Escursione Noi “quelli del Monte Gennaro”

Questo forum, dopo essere stato per anni presenza quotidiana si è poi via via rarefatto.
Anche se sono convinto che ciò sarebbe stato comunque ineluttabile - come impone la traiettoria ortodossa di ogni parabola - in realtà ciò che ha scatenato ed accelerato il processo è stata la progressiva migrazione su Facebook di tante delle persone con cui interloquivo (o forse sarebbe meglio dire che sono state "fagocitate" da FB): sicchè io stesso dopo lunga resistenza mi sono ritrovato a "dovermi" accodare, pena perdere i contatti.

Guardando ora in retrospettiva, tanto più alla luce delle ultime disavventure di FB, mi viene un po' da sorridere, sebbene con un retrogusto amaro : proprio io che per anni ho ripudiato i social network, ho sperimentato il lato perverso di questi ultimi, che di fatto creano un effetto-gregge di massa titillando e mettendo a nudo tutte le venature di vanità, esibizionismo, che sia pur in misura molto diversa albergano nella grande maggioranza delle persone : paradossalmente, i mezzi "social" esalta proprio quanto di più egocentrico c'è nell'animo umano. Sembrano concepiti per aprire diaframmi e spaccare i gruppi preesistenti proprio facendo leva su questi grimaldelli psicologici, una sorta di piede di porco con il quale finiscono per ottenere trasferimenti di massa, ancor più incredibili per la naturalezza e la docilità con le quali vengono ottenuti anche da chi ne farebbe volentieri a meno (e appunto io stesso ne sono l'esempio). Perché in realtà per i renitenti a quelle lusinghe c'è un'implicita punizione : restare isolati, perdere i famigerati "contatti".
A poco vale essere amanti della solitudine, ossia del saper stare da soli "cercato" e "voluto" ; perché il solitario non è uno snob, nè necessariamente un eremita, ma come dice Fabrizio De Andrè nel suo "Elogio" (che riporto in calce), anche "l'uomo che frequenta la Solitudine, sa quanto importanti sono i suoi simili per lui e quanto smisuratamente ne ha bisogno". In altri termini, amare la solitudine non implica saper sopportare l'isolamento (che è invece lo star da soli "passivo", ossia subìto).
Tutto questo per dire come, in realtà, io sui social mi sia sempre sentito nel mio intimo come un pesce fuor d'acqua. La sottile sensazione di essere trattato come una merce, una pedina utile ad alimentare involontariamente catene di Sant'Antonio, come del resto i noti fatti ultimi hanno dimostrato.
E viceversa, un forum come questo - seppure in apparenza tradito e frequentato sempre meno - sia in realtà sempre rimasto in fondo al cuore un po' come il tetto di una capanna, o come la sorgente del fiume a cui ho sempre avuto la sensazione di risalire come un salmone dopo aver appunto nuotato nel grande mare di FB. Pesce fuor d'acqua, in tutti i sensi.
E così, data appunto la saltuarietà della frequenza, accade di notare soltanto dopo settimane o addirittura mesi thread come questo (o come quello di Montinvisibili sul trekking del Nuria) che in un attimo mi riportano alla mia dimensione originaria, come se non me ne fossi mai allontanato. Come tornare nel liquido amniotico della placenta dove si è stati concepiti.
Ogni volta, in occasioni come questa, il forum mi appare come un giacimento creduto esaurito troppo in fretta, e che invece rivela sempre un'infinità di falde e filoni inesplorati, vivi più che mai. Persino in molti scritti lasciati disseminati da me stesso anni prima, quasi "un altro me", che non di rado risvegliano vibrazioni e frequenze altrimenti irreplicabili, doppiamente sorprendenti appunto perché mi sembra di leggere un'altra persona.

