Quali coltelli si possono portare in escursione senza rischiare dopo il nuovo decreto sicurezza

Piccola precisazione al mio post sopra. Con "scuola" non intendo solo le singole materie insegnate dai professori ma proprio il senso civico e di appartenenza che uno sviluppa durante l'intero percorso scolastico (asilo, materne, medie, superiori). L'altra componente fondamentale chiaramente è l'educazione impartita dalla famiglia.
Era questo il senso del mio discorso. Tu puoi avere tutti i metal detector che vuoi ma se una di queste componenti educative viene a mancare o peggio viene sostituita da tv (anni '90 e '00) o social (anni '10 e '20) è naturale che spuntano fuori casi con ragazzini che non hanno alcun rispetto per i propri simili.
Che poi detta così sembra che me la prenda solo con gli adolescenti ma in realtà la deriva della nostra società possiamo benissimo allargarla a qualunque fascia d'età. Quindi sì, l'unica soluzione a questo problema è (sarebbe) investire nell'educazione e nella socialità ma in quanto nichilista ho perso da tempo qualsiasi speranza per il futuro del genere umano.
Permettimi, senza offesa.
Queste cose sono di difficile realizzazione per non dire utopiche, sono i discorsi vuoti che fanno i politici per fare sognare la gente.
La realtà è:
- la comunicazione non si può gestire, tanto più che la televisione è passata in secondo piano rispetto ai social
- come dicevo a scuola gli orari sono fitti e i maestri/prof sono incastrati tra programmi e impegni e non si può pensare che facciano altro oltre che rispettare la disciplina

Rimangono le famiglie e non ci faccio molto affidamento vedendo come si comportano i genitori

Personalmente per mia figlia riscontro un grande aiuto dalla sua società di pallavolo che è veramente una bellissima realtà

Per mio figlio ho subito eliminato il calcio vedendo che era l'ambiente tossico che ho lasciato quando ero ragazzo dopo 11 anni sui campi. Ora mio figlio fa arti marziali (aikido con un Sensei e Muay Thai con un altro), ogni lezione inizia con:
- solo per oggi non mi arrabbio
- solo per oggi non mi preoccupo
- sono grato ai miei genitori
- lavoro onestamente
- rispetto ogni forma di vita

Questo è quello che sto facendo senza aspettarmi niente dallo.stato
 
Permettimi, senza offesa.
Queste cose sono di difficile realizzazione per non dire utopiche, sono i discorsi vuoti che fanno i politici per fare sognare la gente.
La realtà è:
- la comunicazione non si può gestire, tanto più che la televisione è passata in secondo piano rispetto ai social
- come dicevo a scuola gli orari sono fitti e i maestri/prof sono incastrati tra programmi e impegni e non si può pensare che facciano altro oltre che rispettare la disciplina

Rimangono le famiglie e non ci faccio molto affidamento vedendo come si comportano i genitori

Personalmente per mia figlia riscontro un grande aiuto dalla sua società di pallavolo che è veramente una bellissima realtà

Per mio figlio ho subito eliminato il calcio vedendo che era l'ambiente tossico che ho lasciato quando ero ragazzo dopo 11 anni sui campi. Ora mio figlio fa arti marziali (aikido con un Sensei e Muay Thai con un altro), ogni lezione inizia con:
- solo per oggi non mi arrabbio
- solo per oggi non mi preoccupo
- sono grato ai miei genitori
- lavoro onestamente
- rispetto ogni forma di vita

Questo è quello che sto facendo senza aspettarmi niente dallo.stato

No ma io infatti sono pessimista. Non penso che la situazione si risolverà e anzi penso che la società degenererà sempre più verso un distopico mondo cyberpunk. Ma nemmeno una versione stilisticamente figa alla Blade Runner, proprio una versione triste e desolata tipo le favelas di Ready Player One (chi ha visto il film sa che cosa intendo).


ps

Con questa visione del mondo prima o poi mi ritirerò in campagna a pescare come il tipo nel mio avatar. :biggrin:
 
Una riflessione interessante sul tema trovata in rete:

In montagna senza coltello: una norma che confonde sicurezza e controllo​

Nell’ultimo mese il dibattito sul DDL Sicurezza, in particolare sulle norme relative al porto e trasporto dei coltelli, ha sollevato interrogativi rilevanti per chi vive e pratica gli ambienti naturali. Da assidua frequentatrice della montagna, avverto l’urgenza di evidenziare come queste disposizioni criminalizzino e penalizzino ingiustamente varie categorie di cittadini, tra cui gli escursionisti.

