Trekking Laugavegur e Fimmvörðuháls

#1
Dati

Data: agosto 2018
Regione e provincia: Islanda
Località di partenza: Landmannalaugar
Località di arrivo: Skogar
Tempo di percorrenza: 3/5 giorni
Chilometri: 60+25 circa
Grado di difficoltà: E
Descrizione delle difficoltà: clima, guadi, possibilità di nebbia in alcuni punti del percorso
Periodo consigliato: luglio-inizio settembre
Segnaletica: ottima
Dislivello in salita: circa 1900 m per le 4 tappe del Laugavegur e altri 1.000 per il Fimmvörðuháls
Dislivello in discesa: circa 2.200 per il Laugavegur e 1.000 per il Fimmvörðuháls
Quota massima: Hrafntinnusker (poco meno di 1.100)
Accesso stradale: bus 4x4 da Rejkyavik


Descrizione

L'idea di fare un viaggio in Islanda ci stuzzicava da qualche anno, soprattutto dopo aver visto decine di foto e video di vari trekking ed in particolare del più famoso e gettonato Laugavegur.
A febbraio riusciamo a definire le date delle ferie e comincio ad organizzare. Come avevo sentito dire da più parti, trovare disponibilità nei rifugi per tutte le tappe è praticamente impossibile anche muovendosi con mesi e mesi di anticipo.
I posti vengono tutti prenotati dalle varie agenzie che li "sbloccano" solamente quando chiudono le iscrizioni ai vari tour organizzati: ci si può mettere in lista d'attesa con buone chance di trovare posto, ma che succede se all'ultimo anche una sola delle tappe resta scoperta?
Alla quinto scambio di mail (bisogna andare per tentativi, un "trovatemi 4 giorni di fila con 2 posti liberi nei rifugi" non è contemplato) mi stufo e decido che il trekking si farà in tenda. C'è solo il problema che mentre abbiamo una buona esperienza di montagna, abbiamo quasi zero esperienza di campeggio e ancor meno di campeggio itinerante, per di più in un clima non proprio tenero.
Seguono mesi di grande studio e grandi acquisti, con qualche rara prova sul campo. Purtroppo la mia compagna lavora tutti i sabati e non c'è modo di organizzare escursioni di più giorni.

Il Laugavegur, come molti sapranno, prevede ufficialmente 4 tappe relativamente poco impegnative. Alcuni lo completano in tre giorni, altri in due, quelli che vincono l'ultramaratona che viene organizzata ogni anno ci mettono 5 ore.
Noi abbiamo in programma di unire le prime due tappe, in maniera tale da evitare il campeggio nel punto più elevato ed inospitale di tutto il tracciato dove di solito, fino a stagione estiva ben inoltrata, si finisce per piantare la tenda sulla neve. Per "coccolarci" un po' dopo la doppia tappa decidiamo di concederci il lusso di fare una singola notte in rifugio.

Una discreta parte della settimana che precede la partenza la passo a guardare il meteo, terrorizzato da video di tende brutalizzate dal vento islandese...
Ovviamente è tutto ok fino a 48 ore prima della partenza, quando improvvisamente le previsioni virano verso il pessimo, proprio nel giorno in cui dovremmo fare la tappa più lunga.
La mattina dell'11 agosto, dopo uno scalo notturno a Londra, siamo a Reykjavik. Depositiamo i bagagli e andiamo in cerca del gas per il fornelletto, che troviamo (con l'attacco giusto) solo al quarto tentativo. Facciamo giusto in tempo a comprare le ultime provviste ed è ora di partire.
Il viaggio dura circa 4 ore, di cui buona parte su una pista sterrata che attraversa fiumi e campi lavici. Il clima è quello di una nostra giornata di metà novembre, non particolarmente entusiasmante.
Intorno alle 5.30 del pomeriggio arriviamo a Landmannalaugar. Piove e il campeggio è un mezzo pantano, con le tende concentrate nelle zone meno umide (ma più sassose).



Mi rendo conto che non c'è modo di piantare i picchetti nel terreno senza rischiare di romperli, per cui decido di ancorare i tiranti ai bastoncini da trekking, seppellendoli sotto una buona dose di massi.

Facciamo un salto alle pozze termali ma il meteo non ci invoglia proprio a denudarci.