Se c'è qualcosa di più inadatto a esibire erudizione oppure rambismi prestazionali in un racconto, questo è sicuramente il Gennaro. L'hanno fatto tutti, è alla portata di tutti.
Ma proprio qui sta il punto. Questa descrizione del Monte Gennaro, del "proprio" Gennaro, dove il monte si trasforma da un semplice toponimo a un "luogo" (ossia diviene il teatro di una storia personale, un intreccio di obiettivi, incontri, sensazioni, ricordi), è la quintessenza di una delle cose che più mi piacciono : la condivisione in senso vero.
Che non è affatto quella dell'accezione usurpata proprio dai social, bensì appunto una sorta di "dividere se stessi con" gli altri. Un 'escursione non è solo squadernare foto, ma donare il risultato di un'introspezione.
Per realizzare la quale non basta un comodo clic, e tantomeno per spiegarla a parole. Non tanto perché ne servano di complicate, anzi spesso il segreto è nelle parole semplici; quanto perché nell'infinità di parole semplici-ma-banali si tratta di trovare quelle semplici-ma-profonde, che è come identificare la giusta combinazione d'una cassaforte tra milioni possibili.
Eppure, se si lascia parlare il cuore senza il filtro della mente, diventa molto più facile.
In questo caso specifico, a me è bastato questo passaggio per capire tutto, per farmi già "intuire" cosa potesse essere tutto il resto : "In quei sentieri ho diversi amici che ritrovo sempre: il grande faggio, che saluto sempre con un abbraccio e un bacio, il grande acero montano e il grande agrifoglio.
Poi c’è la vetta, mi piacciono quei 15 minuti di sosta in silenzio, dopo la fatica della salita. Sento il mio cuore che rallenta i battiti, mi siedo e do uno sguardo intorno
, (...)".
Non credo di essere stucchevole o retorico se dico che, proprio nella loro semplicità, queste parole hanno l'effetto di una rugiada : idratano l'animo con la dolcezza di un'endovena.

Diciamo la verità : nell'abbracciare e baciare un albero, tantopiù "un" albero preciso - quasi che un uomo moderno avesse un rigurgito di tribalismo di millenni prima - c'è qualcosa di meravigliosamente matto, così come un po' nelle mille salite sul Velino di Enza e del marito, che sono di fatto anche quelle altrettanti abbracci e baci alla montagna. Del resto l'hai detto tu : "Siamo un gruppo di pazzi".
E tuttavia un condensato di pazzia se visto con gli occhi dei milioni di persone che stanno laggiù, in quel mondo che appare come un informe gigantesco formicolio e che, come dice Bonatti, si crede vivo solo perché caotico e rumoroso, mentre invece è proprio esso - visto da lassù - a sembrare folle.
Dunque il paradosso di due follie dirimpettaie, a confronto : ma una gioiosa, e un'altra "grigia e racchiusa in se stessa". Qual è la vera follia ? Chi è l'uomo che sta andando "contromano" sulla strada, e chi nel verso giusto?

In realtà questo ritorno al Gennaro, al Velino, o al Bianco (quello che faceva Bonatti, per il quale il Bianco era "un grande padre a cui sentiva il bisogno di tornare"), o a qualunque altro "luogo personale", altro non è che l'obbedienza a un istinto ancestrale che solo in pochi, purtroppo, sono rimasti a non soffocare immersi in questa dittatura della cieca unidirezionalità in avanti, fosse anche dritti verso un burrone
Leggendo questi post mi sento come un lupo che annusa il branco, i suoi simili, pochi ma buoni, certo bersagli in un mondo sempre più inospitale per loro, ma che bene o male riescono ancora a non darsi pace.

Caro Sandro, in uno dei tuoi futuri (e a quanto pare numerosi) ritorni sul Gennaro, mi farebbe davvero piacere rivederti e accompagnarti.

Chiudo riportando un brano che trovo molto bello scritto, ai tempi, da Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati.
L' "elogio della solitudine". Proprio perché, in fondo, mi sembra contenere almeno un frammento di spiegazione all'istinto di questi ritorni reiterati e solitari nello stesso luogo.
In fondo, è proprio sapendo star soli che si riesce a saper essere "compagni" per gli altri.