Il coltello a lama chiudibile e col blocco, spesso integrato in strumenti multi-attrezzo altrettanto utili, è infatti essenziale per la sicurezza e l’autonomia in ambiente naturale. Vietarne il trasporto costringe l’escursionista ad uscire non adeguatamente equipaggiato, mettendo a rischio la sua incolumità, o a rinunciare alle sue uscite, o ancora ad esporsi a conseguenze addirittura penali, per il solo fatto di esercitare il proprio diritto a muoversi in sicurezza.

In tal senso, non sarebbe sufficiente neanche una deroga limitata al trasporto: se anche il trasporto fosse ammesso, risulterebbe paradossale che il momento dell’uso (configurato come porto)- ovvero l’atto di estrarre il coltello dallo zaino per un gesto banale e necessario come sbucciare una mela durante una sosta – possa trasformare un escursionista in un soggetto penalmente perseguibile. Senza l’inserimento nella norma del “giustificato motivo” e senza una tutela inequivocabile dello stesso, la normale fruizione della montagna diventa un terreno minato da incertezze legali insostenibili, soggette all’arbitrio di chi effettua il controllo.

Questa impostazione ricorda, purtroppo, la stagione delle autocertificazioni e dei lockdown, quando il cittadino si trovava in una posizione di costante e ingiustificata soggezione verso l’autorità, seppure fosse nel semplice esercizio dei propri diritti.

Inoltre si percepisce una tendenza sempre più marcata a scoraggiare il contatto diretto e libero con la natura, in linea con certe visioni che vorrebbero il ripristino di ambienti selvaggi non più come spazi da vivere, ma come aree di esclusione per l’uomo. Da un lato si introducono norme che criminalizzano la dotazione tecnica minima, dall’altro si gestisce il territorio e la fauna in modo che il bosco sia percepito non più come un paesaggio di cui far parte, con la giusta educazione ed il dovuto rispetto, ma come un luogo di rischio o una zona interdetta alla presenza umana. In tale contesto, privare l’escursionista dei suoi strumenti significa accelerare questo distacco, trasformando la frequentazione della montagna da un’esperienza di libertà e di purificazione a un’attività vigilata, ad una concessione subordinata ad un cavillo legale, privandola quindi della sua essenza.

Il rischio concreto poi è che i controlli finiscano per colpire in modo sproporzionato chi si sposta verso aree naturali, dove il possesso di tali strumenti è fisiologico, anziché concentrarsi sui contesti urbani di reale pericolo.

C’è infine da temere che l’obbligo di comprovare il “giustificato motivo” possa gettare le basi per rendere in un prossimo futuro l’attività di escursionismo impropriamente controllata e autorizzata, subordinandola a permessi o patentini, in nome di una sicurezza solo formale.

Poiché per non ledere la libertà di chi agisce con responsabilità sarebbe stato sufficiente formulare la norma limitandone l’applicazione ai soli contesti urbani ad alto rischio, il fatto che essa sia stata scritta in modo così approssimativo sembra inserirsi in una precisa strategia.

L’impressione, più ampia e inquietante, è infatti che si persegua un progressivo ‘disarmo’ del cittadino, non solo materiale ma anche figurato.

Un primo disarmo consiste nell’essere messi di fronte a norme illogiche e controproducenti, che colpiscono solo chi osserva la legge, lasciando intatta l’operatività di chi già delinque. In questo scenario, la legge subisce una metamorfosi pericolosa: smette di essere l’arma del cittadino onesto

– lo strumento che ne garantisce la sicurezza e la libertà – per diventare un’arma puntata contro di lui, un’insidia burocratica pronta a criminalizzare il buon senso.