Per fortuna esiste una tenda comune per i pasti dove riusciamo a ritagliarci un angolino per preparare la cena.
Mentre mangiamo vedo sul telefono che è stato diramato un allarme per il giorno dopo: sono previsti venti oltre 80/90 km/h e il trekking viene consigliato solamente ad escursionisti esperti e ben equipaggiati.
Chiediamo informazioni a uno dei gestori del rifugio/campeggio che, senza mostrarsi troppo interessato, ci dice che sarebbe stato "ok for hikning". La cosa mi lascia un po' perplesso. Rinviamo ogni decisione al giorno dopo.
Andiamo a letto molto presto e con la paura di svegliarci nel cuore della notte con la tenda sconquassata dal vento. In realtà non arriverà assolutamente nulla, se non un bel poì di pioggia.

Ci alziamo di buon mattino e smontiamo la tenda fradicia e infangata. Sotto la tenda comune non siamo i soli ad avere dubbi sul da farsi e vediamo diversi gruppi che decidono di rinviare la partenza.
La prospettiva di passare una intera giornata bloccati lì, le pessime previsioni per la notte successiva e la prenotazione per il rifugio ci fanno decidere di partire comunque. Non ci resta che infilarci pantaloni e gusci impermeabili e caricare gli zaini in spalla.
Pensavamo di essere clamorosamente in ritardo, ma in realtà siamo tra i primi a partire: le ore di luce sono tantissime e la gente se la prende più che comoda.

Attacco del sentiero


La prima metà della giornata, che poi sarebbe la prima tappa, prevede un dislivello di poco meno di 500 metri con uno sviluppo di 12 km.
A parte qualche rampetta di neve/fango si sale dolcemente in mezzo a formazioni vulcaniche e montagne di riolite.
Per i primo 40 minuti il tempo regge, ma più si sale più la pioggia e il vento si fanno intensi. Ho tentato di fare qualche foto togliendo le moffole impermeabili, con il risultato che dopo due minuti i guanti erano fradici e le dita congelate. Per questo motivo ho pochissime foto della prima giornata, quasi tutte scattate nella prima mezz'ora. Un gran peccato perchè è veramente qualcosa di unico...










Lungo il cammino incontriamo solo una coppia di ragazzi un po' in affanno ed un gruppo che sta scendendo in direzione opposta, che ci avvisa che in cima c'è parecchia nebbia, cosa abbastanza abituale.
Raggiunti i 1000 metri di quota, infatti, c'è da attraversare una sorta di plateau, costellato da nevai. I paletti che segnano il tracciato sono montati in cima a delle montagnette di massi in maniera tale che emergano dalla neve.
La nebbia è fitta, ma è spazzata continuamente da un vento feroce che lascia giusto il tempo di individuare il paletto successivo. Alla fine il gps resta in tasca.

Lo scenario è questo, con un po' più di neve e un po' più di nebbia (la foto non è mia)


In meno di 4 ore arriviamo al rifugio di Hrafntinnusker, dietro al quale tentiamo di ripararci un po' dal vento mentre mangiamo una barretta. Ormai piove in orizzontale e le raffiche di vento sono tremende.
Incrociamo la ragazza (inglese) che si occupa del rifugio (ovviamente tutto prenotato) che ci rincuora (si fa per dire) dicendo che dall'inizio dell'estate non fa più di 3 o 4 giorni senza una tempesta. Praticamente la stagione non è mai iniziata (che culo)...
C'è ancora qualche tenda montata che si regge in piedi solo perchè ben protetta all'interno di trincee fatte con muretti di sassi. Siamo ben contenti di non doverci fermare qui...

Ripartiamo per quelli che dovrebbero essere alcuni km di saliscendi prima di una ripida discesa. In realtà è stata la parte più dura in assoluto: abbiamo avuto e pioggia vento direttamente in faccia per tutta la tratta, con continue raffiche che erano talmente forti da sbilanciarmi (un fuscello di 100 kg per due metri).
Mi accorgo che la mia compagna comincia un po' a subire psicologicamente la situazione: il suo pregio è che in questi casi, anzichè fermarsi e mandarmi (giustamente) a cagare, tende ad ammutolirsi e ad accelerare il passo...

Finalmente risaliamo l'ultimo maledetto dosso. Il cielo si schiarisce un attimo e ci lascia vedere qualcosa della valle sottostante



In una giornata di sole deve essere qualcosa di spettacolare.