"C’è un UOMO che non disdegna la Solitudine, non la teme, non la disprezza, non la considera una sventura, anzi spesso la ricerca per farsi compagnia.
In sua compagnia quell’UOMO può guardare dentro se stesso pur sapendo che scorgerà sempre e solo un tenue raggio di luce, mai il chiarore completo del giorno.
Dentro l’apparente abisso della Solitudine quell’UOMO ama sprofondare. Dentro quell’abisso infatti egli raggiunge la sommità del cielo ed ammira l’infinito tutt’intorno.
L’UOMO che frequenta la Solitudine, sa quanto importanti sono i suoi simili per lui e quanto smisuratamente ne ha bisogno.
L’UOMO la cui mano è stretta a quella della Solitudine ha imparato che molto più numerose sono le mani di quelli che cercano le sue.
L’UOMO che trova riparo all’ombra della Solitudine, sa quanto grande è lo smarrimento di chi, dentro a pareti di cemento armato, cerca rifugio senza mai trovarlo.
L’UOMO che siede stanco ai piedi della Solitudine, sa quanto affaticati e gonfi siano i piedi di coloro che senza mai fermarsi, corrono tutta la vita senza una meta.
L’UOMO che sa gustare il cibo invisibile che la Solitudine gli porge, sa quanto grande è la fame di coloro che pensano soltanto a riempire il carrello della spesa e i ripiani del frigo.
L’UOMO che si disseta dell’acqua che la Solitudine gli versa nel cavo delle mani, sa quanto inestinguibile è la sete di coloro che scambiano uno zampillo di sorgente, per un vuoto a perdere pieno di bollicine o alcol.
L’UOMO che ama ed è ricambiato dalla Solitudine, custodisce per se ogni cosa del passato, afferra con le braccia il presente e guarda lontano al domani.
Quell’UOMO è geloso della sua Solitudine, non la scambia perciò con quella di nessuno altro. E la difende a denti stretti e con le mani ferite, la sua Solitudine quando gli altri gliela vogliono rubare.
Quell’UOMO in compagnia della sua Solitudine non si sente mai solo, mai perde il coraggio e la forza.
Di quell’UOMO e della sua Solitudine nessuno potrà mai temere alcunchè.

==========================================

Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito.
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.

Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura".
 
Ultima modifica:
Nietzsche diceva che l'intelligenza di una persona si misura in base alla quantità di solitudine che riesce a sopportare. Ma già se si parla di "sopportare"vuol dire che non si sta poi così bene. Ognuno ha la sua misura,c'è chi da solo non va mai e quindi perde molte occasioni di uscita e chi anche in pochi si trova male. Se sei solo, sei solo di te stesso,se sei con altri sei di tutti gli altri e si potrebbe continuare molto. Ognuno deve trovare il suo modo.
 
Questo forum, dopo essere stato per anni presenza quotidiana si è poi via via rarefatto.
Anche se sono convinto che ciò sarebbe stato comunque ineluttabile - come impone la traiettoria ortodossa di ogni parabola - in realtà ciò che ha scatenato ed accelerato il processo è stata la progressiva migrazione su Facebook di tante delle persone con cui interloquivo (o forse sarebbe meglio dire che sono state "fagocitate" da FB): sicchè io stesso dopo lunga resistenza mi sono ritrovato a "dovermi" accodare, pena perdere i contatti.
mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura".

Sono relativamente giovane per questo forum e quando capito su vecchi post mi accorgo della perdita di personaggi di indubbio spessore umano ed escursionistico. Ciò non toglie che ne restino ancora molti e altri ne giungano in un naturale ricambio; e qui ho trovato modo di superare la mia ritrosia social in una dimensione umana (e di rapporti umani) che la mia pur breve frequentazioni del pervasivo FB non mi ha dato.

E poi sono sicuro che @AndreaDB (con il quale tu ti accompagni) saprà fare miglior uso dei nostri dati che non @markzuckerberg.

Come si legge anche fra le tue righe, la solitudine - se è una scelta e non una costrizione - è una droga alla quale è difficile sottrarsi.

Mi piace la tua chiosa e voglio rinforzarla con una citazione.