Più materialmente, essendo privati della possibilità di gestire in autonomia finanche piccoli imprevisti o necessità quotidiane, veniamo ridotti a soggetti passivi e infantili, espropriati degli strumenti minimi di sopravvivenza e resistenza che permettono di non essere costantemente in balia degli eventi. Un cittadino che non può più portare con sé nemmeno un piccolo strumento di utilità è un cittadino che viene educato con la coercizione alla fragilità e alla sottomissione, l’esatto opposto di ciò che insegna il contatto con la natura, da cui i nostri utensili hanno avuto origine.

Se accettiamo questa logica, dovremmo coerentemente aspettarci il sequestro delle chiavi inglesi o l’obbligo di punte arrotondate per le forbici, in nome di una sicurezza spacciata per totale, che serve in realtà come pretesto per divieti sempre più stringenti. Ma dobbiamo davvero credere che questo avvenga per il nostro bene?

Difendere l’uso consapevole del coltello come dotazione tecnica significa difendere una tradizione secolare e la libertà di frequentare la montagna in autonomia; significa volersi sottrarre ad una logica di controllo che dubita della capacità di discernimento del cittadino e mira ad invalidarla, infantilizzandolo e permettendogli di essere “libero” solo in un recinto sempre più stretto, dove ogni sasso è foderato di plastica anti-urto.



Di Rachele Foschi

30/03/2026



Rachele Foschi. Professore Associato presso il Dipartimento di Economia e Management, Università di Pisa.
 
Una riflessione interessante sul tema trovata in rete:

In montagna senza coltello: una norma che confonde sicurezza e controllo​

Nell’ultimo mese il dibattito sul DDL Sicurezza, in particolare sulle norme relative al porto e trasporto dei coltelli, ha sollevato interrogativi rilevanti per chi vive e pratica gli ambienti naturali. Da assidua frequentatrice della montagna, avverto l’urgenza di evidenziare come queste disposizioni criminalizzino e penalizzino ingiustamente varie categorie di cittadini, tra cui gli escursionisti.

Il coltello a lama chiudibile e col blocco, spesso integrato in strumenti multi-attrezzo altrettanto utili, è infatti essenziale per la sicurezza e l’autonomia in ambiente naturale. Vietarne il trasporto costringe l’escursionista ad uscire non adeguatamente equipaggiato, mettendo a rischio la sua incolumità, o a rinunciare alle sue uscite, o ancora ad esporsi a conseguenze addirittura penali, per il solo fatto di esercitare il proprio diritto a muoversi in sicurezza.

In tal senso, non sarebbe sufficiente neanche una deroga limitata al trasporto: se anche il trasporto fosse ammesso, risulterebbe paradossale che il momento dell’uso (configurato come porto)- ovvero l’atto di estrarre il coltello dallo zaino per un gesto banale e necessario come sbucciare una mela durante una sosta – possa trasformare un escursionista in un soggetto penalmente perseguibile. Senza l’inserimento nella norma del “giustificato motivo” e senza una tutela inequivocabile dello stesso, la normale fruizione della montagna diventa un terreno minato da incertezze legali insostenibili, soggette all’arbitrio di chi effettua il controllo.

Questa impostazione ricorda, purtroppo, la stagione delle autocertificazioni e dei lockdown, quando il cittadino si trovava in una posizione di costante e ingiustificata soggezione verso l’autorità, seppure fosse nel semplice esercizio dei propri diritti.

Inoltre si percepisce una tendenza sempre più marcata a scoraggiare il contatto diretto e libero con la natura, in linea con certe visioni che vorrebbero il ripristino di ambienti selvaggi non più come spazi da vivere, ma come aree di esclusione per l’uomo. Da un lato si introducono norme che criminalizzano la dotazione tecnica minima, dall’altro si gestisce il territorio e la fauna in modo che il bosco sia percepito non più come un paesaggio di cui far parte, con la giusta educazione ed il dovuto rispetto, ma come un luogo di rischio o una zona interdetta alla presenza umana. In tale contesto, privare l’escursionista dei suoi strumenti significa accelerare questo distacco, trasformando la frequentazione della montagna da un’esperienza di libertà e di purificazione a un’attività vigilata, ad una concessione subordinata ad un cavillo legale, privandola quindi della sua essenza.