La discesa è abbastanza ripida e porta al primo dei temutissimi guadi (è il fiume che si vede nella foto).
C'è un gruppo che viene dalla direzione opposta e sta tentando di attraversare il fiume saltando di pietra in pietra. Dopo aver visto uno cadere in acqua decidiamo che è meglio guadare come si deve.
Togliamo gli scarponi e attraversiamo l'acqua gelida. Già dal primo guado ci rendiamo conto che, in realtà, il problema non sono i piedi, che dopo pochi minuti negli scarponi ancora caldi riacquistano subito la loro temperatura.
Il problema vero è scoprire le mani per fare tutte le operazioni necessarie. Bastano pochi secondi allo scoperto perchè acqua e vento le trasformino in blocchi di ghiaccio.

Superato il primo guado il percorso si fa pianeggiante e per lunghi tratti coincide con una delle tante piste per 4x4 che attraversano le highlands islandesi.


Attraversiamo un secondo fiume e intorno alle 3.30 arriviamo nei pressi del lago di Alftavatn, dove è situato il rifugio omonimo.
Non dormiremo qui (tutto prenotato), ma a Hvangil, a circa 4 km di distanza. La breve distanza fra i due rifugi fa si che Hvangil abbia quasi sempre posti liberi.
Ad Alftavatn ci sarebbe la possibilità di ripararsi in un minuscolo bar/ristorante. L'idea non mi dispiacerebbe ma la mia compagna preferisce tirare dritto: manca solo un'oretta di cammino e, incredibilmente, ha anche smesso di piovere (durerà poco).

Ci lasciamo Alftavatn alle spalle...



Per arrivare a Hvangill ci sono da attraversare diversi corsi d'acqua, ma la maggior parte non richiedono grandi sforzi



Poco prima delle cinque arriviamo in vista del rifugio. La voglia di rintanarsi all'asciutto è così tanta che non mi fermo nemmeno a fare una foto.
Quando entriamo il rifugio è deserto: ci sono solo una signora francese che viaggia con un gruppo organizzato (tutti in tenda tranne lei) e un americano che di lì a poco si metterà a dormire (ed andrà avanti fino alla mattina dopo, incredibile...).
Sistemiamo la roba fradicia nell'anticamera ed entriamo nel rifugio. Ci sarebbe la possibilità di fare una doccia, ma la baracca si trova a 50 metri dall'ingresso e il solo pensiero di dover uscire di nuovo (la tempesta ha ripreso a infuriare) scoraggia qualunque velleità.
Prepariamo con molta calma la cena e ci riposiamo un po'. Nel frattempo il rifugio comincia a riempirsi sempre di più: tutti quelli che pensavano di campeggiare ad Alftavatn (molto più esposto al vento) sono stati dirottati qui e buona parte di questi ha deciso di non montare nemmeno la tenda e pagare per dormire al caldo.
Nel giro di qualche ora il rifugio sarà al completo.

Non c'è molto da fare, perciò alle nove siamo già a letto. Durante la notte verremo svegliati più volte dal vento che fa tremare i vetri e la mattina saremo entrambi d'accordo sul fatto che i soldi spesi per la notte in rifugio siano stati i soldi meglio spesi della nostra vita.

(continuerò in un altro post)
 

#2
Scusate ma ho qualche problema con i link delle immagini. Nell'anteprima sono corretti ma poi vedo che le foto non sono quelle...
Se provo a sistemarne una me ne inverte un'altra, non capisco.
 
#3
Il secondo giorno comincia un po' come il primo, con vento e pioggia in abbondanza. Il fatto di essere sopravvissuti alla prima giornata e di non dover tornare "in quota" (concetto relativo a queste latitudini), però ci tranquillizza.
Ad una mezz'ora dal rifugio ci aspetta il guado più temuto: il Bláfjallakvísl.
Dei cartelli appesi in tutti i rifugi consigliano vivamente di non attraversalo dove incrocia la pista, ma in un punto più a monte, dove il fiume si divide in due.
Effettivamente è il guado più profondo e pericoloso che abbiamo dovuto affrontare, con l'acqua che mi arrivava sopra alle ginocchia (le cosce per una persona di statura normale).
Anche qui le condizioni meteo non invogliavano a fare foto.

Il percorso di oggi è sostanzialmente pianeggiante e segue per lo più la strada. Si tratta di attraversare un enorme deserto lavico: per molti è la tappa più monotona ma a me non è dispiaciuta.