"In una riunione di massa il pensiero è eliminato. E siccome è proprio questo lo stato mentale che io voglio, perché fa della folla una vera cassa armonica che vibra ai miei discorsi, io ordino a tutti di assistere alle riunioni".
Adolf Hitler
 
Questo forum, dopo essere stato per anni presenza quotidiana si è poi via via rarefatto.
Anche se sono convinto che ciò sarebbe stato comunque ineluttabile - come impone la traiettoria ortodossa di ogni parabola - in realtà ciò che ha scatenato ed accelerato il processo è stata la progressiva migrazione su Facebook di tante delle persone con cui interloquivo (o forse sarebbe meglio dire che sono state "fagocitate" da FB): sicchè io stesso dopo lunga resistenza mi sono ritrovato a "dovermi" accodare, pena perdere i contatti.

Guardando ora in retrospettiva, tanto più alla luce delle ultime disavventure di FB, mi viene un po' da sorridere, sebbene con un retrogusto amaro : proprio io che per anni ho ripudiato i social network, ho sperimentato il lato perverso di questi ultimi, che di fatto creano un effetto-gregge di massa titillando e mettendo a nudo tutte le venature di vanità, esibizionismo, che sia pur in misura molto diversa albergano nella grande maggioranza delle persone : paradossalmente, i mezzi "social" esalta proprio quanto di più egocentrico c'è nell'animo umano. Sembrano concepiti per aprire diaframmi e spaccare i gruppi preesistenti proprio facendo leva su questi grimaldelli psicologici, una sorta di piede di porco con il quale finiscono per ottenere trasferimenti di massa, ancor più incredibili per la naturalezza e la docilità con le quali vengono ottenuti anche da chi ne farebbe volentieri a meno (e appunto io stesso ne sono l'esempio). Perché in realtà per i renitenti a quelle lusinghe c'è un'implicita punizione : restare isolati, perdere i famigerati "contatti".
A poco vale essere amanti della solitudine, ossia del saper stare da soli "cercato" e "voluto" ; perché il solitario non è uno snob, nè necessariamente un eremita, ma come dice Fabrizio De Andrè nel suo "Elogio" (che riporto in calce), anche "l'uomo che frequenta la Solitudine, sa quanto importanti sono i suoi simili per lui e quanto smisuratamente ne ha bisogno". In altri termini, amare la solitudine non implica saper sopportare l'isolamento (che è invece lo star da soli "passivo", ossia subìto).
Tutto questo per dire come, in realtà, io sui social mi sia sempre sentito nel mio intimo come un pesce fuor d'acqua. La sottile sensazione di essere trattato come una merce, una pedina utile ad alimentare involontariamente catene di Sant'Antonio, come del resto i noti fatti ultimi hanno dimostrato.
E viceversa, un forum come questo - seppure in apparenza tradito e frequentato sempre meno - sia in realtà sempre rimasto in fondo al cuore un po' come il tetto di una capanna, o come la sorgente del fiume a cui ho sempre avuto la sensazione di risalire come un salmone dopo aver appunto nuotato nel grande mare di FB. Pesce fuor d'acqua, in tutti i sensi.
E così, data appunto la saltuarietà della frequenza, accade di notare soltanto dopo settimane o addirittura mesi thread come questo (o come quello di Montinvisibili sul trekking del Nuria) che in un attimo mi riportano alla mia dimensione originaria, come se non me ne fossi mai allontanato. Come tornare nel liquido amniotico della placenta dove si è stati concepiti.
Ogni volta, in occasioni come questa, il forum mi appare come un giacimento creduto esaurito troppo in fretta, e che invece rivela sempre un'infinità di falde e filoni inesplorati, vivi più che mai. Persino in molti scritti lasciati disseminati da me stesso anni prima, quasi "un altro me", che non di rado risvegliano vibrazioni e frequenze altrimenti irreplicabili, doppiamente sorprendenti appunto perché mi sembra di leggere un'altra persona.