Il rischio concreto poi è che i controlli finiscano per colpire in modo sproporzionato chi si sposta verso aree naturali, dove il possesso di tali strumenti è fisiologico, anziché concentrarsi sui contesti urbani di reale pericolo.

C’è infine da temere che l’obbligo di comprovare il “giustificato motivo” possa gettare le basi per rendere in un prossimo futuro l’attività di escursionismo impropriamente controllata e autorizzata, subordinandola a permessi o patentini, in nome di una sicurezza solo formale.

Poiché per non ledere la libertà di chi agisce con responsabilità sarebbe stato sufficiente formulare la norma limitandone l’applicazione ai soli contesti urbani ad alto rischio, il fatto che essa sia stata scritta in modo così approssimativo sembra inserirsi in una precisa strategia.

L’impressione, più ampia e inquietante, è infatti che si persegua un progressivo ‘disarmo’ del cittadino, non solo materiale ma anche figurato.

Un primo disarmo consiste nell’essere messi di fronte a norme illogiche e controproducenti, che colpiscono solo chi osserva la legge, lasciando intatta l’operatività di chi già delinque. In questo scenario, la legge subisce una metamorfosi pericolosa: smette di essere l’arma del cittadino onesto

– lo strumento che ne garantisce la sicurezza e la libertà – per diventare un’arma puntata contro di lui, un’insidia burocratica pronta a criminalizzare il buon senso.

Più materialmente, essendo privati della possibilità di gestire in autonomia finanche piccoli imprevisti o necessità quotidiane, veniamo ridotti a soggetti passivi e infantili, espropriati degli strumenti minimi di sopravvivenza e resistenza che permettono di non essere costantemente in balia degli eventi. Un cittadino che non può più portare con sé nemmeno un piccolo strumento di utilità è un cittadino che viene educato con la coercizione alla fragilità e alla sottomissione, l’esatto opposto di ciò che insegna il contatto con la natura, da cui i nostri utensili hanno avuto origine.

Se accettiamo questa logica, dovremmo coerentemente aspettarci il sequestro delle chiavi inglesi o l’obbligo di punte arrotondate per le forbici, in nome di una sicurezza spacciata per totale, che serve in realtà come pretesto per divieti sempre più stringenti. Ma dobbiamo davvero credere che questo avvenga per il nostro bene?

Difendere l’uso consapevole del coltello come dotazione tecnica significa difendere una tradizione secolare e la libertà di frequentare la montagna in autonomia; significa volersi sottrarre ad una logica di controllo che dubita della capacità di discernimento del cittadino e mira ad invalidarla, infantilizzandolo e permettendogli di essere “libero” solo in un recinto sempre più stretto, dove ogni sasso è foderato di plastica anti-urto.



Di Rachele Foschi

30/03/2026



Rachele Foschi. Professore Associato presso il Dipartimento di Economia e Management, Università di Pisa.
Riflessione formidabile, personalmente la trovo da applausi.
Grazie per averla postata.
 
Una riflessione interessante sul tema trovata in rete:

In montagna senza coltello: una norma che confonde sicurezza e controllo​

Nell’ultimo mese il dibattito sul DDL Sicurezza, in particolare sulle norme relative al porto e trasporto dei coltelli, ha sollevato interrogativi rilevanti per chi vive e pratica gli ambienti naturali. Da assidua frequentatrice della montagna, avverto l’urgenza di evidenziare come queste disposizioni criminalizzino e penalizzino ingiustamente varie categorie di cittadini, tra cui gli escursionisti.

Il coltello a lama chiudibile e col blocco, spesso integrato in strumenti multi-attrezzo altrettanto utili, è infatti essenziale per la sicurezza e l’autonomia in ambiente naturale. Vietarne il trasporto costringe l’escursionista ad uscire non adeguatamente equipaggiato, mettendo a rischio la sua incolumità, o a rinunciare alle sue uscite, o ancora ad esporsi a conseguenze addirittura penali, per il solo fatto di esercitare il proprio diritto a muoversi in sicurezza.

