Mi sono trovato davanti a una balena e mi sono sentito piccolo come raramente mi capita. Piccolo non solo per la sua dimensione, ma per la distanza tra la sua presenza immensa e il modo in cui noi umani trattiamo il suo mondo.
Ogni suo movimento era un paradosso: forza e delicatezza, potenza e silenzio. Non era solo “un animale enorme”, era un essere che porta addosso secoli di oceano, che vive seguendo ritmi che noi abbiamo quasi dimenticato.
Dentro è stato un caos di emozioni: mi sono sentito inferiore e profondamente commosso allo stesso tempo, perché appartengo a una specie che ha riempito l'oceano di rumore, plastica e pericoli inutili. Guardandola ho sentito davvero il bisogno di domandare perdono, anche se so che non basterà mai.
Noi ci mettiamo al centro di tutto, convinti di avere sempre ragione, ma basta trovarsi a pochi metri da un gigante del mare per capire quanto siamo fragili e quanto siamo arroganti. Ogni volta che feriamo questi animali, stiamo ferendo la casa che condividiamo con loro e, alla fine, anche noi stessi.
Nel suo sguardo, nelle emersioni lente, c’era qualcosa che parlava alla nostra parte migliore: la capacità di esistere senza l’ossessione di dominare, di occupare spazio senza distruggerlo, di stare in equilibrio con ciò che ci circonda.
Scelgo di trascorrere il mio tempo con chi cerca di proteggere il silenzio, la libertà e la vita che scorre in questi giganti indifesi e in ogni creatura del pianeta, invece di stare dalla parte di chi, per interesse o indifferenza, finisce per far loro del male.
Come ricordava Thoreau,
"La salvezza del mondo è nella natura selvaggia".