Se c'è qualcosa di più inadatto a esibire erudizione oppure rambismi prestazionali in un racconto, questo è sicuramente il Gennaro. L'hanno fatto tutti, è alla portata di tutti.
Ma proprio qui sta il punto. Questa descrizione del Monte Gennaro, del "proprio" Gennaro, dove il monte si trasforma da un semplice toponimo a un "luogo" (ossia diviene il teatro di una storia personale, un intreccio di obiettivi, incontri, sensazioni, ricordi), è la quintessenza di una delle cose che più mi piacciono : la condivisione in senso vero.
Che non è affatto quella dell'accezione usurpata proprio dai social, bensì appunto una sorta di "dividere se stessi con" gli altri. Un 'escursione non è solo squadernare foto, ma donare il risultato di un'introspezione.
Per realizzare la quale non basta un comodo clic, e tantomeno per spiegarla a parole. Non tanto perché ne servano di complicate, anzi spesso il segreto è nelle parole semplici; quanto perché nell'infinità di parole semplici-ma-banali si tratta di trovare quelle semplici-ma-profonde, che è come identificare la giusta combinazione d'una cassaforte tra milioni possibili.
Eppure, se si lascia parlare il cuore senza il filtro della mente, diventa molto più facile.
In questo caso specifico, a me è bastato questo passaggio per capire tutto, per farmi già "intuire" cosa potesse essere tutto il resto : "In quei sentieri ho diversi amici che ritrovo sempre: il grande faggio, che saluto sempre con un abbraccio e un bacio, il grande acero montano e il grande agrifoglio.
Poi c’è la vetta, mi piacciono quei 15 minuti di sosta in silenzio, dopo la fatica della salita. Sento il mio cuore che rallenta i battiti, mi siedo e do uno sguardo intorno
, (...)".
Non credo di essere stucchevole o retorico se dico che, proprio nella loro semplicità, queste parole hanno l'effetto di una rugiada : idratano l'animo con la dolcezza di un'endovena.

Diciamo la verità : nell'abbracciare e baciare un albero, tantopiù "un" albero preciso - quasi che un uomo moderno avesse un rigurgito di tribalismo di millenni prima - c'è qualcosa di meravigliosamente matto, così come un po' nelle mille salite sul Velino di Enza e del marito, che sono di fatto anche quelle altrettanti abbracci e baci alla montagna. Del resto l'hai detto tu : "Siamo un gruppo di pazzi".
E tuttavia un condensato di pazzia se visto con gli occhi dei milioni di persone che stanno laggiù, in quel mondo che appare come un informe gigantesco formicolio e che, come dice Bonatti, si crede vivo solo perché caotico e rumoroso, mentre invece è proprio esso - visto da lassù - a sembrare folle.
Dunque il paradosso di due follie dirimpettaie, a confronto : ma una gioiosa, e un'altra "grigia e racchiusa in se stessa". Qual è la vera follia ? Chi è l'uomo che sta andando "contromano" sulla strada, e chi nel verso giusto?

In realtà questo ritorno al Gennaro, al Velino, o al Bianco (quello che faceva Bonatti, per il quale il Bianco era "un grande padre a cui sentiva il bisogno di tornare"), o a qualunque altro "luogo personale", altro non è che l'obbedienza a un istinto ancestrale che solo in pochi, purtroppo, sono rimasti a non soffocare immersi in questa dittatura della cieca unidirezionalità in avanti, fosse anche dritti verso un burrone
Leggendo questi post mi sento come un lupo che annusa il branco, i suoi simili, pochi ma buoni, certo bersagli in un mondo sempre più inospitale per loro, ma che bene o male riescono ancora a non darsi pace.

Caro Sandro, in uno dei tuoi futuri (e a quanto pare numerosi) ritorni sul Gennaro, mi farebbe davvero piacere rivederti e accompagnarti.

Chiudo riportando un brano che trovo molto bello scritto, ai tempi, da Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati.
L' "elogio della solitudine". Proprio perché, in fondo, mi sembra contenere almeno un frammento di spiegazione all'istinto di questi ritorni reiterati e solitari nello stesso luogo.
In fondo, è proprio sapendo star soli che si riesce a saper essere "compagni" per gli altri.