In tal senso, non sarebbe sufficiente neanche una deroga limitata al trasporto: se anche il trasporto fosse ammesso, risulterebbe paradossale che il momento dell’uso (configurato come porto)- ovvero l’atto di estrarre il coltello dallo zaino per un gesto banale e necessario come sbucciare una mela durante una sosta – possa trasformare un escursionista in un soggetto penalmente perseguibile. Senza l’inserimento nella norma del “giustificato motivo” e senza una tutela inequivocabile dello stesso, la normale fruizione della montagna diventa un terreno minato da incertezze legali insostenibili, soggette all’arbitrio di chi effettua il controllo.

Questa impostazione ricorda, purtroppo, la stagione delle autocertificazioni e dei lockdown, quando il cittadino si trovava in una posizione di costante e ingiustificata soggezione verso l’autorità, seppure fosse nel semplice esercizio dei propri diritti.

Inoltre si percepisce una tendenza sempre più marcata a scoraggiare il contatto diretto e libero con la natura, in linea con certe visioni che vorrebbero il ripristino di ambienti selvaggi non più come spazi da vivere, ma come aree di esclusione per l’uomo. Da un lato si introducono norme che criminalizzano la dotazione tecnica minima, dall’altro si gestisce il territorio e la fauna in modo che il bosco sia percepito non più come un paesaggio di cui far parte, con la giusta educazione ed il dovuto rispetto, ma come un luogo di rischio o una zona interdetta alla presenza umana. In tale contesto, privare l’escursionista dei suoi strumenti significa accelerare questo distacco, trasformando la frequentazione della montagna da un’esperienza di libertà e di purificazione a un’attività vigilata, ad una concessione subordinata ad un cavillo legale, privandola quindi della sua essenza.

Il rischio concreto poi è che i controlli finiscano per colpire in modo sproporzionato chi si sposta verso aree naturali, dove il possesso di tali strumenti è fisiologico, anziché concentrarsi sui contesti urbani di reale pericolo.

C’è infine da temere che l’obbligo di comprovare il “giustificato motivo” possa gettare le basi per rendere in un prossimo futuro l’attività di escursionismo impropriamente controllata e autorizzata, subordinandola a permessi o patentini, in nome di una sicurezza solo formale.

Poiché per non ledere la libertà di chi agisce con responsabilità sarebbe stato sufficiente formulare la norma limitandone l’applicazione ai soli contesti urbani ad alto rischio, il fatto che essa sia stata scritta in modo così approssimativo sembra inserirsi in una precisa strategia.

L’impressione, più ampia e inquietante, è infatti che si persegua un progressivo ‘disarmo’ del cittadino, non solo materiale ma anche figurato.

Un primo disarmo consiste nell’essere messi di fronte a norme illogiche e controproducenti, che colpiscono solo chi osserva la legge, lasciando intatta l’operatività di chi già delinque. In questo scenario, la legge subisce una metamorfosi pericolosa: smette di essere l’arma del cittadino onesto

– lo strumento che ne garantisce la sicurezza e la libertà – per diventare un’arma puntata contro di lui, un’insidia burocratica pronta a criminalizzare il buon senso.

Più materialmente, essendo privati della possibilità di gestire in autonomia finanche piccoli imprevisti o necessità quotidiane, veniamo ridotti a soggetti passivi e infantili, espropriati degli strumenti minimi di sopravvivenza e resistenza che permettono di non essere costantemente in balia degli eventi. Un cittadino che non può più portare con sé nemmeno un piccolo strumento di utilità è un cittadino che viene educato con la coercizione alla fragilità e alla sottomissione, l’esatto opposto di ciò che insegna il contatto con la natura, da cui i nostri utensili hanno avuto origine.

Se accettiamo questa logica, dovremmo coerentemente aspettarci il sequestro delle chiavi inglesi o l’obbligo di punte arrotondate per le forbici, in nome di una sicurezza spacciata per totale, che serve in realtà come pretesto per divieti sempre più stringenti. Ma dobbiamo davvero credere che questo avvenga per il nostro bene?

