionieri in piccole gabbie con una specie di nebuloso "amore per la natura"! Non c'è anche il pregiudizio che trasportando un po' di sabbia del mare in un recipiente a forma di tavolino si "dia un immenso aiuto" al fanciullo? Molte volte, anzi, si pensa che la riva del mare sia educativa perché vi si trova la sabbia come nel recipiente. Così, nella confusione di una secolare prigionia, si giunge alle più assurde concezioni.

La natura, in verità, fa paura alla maggior parte delle persone che temono l'aria e il sole come nemici mortali. Si teme la brina notturna come un serpente nascosto tra la vegetazione. Si teme la pioggia quasi quanto l'incendio. Se oggi le esortazioni dell'igiene spingono un po' l'uomo civile, questo carcerato soddisfatto, verso la libera natura, egli lo fa timidamente, con la più oculata precauzione. Dormire all'aperto, esporsi ai venti e alle piogge, sfidare il sole, tuffarsi nell'acqua sono cose di cui si può giungere a parlare, ma non sempre a metterle in pratica.
Chi non corre a chiudere una porta per timore di una corrente d'aria? E chi non chiude le finestre prima di addormentarsi, specialmente se è inverno e se piove? Quasi nessuno dubita che fare lunghissime passeggiate in aperta campagna anche sotto il sole o la pioggia, ricorrendo ai ripari che s'incontrano naturalmente, sia uno sforzo eroico, un rischio. Bisogna esserci abituati, dicono: e non si muovono. Come abituarsi, allora? Forse i piccoli bambini si dovranno abituare? Ma no: essi anzi sono i più protetti. Perfino gli inglesi, pionieri dello sport, escludono i piccolini dalle prove della natura e della fatica: è proprio là che la buona nurse li trascina, già grandi e cresciuti, in carrozzelle all'ombra quando fa buon tempo, e non li lascia né camminare lungamente né agire spontaneamente. No, lo sport, proprio dove è nato, è nato come una vera battaglia dei giovanotti più robusti e più coraggiosi: quelli stessi che si chiamano sotto le armi a combattere il nemico.

Sarebbe prematuro dire: sguinzagliate i bambini. Assecondateli: essi corrono fuori quando piove, si levano le scarpe quando trovano pozze d'acqua, e, quando l'erba dei prati è umida di brina, corrono con i loro piedini nudi per calpestarla; riposano pacificamente quando l'albero li invita ad addormentarsi alla sua ombra; gridano e ridono quando il sole li sveglia al mattino, così come sveglia ogni creatura vivente che divide la sua giornata tra la veglia ed il sonno. Ma noi invece ci domandiamo ansiosi come far dormire il bambino dopo l'aurora e come insegnargli a non levarsi le scarpe e a non fuggire sui prati. Quando imprigionato da noi, degenerato ed irritato dalla prigionia, egli uccide insetti o piccoli ed innocui animaletti, ci sembra "naturale"; e non ci accorgiamo che quell'anima è diventata già estranea alla natura. Ciò che chiediamo ai nostri bambini è che si adattino alla prigione senza darci fastidio.
Le energie muscolari dei bambini piccolissimi sono superiori a quanto supponiamo: ma per rivelarcele occorre la libera natura.
Il bimbo in città, dopo una piccola passeggiata, si dichiara stanco; e per questo noi crediamo che non abbia forza. Ma il suo languore viene dall'artificialità dell'ambiente, dalla noia, dal vestiario inadatto, dal tormento che il piccolo piede morbido soffre, chiuso nelle scarpe di cuoio che battono sul macigno nudo delle vie di città e dall'esempio accasciante delle persone che camminano tutte intorno silenziose, indifferenti e senza sorriso. Le attrattive di un abbigliamento di moda che può essere ammirato o di un club da raggiungere sono cose che non esistono per lui. Egli è al guinzaglio. L'accidia lo avvolge e vorrebbe essere trascinato.
Ma se i bambini sono a contatto con la natura, allora viene la rivelazione della loro forza. Anche al di sotto di due anni di età, i bambini normali, se di forte costituzione e ben nutriti, fanno chilometri di cammino. Ripide e lunghe salite al sole sono superate da quelle gambette instancabili. Mi ricordo che un bambino di circa sei anni sparì per delle ore: aveva sempre camminato su di una collina, pensando che, potendo arrivare in cima, avrebbe visto il mondo che sta dall'altra parte. Ma non era stanco: era disilluso di non aver trovato quello che cercava. Conobbi una volta una giovane coppia che aveva un bambino di appena due anni; babbo e mamma, volendo andare ad una spiaggia molto lontana, avevano pensato di portare il piccolo in braccio un po' per uno; ma la fatica era stata eccessiva. Avvenne che il piccolo fece con entusiasmo tutta la strada da sé e ripeté la passeggiata ogni giorno. Invece di portarlo in braccio, i genitori facevano il sacrificio di camminare più adagio e di fermarsi quando il bambino si fermava per raccogliere qualche piccolo fiore oppure quando, scoprendo la bellezza di un asinello che mangiava l'erba di un prato, si sedeva serio e meditativo a far compagnia un istante a quell'essere umile e privilegiato. Invece di portare il loro bambino, quei genitori avevano risolto il problema seguendo il loro bambino.

Solo i poeti sentono il fascino di un fine rivoletto di acqua sorgiva tra i macigni, cosi come lo sente il piccolo bambino, che si entusiasma e ride, e vuol fermarsi a toccarlo con la mano come per accarezzarlo. Nessuno che io sappia, tranne san Francesco, ha ammirato l'insetto modesto o il profumo di un'erbicciuola senza attrattive, come fa uno di questi piccolini.

Conducete, vi prego, fra le vostre braccia, un infante che non ha ancora cominciato a camminare; tenetelo, per una via di campagna da cui si scorga un orizzonte magnifico e grandioso; tenetelo, dico, in modo da rivolgere la schiena al panorama. Lo vedrete fare sforzi per rivoltarsi e guardare lo spettacolo. Arrestatevi con lui! Egli gode di quella bellezza quando ancora non sa reggersi in piedi e la sua lingua non sa chiedere di fermarsi. Sì, lo possiamo dire parafrasando un detto evangelico: egli non vive di solo latte. E avete man visti dei fanciulli seri affaccendati attorno al cadavere di un uccelletto caduto dal nido, correre avanti ed indietro, raccontare, chiedere, agitarsi con una pena sincera? Ebbene, quelli sono i bambini che, nel prossimo periodo di degenerazione, potranno giungere fino a dar la caccia ai nidi.

Il sentimento della natura cresce con l'esercizio come ogni altra cosa; e non è certo trasfuso da noi con qualche descrizione od esortazione fatta pedantescamente dinanzi ad un bimbo inerte e annoiato chiuso tra mura e abituato a vedere o sentire che la crudeltà verso gli animali è una necessità della vita. Sono le esperienze che lo colpiscono: la morte del primo colombo ucciso volontariamente da una persona della sua famiglia è il punto nero nel cuore di quasi tutti i fanciulli. Noi dobbiamo ai bambini una riparazione più che una lezione. Dobbiamo guarire le ferite inconsce, le malattie spirituali, che già si trovano in questi piccoli graziosi figli dei prigionieri dell'ambiente artefatto."
 
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