"C’è un UOMO che non disdegna la Solitudine, non la teme, non la disprezza, non la considera una sventura, anzi spesso la ricerca per farsi compagnia.
In sua compagnia quell’UOMO può guardare dentro se stesso pur sapendo che scorgerà sempre e solo un tenue raggio di luce, mai il chiarore completo del giorno.
Dentro l’apparente abisso della Solitudine quell’UOMO ama sprofondare. Dentro quell’abisso infatti egli raggiunge la sommità del cielo ed ammira l’infinito tutt’intorno.
L’UOMO che frequenta la Solitudine, sa quanto importanti sono i suoi simili per lui e quanto smisuratamente ne ha bisogno.
L’UOMO la cui mano è stretta a quella della Solitudine ha imparato che molto più numerose sono le mani di quelli che cercano le sue.
L’UOMO che trova riparo all’ombra della Solitudine, sa quanto grande è lo smarrimento di chi, dentro a pareti di cemento armato, cerca rifugio senza mai trovarlo.
L’UOMO che siede stanco ai piedi della Solitudine, sa quanto affaticati e gonfi siano i piedi di coloro che senza mai fermarsi, corrono tutta la vita senza una meta.
L’UOMO che sa gustare il cibo invisibile che la Solitudine gli porge, sa quanto grande è la fame di coloro che pensano soltanto a riempire il carrello della spesa e i ripiani del frigo.
L’UOMO che si disseta dell’acqua che la Solitudine gli versa nel cavo delle mani, sa quanto inestinguibile è la sete di coloro che scambiano uno zampillo di sorgente, per un vuoto a perdere pieno di bollicine o alcol.
L’UOMO che ama ed è ricambiato dalla Solitudine, custodisce per se ogni cosa del passato, afferra con le braccia il presente e guarda lontano al domani.
Quell’UOMO è geloso della sua Solitudine, non la scambia perciò con quella di nessuno altro. E la difende a denti stretti e con le mani ferite, la sua Solitudine quando gli altri gliela vogliono rubare.
Quell’UOMO in compagnia della sua Solitudine non si sente mai solo, mai perde il coraggio e la forza.
Di quell’UOMO e della sua Solitudine nessuno potrà mai temere alcunchè.

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Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto di solito.
Però, sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.

Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né dell’eremitaggio, non è che si debba fare gli eremiti, o gli anacoreti; è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita, ed è stata una vita (non è che dimostro di avere la mia età attraverso la carta d’identità), credo di averla vissuta; mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura".

Ciao Andrea,
bellissimo quanto hai scritto. Devo dire che col tempo ho avuto modo di apprezzare i tuoi commenti, che sembrano vere recensioni letterarie e questa in particolare mi ha colpito molto: sei riuscito a trasformare in parola ciò che ho dentro, ma non ha forma.
Mi piacerebbe fare una salita con te sul Gennaro, che impavido sta sempre ad osservarci nella nostra triste metropoli.
Un caro saluto
ps: ti ho mandato un messaggio privato col mio numero
 
Appena avrò un po' di tempo scriverò qualche altra cosa, se non altro perché nel frattempo ho messo meglio a fuoco cos'è che mi ha particolarmente colpito e attirato in questo thread e, malato di perfezionismo come sono, mi scoccia sempre lasciare le cose con "update" in sospeso :D . Del resto credo che susciterei un po' di curiosità se già solo mi limitassi a dire come e perché sia stato il titolo stesso ad attirarmi, con quel "Noi, quelli..." simile a un ibrido tra due cose antitetiche che solo over40 possono ricordare : "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" e "Quelli della notte" :) .

Ma soprattutto quel "noi", messo lì a mo' di frontespizio, sembra quasi un invito sottinteso a rendere il thread "seriale": ossia partecipato da chiunque abbia qualche frammento di storia personale incastonato sul Gennaro, da condividere con gli altri per formare un gran bel mosaico che nobiliti come merita questo monte così in apparenza plebeo.
Ed allora, nel solco di questo approccio interpretativo, fornirò con piacere un paio di miei personali contributi a cui resto particolarmente legato (curiosamente proprio il più recente ed uno dei più remoti) anche perché coinvolge almeno altri 3 partecipanti storici di questo forum, compreso un aneddoto riguardante l'admin.
Giusto per dimostrare come appunto la storia del Gennaro sia un po' la storia di tutti e il titolo del thread, in fondo, sembri proprio fatto apposta per suggerire ciò.
 