Difendere l’uso consapevole del coltello come dotazione tecnica significa difendere una tradizione secolare e la libertà di frequentare la montagna in autonomia; significa volersi sottrarre ad una logica di controllo che dubita della capacità di discernimento del cittadino e mira ad invalidarla, infantilizzandolo e permettendogli di essere “libero” solo in un recinto sempre più stretto, dove ogni sasso è foderato di plastica anti-urto.



Di Rachele Foschi

30/03/2026



Rachele Foschi. Professore Associato presso il Dipartimento di Economia e Management, Università di Pisa.
Ciao. Ho letto anch'io.
Rivolgo una domanda virtuale all'autrice.

E quindi che si fa?
 
Cittadini e non sudditi, diritti soggettivi e non interessi legittimi. Il discorso però diventa complicato e troppo sensibile rispetto alle convinzioni politiche di ognuno di noi. Spesso le questioni ideologiche prevalgono sulla risoluzione del problema, vedi il modo di "fruire" la natura. Ormai le montagne e i boschi, almeno in certe zone e periodi sono peggio delle città (sto volutamente esagerando), caccia e pesca sono sempre più demonizzate in base alla propria "ideologia", la raccolta di funghi erbe e quant'altro sta diventando sempre più un problema, pure bivaccare in natura con accensione di un fuoco. l'unica cosa buona di questo decreto è aver sollevato un problema e aver aperto un dibatto non solo su questo sito
 
Una riflessione interessante sul tema trovata in rete:

In montagna senza coltello: una norma che confonde sicurezza e controllo​

Nell’ultimo mese il dibattito sul DDL Sicurezza, in particolare sulle norme relative al porto e trasporto dei coltelli, ha sollevato interrogativi rilevanti per chi vive e pratica gli ambienti naturali. Da assidua frequentatrice della montagna, avverto l’urgenza di evidenziare come queste disposizioni criminalizzino e penalizzino ingiustamente varie categorie di cittadini, tra cui gli escursionisti.

.... Omissis.....

Rachele Foschi. Professore Associato presso il Dipartimento di Economia e Management, Università di Pisa.
Premessa, non condivido neanch'io questo d.l. perché è stato fatto con la pancia e non con la testa, detto questo, pur non sapendo cosa ha in testa, al legislatore di chi va in montagna non gliene frega nulla, ovvero quanto fatto non è di certo per impedirgli di andare in montagna o per "disarmarlo" anche perché se il coltello è uno strumento non è un arma ma appunto uno strumento utile e finalizzato ad un determinato contesto o necessità. L'analogia con il periodo di lockdown non ha nulla a che vedere con quanto ci potrebbe essere alla base di questo decreto legge, ci manca solo un "bella ciao" e poi chiudiamo il cerchio.

Detto questo il decreto legge modifica la legge 110/75 in un modo che tocca tanti ambiti, troppi, in modo indiscriminato ma fino a quando ognuno, in senso lato, guarda solo la propria nicchia, il cacciatore, l'escursionista, il pescatore etc etc, qualsiasi variante sarà sempre limitata.

Infine di coltelli ve ne sono una marea e sebbene sono concorde che un pieghevole con lama superiore ai 5cm e blocco della stessa non sia più pericoloso, per cui da vietare, rispetto ad un fisso con lama superiore ai 5cm nulla vieterebbe, se proprio la si volesse mettere sul piano sicurezza e non sulla libertà di scelta, ad usare un fisso o un coltello pieghevole senza blocco o un multitool sempre senza blocco lama.

Il "giustificato motivo" non è venuto meno nè prima di fine febbraio nè sino a fine aprile e nè il suo concetto è stato variato se non che per una categoria di coltelli questo viene meno (limitazione che, ripeto, trovo assurda) esattamente come lo è stato per i coltelli a scatto (teoricamente, a prescindere da questo d.l., sarebbero comunque portabili secondo la Cassazione, secondo il sottoscritto è "andarsela a cercare") che potrebbero tranquillamente svolgere la stessa funzione di un Opinel n. 10 e se ci fosse chi effettivamente lo avesse usato, il coltello a scatto in montagna, ne avrebbe visto un abuso vietarlo, per chi non lo usava, probabilmente, non avrebbe avuto la stessa opinione e, sinceramente, mi collocherei in quest'ultima categoria.