Attraversato il deserto il terreno si fa un po' più ondulato finchè non si arrivata al rifugio successivo. Da Hvangil sono circa 12 km





Raggiungiamo il rifugio intorno all'una. Da un paio d'ore ha smesso di piovere ed il vento si è un po' calmato.
Ci prepariamo un pasto caldo sotto la tenda comune e valutiamo il da farsi, visto che siamo solo a metà giornata e la tappa è già stata completata.
Io sarei disposto a piantare la tenda qui e fare un giro nei dintorni, la mia compagna vorrebbe approfittare del bel tempo e tirare dritto fino all'ultima tappa.
Chiedo al rifugista come sono le previsioni del giorno dopo e mi risponde che l'unico modo per prevedere il meteo in Islanda è guardare fuori dalla finestra. Se non siamo eccessivamente stanchi ci consiglia di proseguire, e così facciamo.
 
#6
Grazie, proseguo.

La scelta di tirare dritto si rivela azzeccata, in tutto il pomeriggio non prendiamo una goccia d'acqua e per la prima volta si riesce a camminare senza la tenuta antipiogga completa.
Ci restano da percorrere gli ultimi 15 km, con qualche piccolo dislivello. C'è da attraversare il profondo canyon formato dal fiume Emstruá, ma per fortuna qui hanno costruito un ponte.
La discesa nel canyon presenta l'unico tratto "attrezzato" del percorso ma è solo una misura precauzioale.





I fiumi, tutti di origine glaciale, hanno scavato i loro piccoli canyon. Comincia a vedersi la prima vegetazione, ci stiamo avvicinando alla "foresta" di Thor (Þórsmörk).





Per arrivare alla meta resta solo da affrontare l'ultimo guado, che sulla carta dovrebbe essere ancora più temibile di quello della mattina.
In realtà il livello dell'acqua è piuttosto basso, e con il sole il pediluvio ghiacciato diventa quasi piacevole.



Rispetto alla mattina, in cui non abbiamo incrociato quasi nessuno, adesso il percorso è piuttosto affollato. Ci sono anche parecchi gruppi che si limitano a fare escursioni in giornata.



Complice il sole e un po' di stanchezza ce la siamo presi un po' comoda: arriviamo a Þórsmörk che sono ormai passate le sette. Non è un problema, tanto il sole non tramonta prima delle 10/11.
In questa zona i rifugi/campeggi sono ben 3: il primo, privato, offre una serie di lussi sfrenati tra cui un ristorante self service, una specie di sauna e soprattutto docce calde illimitate, ma è anche il più lontano dall'attacco del sentiero per il Fimmvorduhals.
Siccome abbiamo un giorno d'anticipo sulla tabella di marcia decidiamo di fermarci. Domani decideremo se affrontare o no l'ultima tappa (che sarebbe un trek a sè stante) in base alle previsioni meteo.

Piantiamo la tenda e ci spostiamo al ristorante dove, per la non troppo modica cifra di 35 euro si può accedere al buffet (consumazioni illimitate ma scelta un po' scarna). Cerco di rientrare nella spesa accumulando calorie per tutta la settimana a venire...
Al bar incrociamo un gruppetto di ragazzi siciliani, partiti due giorni prima di noi, che ci raccontano della loro indimenticabile notte in tenda a Hrafntinnusker. Dopocena ci concediamo il lusso di una bella doccia bollente e ci ritiriamo in tenda.

La mattina seguente ce la prendiamo con comodo: facciamo colazione, salutiamo i ragazzi siciliani che tornano a Reykjavik e approfittiamo del bar per ricaricare i telefoni e controllare le previsioni meteo. Questa ultima tappa (che può essere evitata9 è un po' più impegnativa e se il tempo non collabora può anche diventare pericolosa.

Il tempo per domani sembra buono e anche secondo il ragazzo del bar non dovrebbero esserci problemi.
Ci confrontiamo anche con un gruppo di ragazzi canadesi che si è accampato di fianco alla nostra tenda e che ha i nostri stessi programmi, ed anche loro sono dell'idea di spostarsi verso l'attacco del sentiero per partire il giorno dopo.

Verso mezzogiorno leviamo le tende e ci incamminiamo verso la zona di Basar, dove si trova un altro rifugio/campeggio.

