John e la natura

John e la natura
La letteratura americana è intrisa di natura: si può dire che anche nei suoi scritti più cupamente urbani, questa esca comunque fuori come un substrato dell’animo dei personaggi. E ci si può stupire di ciò in una nazione ampiamente tecnologica nata però da un continuo confronto con una natura preponderante?

Nei romanzi di John Steinbeck (1902-1968) – il cantore di contadini, agricoltori e vagabondi – ad esempio c’è un continuo rapporto con la natura, ora madre ora matrigna, con dialoghi spesso crudi che si stagliano su descrizioni serene e liriche di questa.

E poi ci sono autori che hanno consacrato alla natura vita e scrittura, come John Muir (1838-1914). Da noi non è molto noto, ma la sua opera è alla base della moderna tutela ambientale. Personaggio eclettico, viaggiò per mesi a piedi nei territori vergini d’America, in una regione che oggi anche grazie a lui fa parte dello Yosemite National Park. Animato da una sconfinata ammirazione per la bellezza del creato e dalla convinzione che tutto nella natura abbia un ordine e un senso, scriveva: “Lascia che la pace della natura entri in te come i raggi del sole penetrano le fronde degli alberi. Lascia che i venti ti soffino dentro la loro freschezza e che i temporali ti carichino della loro energia. Allora le tue preoccupazioni cadranno come foglie d'autunno”.

Parte di questi viaggi è descritta nel lirico La mia prima estate sulla Sierra. Mi sono convinto che Steinbeck, il mio autore statunitense prediletto, abbia letto Muir, prendendone spunto per la descrizione di una radura e di una pietra che tanta parte hanno nel romanzo Al Dio sconosciuto (1933, fra l’altro tradotto da Eugenio Montale), opera che elabora un’intensa percezione religiosa della natura e della fertilità. Ed entrambi i testi sono ambientati in California.

Ecco i brani che mi ci hanno fatto pensare, così come non posso fare meno di andare con la mente ai due John ogni volta che passo sotto la mistica Pietra Cernaia, nel gruppo del Secine, in prossimità della Majella.

John Muir, La mia prima estate sulla Sierra Uno di questi massi portati anticamente dall’inondazione sta saldamente piantato in mezzo al torrente, poco più a valle dello sbarramento che forma la pozza ai piedi della cascata vicina al campo. È un masso di granito di forma pressoché cubica, di circa otto piedi di lato, coperto di muschi sulla faccia superiore e sui lati fino al livello normale dell’acqua. Quando mi ci sono arrampicato quest’oggi e mi sono sdraiato a riposare, m’è parso di non aver trovato fino a quel punto luogo più romantico: unica pietra di grandi dimensioni attorno, con la sommità soffice di muschio e le pareti lisce, salda, squadrata, solitaria come un altare, con la cascata in faccia che la asperge del più fine polverio di spuma, quanto basta a mantener fresca la coltre muscosa; e la limpida pozza verde ai piedi, con il suo corteggio di mulinelli bianchi e il semicerchio di gigli ondeggianti come una piccola folla di ammiratori e sopra le sanguinelle in fiore e gli ontani che intrecciano i rami in archi trapassati da raggi di sole. Come è soave, come è piacevolmente fresco sotto quel traslucido soffitto di foglie, quanto grata all’orecchio suona la musica dell’acqua – la voce di basso profondo della cascata, il canto lieve degli spruzzi, l’infinito svariato mormorare della corrente che scorre attorno al masso solitario e sprizza e saltella tra mille ciottoli nella sua corsa lungo il sentiero di felci! E tutto è così raccolto, ogni voce, ogni cosa nitida e vicina come dentro una stanza quieta. Il luogo ha qualcosa di sacro, com’è dei luoghi dove si può sperare d’incontrare Dio.