Ultima modifica:
Volevo aggiungere alcune cose sulle quali avevo poi soprasseduto perché il post mi sembrava (e in effetti era) già abbastanza lungo.
Potrei definirli sprazzi di dettagli sui quali mi è caduto l'occhio, i quali però denotano una specie di "sottostante" molto più eloquente rispetto a ciò che oggettivamente appare, un po' come punte o spigoli di un iceberg.
Innanzitutto mi hanno colpito subito proprio il titolo e poi l'incipit del thread.
"Noi, quelli del Monte Gennaro" che mi riecheggia un po' un ibrido tra due titoli del tutto estranei tra loro e aventi in comune solo il fatto che possono ricordarsene solo - ahimè - gli ultra40enni.
Uno è "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino", l'altro è "Quelli della notte" : un film drammatico che svelò per la prima volta la piaga della droga nell'opulenta Europa ; ed un cabaret televisivo comico pieno di personaggi improbabili, a cominciare da Frassica e Catalano, capitanati dal mitico Renzo Arbore in una delle sue migliori ispirazioni.
In quel "noi" si annusa tutta la percezione del branco, la consapevolezza delle propria diversità condivisa con tutti i personaggi descritti : dico "personaggi" non in senso deteriore rispetto a "persone" (come comunemente s'intende la parola) ma al contrario proprio perché, per una volta, "persone" mi sembra riduttivo. Riduttivo rispetto all'afflato, all'anelito vitale che esprimono in questo loro gesto che nella sua apparente banalità è un omaggio alla vita, un reiterato rifiuto di lasciarla sopraffare da tutto ciò che la fossilizza.
Ma allo stesso il richiamo a quel titolo sta pure nella "droga" che in fondo il Gennaro rappresenta, nel sottinteso stordimento di quell'impalpabile e solare aria sottile che si va a cercare lassù, contemplando con un distacco tra il compassionevole ed il compiaciuto le uniche altre cose "sottili" che la sottostante metropoli può offrire : le polveri del traffico, nonché altri tipi di droga, quelle vere, letali e alienanti che ci si inietta negli angoli più sordidi come appunto a Berlino 40 anni fa, senza che sia cambiato nulla da allora.
E poi c'è appunto "quelli del Gennaro" che richiama "quelli della notte", ossia il modo scanzonato, gioioso, leggero con cui si apprezza di trascorrere il tempo, soprattutto quando il luogo solitario diventa per la persona solitaria teatro dell'incontro con un'altra persona solitaria, del : sembra la quintessenza dell'incontro, il più bello che si riesca a immaginare, quello con lo sconosciuto di cui - senza neppure domandargli nulla - ti sembra di conoscere già tutto, col "matto" in cui vedi riflessa la tua stessa "mattia" e te ne restituisce un sottile orgoglio al posto dell'imbarazzo.

