Paese dalle ombre lunghe

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Ciao a tutti, vi voglio segnalare questo piccolo romanzo trovato per caso in uno di quei luoghi dove si abbandonano i libri per farli poi trovare a qualcun altro. Una cosa che mi piace molto è curiosare tra i libri usati, bancarelle etc. A volte si fanno delle scoperte che a cercare su siti dedicati e librerie non si sarebbero fatte.
Questo è un libro scritto da un Italiano atipico ( sempre che esista un italiano tipico!), Hans Ruesh, nato a Napoli, poi diventato cittadino svizzero e poi trasferitosi negli Stati uniti. Andate pure a leggervi la sua vita perché molto interessante.
Ma veniamo al libro, al racconto.
Questo è un racconto per gli appassionati del grande Nord, quello vero e più estremo, quello degli Inuit. L'unico popolo a saper vivere, non sopravvivere, dove nessuno si sognerebbe.
Qualcuno diceva che l'Artide inizia dove finiscono gli indiani ed iniziano gli Inuit, ed è proprio così, perché questo popolo fa storia a se.
Ho letto abbastanza sui popoli del nord per dire che sicuramente lo scrittore si era ben informato sulla storia, le usanze, i metodi di sopravvivenza e le vicissitudini degli inuit da farne una sorta di piccolo romanzo storico. Non un'opera omnia, ma comunque un bel racconto, che partendo dalla storia di un piccolo nucleo famigliare ci fa vedere quale fu la parabola tragica di queste genti. Quello che mi è piaciuto di più è che lo fa in modo molto ironico, che è un po' un tratto caratteristico degli Inuit. Si potrebbe pensare ad un popolo serio, sempre in disperata lotta contro gli elementi, ma da tutte le notizie dei primi contatti risalta il fatto che invece fossero un popolo molto felice, che rideva e scherzava spesso e che amava il suo stile di vita.
Tutto il loro mondo collassò, come quello di tutti i popoli, o prime nazioni, del continente americano con l'arrivo dei coloni europei. Gli Inut furono tra gli ultimi a capitolare, ma tutto il freddo, il ghiaccio e la loro posizione geograficamente estrema, non bastò a proteggerli.
Una lettura piacevole che consiglio a chi può piacere il genere.
 
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Me lo avevano fatto leggere a scuola come libri delle vacanze alle medie nei primi anni 80. Lo ricordo appena ma mi aveva molto affascinato e mi aveva fatto ricredere su alcuni stereotipi dei popoli nel nord
 
Gran bel libro. L'ho letto ormai che sono trent'anni in quella che anche la mia passione per i posti freddi, a nord e a sud del mondo. Seguito da Ritorno alle ombre lunghe, del 1973, dove Ruesch affronta proprio la tematica dell'incontro degli Inuit (soprattutto dei loro figli) con l'incalzante civiltà.
Dello stesso autore consiglio - soprattutto per curiosità, in quanto non al livello degli Artici - Paese dalle ombre corte, ambiento nella penisola araba.

Aggiungo una citazione dal primo Ombre corte:
"Dammi un solo motivo per cui non dovrei prestare mia moglie. Presto la mia slitta e mi viene resa sconquassata, presto i miei cani e tornano a casa stanchi, presto la mia sega e poi le mancano i denti; ma ogni volta che presto Asiak, lei torna come nuova".
Deriva dall'usanza di molto popoli isolati di "prestare la moglie" per garantire inconsapevolmente una certa varianza genetica.

Per gli amanti dell'Artico consiglio vivamente (se lo trovate) Gli ultimi re di Thule, resoconto di un anno vissuto dall'etnologo Jean Malaurie fra gli Inuit nell'estremo nord groenlandese alla fine degli anni '40.
Mi sono dilungato.
 
Gran bel libro. L'ho letto ormai che sono trent'anni in quella che anche la mia passione per i posti freddi, a nord e a sud del mondo. Seguito da Ritorno alle ombre lunghe, del 1973, dove Ruesch affronta proprio la tematica dell'incontro degli Inuit (soprattutto dei loro figli) con l'incalzante civiltà.
Dello stesso autore consiglio - soprattutto per curiosità, in quanto non al livello degli Artici - Paese dalle ombre corte, ambiento nella penisola araba.

Aggiungo una citazione dal primo Ombre corte:
"Dammi un solo motivo per cui non dovrei prestare mia moglie. Presto la mia slitta e mi viene resa sconquassata, presto i miei cani e tornano a casa stanchi, presto la mia sega e poi le mancano i denti; ma ogni volta che presto Asiak, lei torna come nuova".
Deriva dall'usanza di molto popoli isolati di "prestare la moglie" per garantire inconsapevolmente una certa varianza genetica.

Per gli amanti dell'Artico consiglio vivamente (se lo trovate) Gli ultimi re di Thule, resoconto di un anno vissuto dall'etnologo Jean Malaurie fra gli Inuit nell'estremo nord groenlandese alla fine degli anni '40.
Mi sono dilungato.
Grazie per il tuo contributo!
Dilungati pure, mi hai dato altri spunti interessantissimi.
Avevo in mente di continuare a leggere l'opera di Ruesch, e lo farò sicuramente;):si:
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Eh... ma dicci qualcosa di più...
Ma sei ironico o davvero?:)
 
In aggiunta, per spronarti ancora di più a leggerlo, posso dirti che l'autore durante il racconto cita varie tecniche di sopravvivenza che gli inuit utilizzavano veramente e che hanno dell'incredibile.
Basta immaginare la scarsità di legname e fibre vegetali in genere che c'è in quelle zone. Per fare ogni cosa bisogna avere un inventiva ed una capacità pazzesche. Hai mai visto gli archi degli inuit? Non avevano di sicuro il miglior legno, ma avevano ovviato al problema creando degli intrecci di corde (fatte in varia maniera) che fungevano da backing, alla fine hanno intrecci così elaborati e precisi da risultare bellissimi.
Per non parlare della dieta! Roba da far accapponare la pelle anche ai meno schizzinosi, ma estremamente funzionale e sana. Sono stati fatti vari studi a riguardo anche su questa.
Insomma, ce ne sarebbe da dire!
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:no:... ma quando ho scritto il messaggio c'erano solo le due foto... boh...
Ah! adesso ho capito!
Perchè avevo caricato le foto dal tel. e poi invece ho scritto dal pc e nel mentre tu hai commentato giustamente.:si:
 
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