Escursione Mini escursione sulla grande Laga: galleggiando fino al Lago dell'Orso.

#1
Parchi d'Abruzzo
Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
Data : 14 novembre 2018
Grado di difficoltà : T/E
Difficoltà incontrate : nessuna se non la solita voglia di non andar più via da questa catena montuosa.
Tempi, dislivello, km : vedi foto cartello e ignora.
Partenza: piazzale del Ceppo (Località di Rocca Santa Maria) nota patria dei Boletus Edulis e non solo.

Descrizione :
Questa è la seconda mini escursione pomeridiana che facciamo io e Alessandra sulla magica Laga. La prima, bellissima, curiosando il borgo di Valle Vaccaro e i suoi sempreverdi prati sommitali, fatti di rifugi e stalle pastorali ai piedi del Monte Gorzano......ma questa è un'altra avventura.
La prima foto scatta alle dodici e mezza scarse, Linda sfreccia e salta dal furgone felice tra un abbondante tappeto di foglie, Alessandra sfoggia sorrisi e accatasta legnetti per un albero di Natale stilizzato, e il narratore odora il fogliame e incoraggia la truppa verso la rumorosa salita nel bosco. Le chiacchiere distraggono un po' la fatica, Linda annusa tracce, ne lascia di sue e anche lei trova modi per non pensare ai vapori caldi delle salite forse. La faggeta appare spoglia e liscia come un colonnato di freddo acciaio, fitta da fare ombra senza foglie, complice di un sentiero coperto da un lato da ancora sentiero e altro ancora. La faggeta infinita del Bosco Martese ipnotizza e cambia viso ad ogni avvallamento,ad ogni curva. I faggi mi hanno sempre stupito per la loro infinita varietà di forme, dettate, a mio avviso, dalla capacità di adattarsi agli ambienti più vari e spesso più ostili della montagna, sanno crescere contorti tra le rocce scoperte o abbracciati tra loro con un fazzoletto di terra, in pianura e sugli stazzi erbosi cresce grande e tondo con ombrelli visibili e riferimenti dalle alture, stupisce quando mostra un sola radice che tiene e le altre pendule nel vuoto dopo aver sgretolato arenaria, oppure mostra, prima ancora del grande tronco, tutte le possenti radici che attaccano ovunque. La forma più tipica dentro questi profondi fossati e senza luce, è quella di un palo liscio, lunghissimo, senza sprecare rami e foglie dove non c'è luce, per poi aprirsi in cima dove gareggia con gli stretti vicini per andare più su in verticale .... Gira la testa a vederli prendere luce con il mento all'aria. A cavallo del primo colle boscoso la faggeta appiana e si dirada, il sentiero è largo, coloratissimo e crocchiante. Galleggiamo come treni magnetici in un tunnel di ombre ricurve quasi dentro una lente sferica, le foglie ci invitano, come fosse neve fresca, a buttarci dentro fino al collo. Alessandra fa sabbiature di foglie scaldate dal sole, i sorrisi ci sprofondano fino alle ginocchia, e una pausa ci ristora una stanchezza che non è fisica. Andiamo avanti tra le patatine del bosco ignorando distratti il sentiero ufficiale, per cui ci ritroviamo a rimediare da uno stazzo pastorale dritto tra alti e ripidi Prati i quali, a ricompensa, ci donano una spettacolare vista del Gran Sasso. Finalmente il sole si libera del suo alone per splendere cocente. Il taglio rivela angolini davvero belli e ottimi per piazzare una tenda tra ripari naturali di massi o alberi ,un altra pausa ci sta tutta prima di concentrarsi in un breve taglio di qualche minuto ma da fare con attenzione. Sentiamo un rumore di trattore che mi fa strano ai mille e settecento metri del rifugio poco prima del "Lago"... pare stiano arando per piantare genziana a detta dei due indigeni. Si scopre seducente il pizzo di Moscio e una pozza verde ne specchia la cima.Il laghetto stagionale forse mi spiega il nome de "Lago dell'orso", anche se al cartello manca ancora qualche minuto. L'umore è sereno sotto il sole autunnale , passi scanzonati in un terreno morbido di muschi, gli oziosi cavalli in libertà trasmettono pace, il mio scarpone è saltellante, allegro, leggero, piacevole. Quasi danziamo verso gli "Jacci di Verre", dove i faggi sembrano ballare con noi. Bosco incantato che sfida le forze pesanti dell'inverno con le movenze leggiadre di un ballerino, sfida la gravità e la piccola ragione umana si fa magia. Cambiano le atmosfere e le nuvole alte o le nebbie basse maculano i panorami, il cielo spruzza di rosso sul Corno Grande, le mani si stringono e i passi si aggirano curiosi in cerca di affacci sulla grande piana che mira la cascata della Cavata giù nel fosso. Il sole si avvicina all'orizzonte e le nebbie giocano tra i boschi, la contemplazione ci spinge sul sentiero più lungo e carrabile in macchina, ma aperto allo spettacolo del tramonto in scena. La nebbia sale veloce mentre tagliamo ancora per la strada che appare lontano. Quando il bianco investe le nostre mete visive e sul fuori sentiero, tutto attorno si ovatta ma i cuori vibrano, un poco, per la paura del nulla. Poi si riapre e sorge l'allegria, poi di nuovo si fa quasi notte. Ci fermiamo per un'altra pausa inglobati nelle fresche brume del giorno che finisce, il buio si va avanti ma la nostra voglia di stare qui è ancora tanta.... Buona montagna a tutti.

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Allegati

Ultima modifica:
#3
Una sottospecie, se vogliamo chiamarla così, l'abbiamo creata artificialmente con delle potature particolari che si usavano tempo fa, specie sul Gran Sasso. Gli tagliavano quasi la base di tutte le ramificazioni che crescevano dal basso, così che adesso appaiono con delle basi bitorzolute e molto più ampie del fusto centrale. La fonte è il socio Cialtrone nel bosco di esempio che collega il Panepucci con la valle del Chiarino.
 
#7
Una sottospecie, se vogliamo chiamarla così, l'abbiamo creata artificialmente con delle potature particolari che si usavano tempo fa, specie sul Gran Sasso. Gli tagliavano quasi la base di tutte le ramificazioni che crescevano dal basso, così che adesso appaiono con delle basi bitorzolute e molto più ampie del fusto centrale. La fonte è il socio Cialtrone nel bosco di esempio che collega il Panepucci con la valle del Chiarino.
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