Mi son reso conto che anche i "miei" legami col Monte Gennaro, compresa una simpatica coincidenza di cui allego foto, erano tali da meritare una sorta di omaggio personale. Ho apprezzato il modo discreto con il quale questo thread mi offre l'occasione per farlo senza aprirne uno apposta, cosa a cui avrei altrimenti rinunciato: il giusto approccio, il giusto spirito, una sorta di fessura perfetta per infilare un biglietto; o una sinfonia a cui aggiungere un semplice contrappunto per farla risuonare ancora più piena e completa.
Due foto si riferiscono alla salita con Fabrizio (Fabri64 su questo forum), uno che sa usare la macchina fotografica come pochi. Avvenne proprio il 31 dicembre 2016, esattamente un anno prima della tua, e ne serbo un ricordo particolare perché fu la mia prima escursione dopo l'operazione al tallone avvenuta quasi 4 mesi prima, per la quale ci è voluto oltre un anno per riprendermi quasi completamente. Il morale era sotto i tacchi, anzi in piena depressione per una ricaduta di appena una settimana prima (vigilia di Natale) che sembrava avermi ricatapultato alle stesse sensazioni pre-operatorie convincendomi, detto in poche parole, che sarei rimasto semi-zoppo per il resto dei miei giorni. Quei 26 tornanti percorsi pian piano un passetto dietro l'altro, con tutta la circospezione e la cautela del caso, furono taumaturgici come pochi, soprattutto per lo stato d'animo: mi permisero di accogliere l'anno nuovo con cuore almeno un po' rasserenato.
L'altra foto risale invece a sei anni fa, 31 marzo 2012 (c'è sempre un 31 nel Gennaro), al culmine di un lunga circumnavigazione passante dal Fosso Capo D'Acqua, compiuta nel corso di una giornata trascorsa con Flavio (Berserker qui sul forum), nel primo vero incontro avuto con lui dopo uno un po' superficiale di qualche mese prima. Due persone entrambe abbastanza introverse e poco loquaci che si ritrovano a parlare tra loro, in una giornata, quanto fanno normalmente in un mese, e senza neppure conoscersi. In quell'occasione, il Gennaro fu testimone della nascita di un'amicizia che si sarebbe rivelata di quelle con la "a" maiuscola, che intrecciano cioè le vite, al di là dei semplici interessi comuni. C'è un dettaglio in quella foto, l'abbigliamento del mio amico, che ai miei occhi fu rivelatore di una persona che non guarda alle apparenze, proprio il tipo con cui io posso trovarmi in sintonia. E così in effetti fu.
Infine, l'aneddotica riguardante il nostro admin AndreaDB (raccontatami da lui stesso). Poco dopo la laurea andò per la prima volta a lavorare proprio in un'azienda informatica situata a Palombara : ebbene, più volte è capitato che in macchina si portasse appresso la tenda e la sera, uscito dal lavoro, invece di far ritorno a Roma se ne andasse a piantarla proprio al Monte Gennaro, per cenare col fornelletto, guardar le stelle, dormire e risvegliarsi all'alba lassù, per poi tornare al lavoro o_O. Anche Andrea, dunque, iscrivibile d'ufficio tra i "pazzi" del Gennaro...:D
Verrebbe quindi da dire che in fondo anche questo forum, creato da lui sull'onda di quella stessa passione che lo portava a passare la notte lassù, è uno dei tanti tangibili frutti di questa mattia che evidentemente tanto assurda non dev'essere...;)
 

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[QUOTE="Henry Thoreau, post: 893653, member:
In questo caso specifico, a me è bastato questo passaggio per capire tutto, per farmi già "intuire" cosa potesse essere tutto il resto : "In quei sentieri ho diversi amici che ritrovo sempre: il grande faggio, che saluto sempre con un abbraccio e un bacio, il grande acero montano e il grande agrifoglio.
Poi c’è la vetta, mi piacciono quei 15 minuti di sosta in silenzio, dopo la fatica della salita. Sento il mio cuore che rallenta i battiti, mi siedo e do uno sguardo intorno
, (...)".

Diciamo la verità : nell'abbracciare e baciare un albero, tantopiù "un" albero preciso - quasi che un uomo moderno avesse un rigurgito di tribalismo di millenni prima - c'è qualcosa di meravigliosamente matto, così come un po' nelle mille salite sul Velino di Enza e del marito, che sono di fatto anche quelle altrettanti abbracci e baci alla montagna. Del resto l'hai detto tu : "Siamo un gruppo di pazzi".

Caro Sandro, in uno dei tuoi futuri (e a quanto pare numerosi) ritorni sul Gennaro, mi farebbe davvero piacere rivederti e accompagnarti.

[/QUOTE]

Ed il momento (caldo, in tutti i sensi :lol:) arrivò...:si:
...anch'io appartengo al "gruppo di pazzi" ;) :)

M. Gennaro 13.08.18 - 2.JPG
 
Stoca... il famoso km verticale!! Non ti ci facevo henry :D Bravo! Di solito tu non sei famoso per essere veloce e breve... perlomeno nella dialettica :rofl::biggrin::lol:... ed invece... di gamba... ancora complimenti.
 
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