Il sentiero passa per un altro rifugio (Langidalur) che si trova più o meno a metà strada fra i due. Tutti e tre sono collegati dai soliti pullman 4x4.


(quello nella foto è il sottoscritto)

Il rifugio di Basar si trova dall'altra parte del fiume Pronga, un tipo poco raccomandabile. Parecchi turisti hanno pianto lacrime amare per aver "perso" l'auto noleggiata nel tentativo di guadarlo...
Si attraversano a piedi varie diramazioni ma per attraversare il letto principale viene posata una passerella mobile. Se il livello è troppo alto la passerella viene rimossa bisogna farsi dare un passaggio da un bus o da qualche altro mezzo ben attrezzato.



A Basar non ci sono particolari lussi ma il campeggio è molto carino. Piantiamo la tenda in mezzo a un bel boschetto un po' defilato.



Tempo dieci minuti e comincia a piovere. Ritiriamo le cose stese e ci trasferiamo a mangiare in un capanno.
Dopo un po' ci raggiungono anche i canadesi e un altro gruppo di ragazzi italiani che è partita la mattina da Skogar.
Io comincio a risentire un po' del freddo patito il giorno prima: sono completamente intasato e ho un po' di mal di testa. Torno in tenda e mi infilo nel sacco a pelo per riposare un po'.

I canadesi



La sera ricontrolliamo le previsioni e decidiamo che domani sarà il giorno del Fimmvörðuháls. Altri 25 km con 1.000 di dislivello per arrivare fino alla civiltà.

(seguie)
 
#9
Terzo (quarto, in teoria) ed ultimo giorno di trek.



Come si nota dalla cartina appesa nell'ufficio a Basar, il percorso sale abbastanza ripido per un migliaio di metri di dislivello fino al Fimmvörðuháls, passo che si trova proprio nel mezzo fra i ghiacciai Eyjafjallajökull (ad ovest) e Mýrdalsjökull (ad est). Le puntine indicano i vari rifugi/campeggi.

Comunque, l'Eyjafjallajökull è il famoso vulcano che nel 2010 eruttò mandando in tilt l'intero trasporto aereo mondiale per diverse settimane.
L'eruzione formò subito una fessura di 500 metri nella zona nord del Fimmvörðuháls e successivamente spuntarono due nuovi crateri, chiamati Magni e Móði come i figli di odino. Ovviamente il sentiero rimase chiuso per un bel po' e fu necessario ritracciarlo in più punti.

La zona sommitale resta perennemente innevata e, come l'altro passo, è soggetta al rischio di nebbie e cambi di meteo improvvisi. A noi andrà di lusso: sole e visibilità perfetta per l'intera giornata.

La salita è subito piuttosto ripida e dopo poco più di un'ora di cammino si può già ammirare il panorama sulla valle di Thorsmorsk




Si attraversa un altipiano roccioso....





E dopo aver superato un tratto leggermente esposto (attrezzato con catene), si arriva nella zona del passo


Si notano le colate laviche più recenti





A tratti il percorso è un po' confuso, non tanto perchè non sia segnato, ma perchè ci sono diverse varianti tracciate in funzione dell'innevamento.
Nel guardarmi intorno, stupidamente mi avvicino troppo ai resti di una colata, la neve vicino alla roccia cede e uno spigolo taglientissimo mi si conficca nello stinco. Nulla di grave ma ho ancora il segno a distanza di mesi...

Arriviamo nei pressi del primo rifugio, che lasciamo sulla destra



Finalmente si vede il mare. Da qui in poi si scollina, ma ci sono ancora un paio di saliscendi.
(notare la tenda)



Raggiungiamo anche il secondo rifugio, dove ci fermiamo per mangiare una barretta.

Da qui in poi la discesa, molto più dolce della salita, segue il corso del fiume Skoga, che si produce in una serie continua di salti spettacolari. Le cascate dovrebbero essere più o meno una trentina: diciamo che dopo le prime dieci si comincia a perdere il conto...








Pecore incrodate





Più si scende verso Skogar, più cresce il numero di turisti in infradito e più il sentiero si trasforma in un grosso pantano scivoloso.
Purtroppo i cartelli che invitano a non uscire dalle tracce per non devastare il terreno (coperto da licheni particolarmente fragili) vengono pressochè ignorati.
E' strano passare dalla solitudine quasi totale alle folle di gente che perlopiù ti guarda come un marziano.