John Steinbeck, Al Dio sconosciuto Erano giunti a una radura aperta, quasi circolare, e piana come uno stagno. Intorno crescevano alberi oscuri, diritti come colonne e gelosamente stretti uno all’altro. Nel centro sorgeva una roccia grande come una casa, misteriosa e smisurata. Sembrava che fosse stata fatta con intelligenza e scaltrezza, eppure non si trovava nella memoria una forma a cui paragonarla. Un muschio, denso e verde, copriva la roccia di una soffice lanugine. L’edificio era simile a un altare, ma quasi fuso e colato su se stesso. Da un lato della roccia c’era una piccola grotta nera frangiata di felci a cinque dita e dalla grotta scorreva silenziosa una piccola corrente che attraversava la radura e scompariva nella sterpaglia scompigliata che orlava quel vuoto.
https://www.montinvisibili.it/john-muir
 

Allegati

Nel mio scarso curriculum c'è solamente The Grapes of Wrath del grande Steinbeck, libro che ho avuto la fortuna di leggere in lingua originale apprezzando le tinte forti e le minuziose descrizioni (specialmente paesaggistiche) che lo hanno reso famoso e che, penso, gli hanno riconosciuto il Nobel.
Ho poi saputo che la versione italiana dal titolo Furore risale ad una traduzione che ha subito la censura del governo fascista (piccolo Off Topic che avvalora il mio privilegio di averne letto l'originale).
Penso anch'io che Steinbeck si sia ispirato a Muir, il parallelo che hai citato è palese.
Non conosco la Pietra Cernaia, ma leggendo i due brani la mia mente correva in entrambi i casi verso quel monolite che ospita la Grotta dei Pastori all'interno del vallone Rietello, sotto al Cafornia.
Grazie per queste pillole di letteratura che inducono, come sempre, a profonde riflessioni.
 
se posso:" Uomini e topi" è una perfetta allegoria dura nel personaggio di Lennie della filosofia statunitense. Immagine per certi versi ripetuta in Forrest Gump, ma in chiave positivissima. IMHO.
 
Io di Steinbeck finora ho letto solo "La Santa Rossa" (romanzo di mare/pirati).
Invece di Muir ho letto "Mille miglia in cammino fino al golfo del Messico". Davvero molto bello.
"La mia prima estate sulla Sierra" è nella lista dei libri da comprare :)
 
Nel mio scarso curriculum c'è solamente The Grapes of Wrath del grande Steinbeck, libro che ho avuto la fortuna di leggere in lingua originale apprezzando le tinte forti e le minuziose descrizioni (specialmente paesaggistiche) che lo hanno reso famoso e che, penso, gli hanno riconosciuto il Nobel.
Ho poi saputo che la versione italiana dal titolo Furore risale ad una traduzione che ha subito la censura del governo fascista (piccolo Off Topic che avvalora il mio privilegio di averne letto l'originale).
Penso anch'io che Steinbeck si sia ispirato a Muir, il parallelo che hai citato è palese.
Non conosco la Pietra Cernaia, ma leggendo i due brani la mia mente correva in entrambi i casi verso quel monolite che ospita la Grotta dei Pastori all'interno del vallone Rietello, sotto al Cafornia.
Grazie per queste pillole di letteratura che inducono, come sempre, a profonde riflessioni.
Complimenti per la lettura in lingua originale. Sapevo di questa circostanza sulla traduzione e infatti sto pensando di prendere la nuova edizione e rileggermelo.
Visto che anche tu t'imbarchi ogni tanto in lunghe traversate automobilistiche, il Gruppo del Secine (o meglio dei Monti Pizi) te lo consiglio vivamente.
 
se posso:" Uomini e topi" è una perfetta allegoria dura nel personaggio di Lennie della filosofia statunitense. Immagine per certi versi ripetuta in Forrest Gump, ma in chiave positivissima. IMHO.
Sicuramente. Però a mia parere Pian della Tortilla e la Valle dell'Eden, insieme a Furore, restano insuperabili. Fra l'altro Steinbeck fu anche in Italia come corrispondente di guerra il tra il giugno e il dicembre 1943. Gli articoli sono raccolti nel libro C'era una volta una guerra che offre una spaccato interessante di quei mesi concitati.
 

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