Finalmente, verso le tre del pomeriggio arriviamo alla scalinata che porta i turisti fino alla sommità della cascata di Skogar (Skogafoss), che si trova direttamente sulla ring road a poche ore di distanza da Reykjavik.



Facciamo un paio di foto e ci prepariamo ad aspettare le due ore che mancano all'autobus su cui avremmo prenotato quando ne vediamo arrivare un altro della stessa compagnia. Fortunatamente ci sono posti liberi per cui riusciamo ad essere a Rejkyavik quando il sole è ancora alto nel cielo.



Qui è terminata la parte prettamente escursionistica della vacanza che, devo dire, è quella che mi è piaciuta di più.
Se avete la possibilità, soprattutto economica, andateci e incrociate le dita perchè il meteo sia clemente.
 
#11
Grazie per le belle immagini che però confermano la mia NON attrazione per l'Islanda. :ka:

La quasi totale assenza di alberi e boschi mi inquieta. :help:

E pensare che mia moglie insiste che ci vuole andare... :wall:
 
#14
bravo, complimenti
è un trek a cui sto pensando per giugno (l'estate artica è breve)

per il gas (immagino bombolette ad attacco filettato tipo coleman) dove lo hai poi trovato, visto che parli di 4 tentativi????

grazie, ogni altra info sarà ben accetta
 
#15
Grazie, per il gas avevo fatto un primo tentativo alla stazione di servizio N1 che c'è di fianco alla stazione degli autobus ma non avevano quelle con l'attacco filettato (non vorrei dire una stupidaggine ma forse quando siamo tornati e ci siamo fermati a mangiare un panino le avevano).
Poi ho tentato in due negozi di articoli sportivi sul Laugavegur (che casualmente è anche il nome della strada dello shopping a Reykjavik) ma vendevano praticamente solo abbigliamento. Alla fine l'ho trovata da Icewear, negozio di articoli sportivi vicino alla Hlemmur square.
Lì vicino c'è anche un negozio che noleggia attrezzatura da campeggio che dovrebbe essere fornito.
Fjallakofinn è un'altra catena di negozi sportivi che dovrebbe averle. Durante il viaggio ci siamo fermati in una stazione di servizio che vendeva anche gas, ma le bombole piccole erano esauirte.
Se non ricordo male le vendevano anche a Landmannalaugar e anche al "Volcano Hut" di Thorsmorsk, ma credo proprio che convenga acquistarle in città.

In generale non è difficile trovarle nelle stazioni di servizio (che vendono un po' di tutto), nei negozi di articoli sportivi e a volte anche nei campeggi.

Comunque tieni presente che a giugno la strada per Landmannalaugar potrebbe essere ancora chiusa. Mediamente apre dopo la prima metà di giugno ma se la neve è abbondante può ritardare di qualche settimana.
 
#16
Grazie, per il gas avevo fatto un primo tentativo alla stazione di servizio N1 che c'è di fianco alla stazione degli autobus ma non avevano quelle con l'attacco filettato (non vorrei dire una stupidaggine ma forse quando siamo tornati e ci siamo fermati a mangiare un panino le avevano).
Poi ho tentato in due negozi di articoli sportivi sul Laugavegur (che casualmente è anche il nome della strada dello shopping a Reykjavik) ma vendevano praticamente solo abbigliamento. Alla fine l'ho trovata da Icewear, negozio di articoli sportivi vicino alla Hlemmur square.
Lì vicino c'è anche un negozio che noleggia attrezzatura da campeggio che dovrebbe essere fornito.
Fjallakofinn è un'altra catena di negozi sportivi che dovrebbe averle. Durante il viaggio ci siamo fermati in una stazione di servizio che vendeva anche gas, ma le bombole piccole erano esauirte.
Se non ricordo male le vendevano anche a Landmannalaugar e anche al "Volcano Hut" di Thorsmorsk, ma credo proprio che convenga acquistarle in città.

In generale non è difficile trovarle nelle stazioni di servizio (che vendono un po' di tutto), nei negozi di articoli sportivi e a volte anche nei campeggi.

Comunque tieni presente che a giugno la strada per Landmannalaugar potrebbe essere ancora chiusa. Mediamente apre dopo la prima metà di giugno ma se la neve è abbondante può ritardare di qualche settimana.
si, molti rifugi aprono dopo il 25 giugno quando contavo di andare io :)
 

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