In sintesi sono concorde sul fatto che questo d.l. sia mal formulato ma su tutti i discorsi, formulati nell'articolo, che vi ruotano intorno lo sono molto ma molto meno.

Ciao :si:, Gianluca
 
Ultima modifica:
Scusate esco un minuto dal discorso principale per un chiarimento, un'idea stupida che mi è venuta adesso da ignorante in materia.
Il mio opinel 8 è un arma così com'è giusto? Prendo il mio opinel 8 è sfilo la ghiera, è ancora un'arma?
 
bè io ci vado spessissimo senza coltello in montagna
Mah, in effetti può essere una speculazione interessante, dispiace ci sia un divieto.

Tempo fa mi capitò di leggere un lungo botta e risposta in un forum sull'escursionismo negli USA, categoria thru-hike, gente che cammina tantissimo e che segue una filosofia di carico ultra leggero. Bene, discutevano di arnesi da taglio, e nonostante fossero persone che dormivano all'aria aperta per giorni e giorni, alla fine sembrava che si orientassero su Victorinox Classic (quello da 58 mm chiuso), Opinel 3/4/5, e... forbicine.
Solo forbicine. C'era uno che diceva che ci si poteva benissimo mangiare con le forbicine, ma tanto erano cibi liofilizzati e quindi usava un cucchiaio di titanio. Accorciato.
E negli USA eh, dove potrebbero portarsi un'ascia bipenne e uno spadone senza far alzare un sopracciglio.
Baribal, grizzly, puma, coyote... e forbicine, che cosa può andare mai storto?
Eppure non succede mai nulla a questi.
Io, se abbandonassi lo stile cacciatore d'Africa d'antan con portatori, cucina da campo, argenteria, opera omnia di Proust (ed Express a portata di mano) verrei sbranato subito, tempo zero, me lo sento.

Comunque, in escursioni in giornata vedo persone con Tupperware e riso, persino la mela già tagliata in altro contenitore. Usano la forchetta e basta.
Per panini e barrette ancora più facile, per cui sì, è possibile.

Però va a gusti.
Per dire, al paese che frequentavo da giovane alcuni adulti non uscivano di casa se non con due ferri, un regionale o anche una molletta, ed una roncoletta pieghevole. Ci andavano anche a messa la domenica.
Gente bonaria. Dopo la messa saluti e quattro chiacchiere tra uomini, una o due vasche per il corso, ossequi Maresciallo, sosta per il bianchino prima di pranzo, e via.
Zero problemi.
 
Mah, in effetti può essere una speculazione interessante, dispiace ci sia un divieto.

Tempo fa mi capitò di leggere un lungo botta e risposta in un forum sull'escursionismo negli USA, categoria thru-hike, gente che cammina tantissimo e che segue una filosofia di carico ultra leggero. Bene, discutevano di arnesi da taglio, e nonostante fossero persone che dormivano all'aria aperta per giorni e giorni, alla fine sembrava che si orientassero su Victorinox Classic (quello da 58 mm chiuso), Opinel 3/4/5, e... forbicine.
Solo forbicine. C'era uno che diceva che ci si poteva benissimo mangiare con le forbicine, ma tanto erano cibi liofilizzati e quindi usava un cucchiaio di titanio. Accorciato.
E negli USA eh, dove potrebbero portarsi un'ascia bipenne e uno spadone senza far alzare un sopracciglio.
Baribal, grizzly, puma, coyote... e forbicine, che cosa può andare mai storto?
Eppure non succede mai nulla a questi.
Io, se abbandonassi lo stile cacciatore d'Africa d'antan con portatori, cucina da campo, argenteria, opera omnia di Proust (ed Express a portata di mano) verrei sbranato subito, tempo zero, me lo sento.

Comunque, in escursioni in giornata vedo persone con Tupperware e riso, persino la mela già tagliata in altro contenitore. Usano la forchetta e basta.
Per panini e barrette ancora più facile, per cui sì, è possibile.

Però va a gusti.
Per dire, al paese che frequentavo da giovane alcuni adulti non uscivano di casa se non con due ferri, un regionale o anche una molletta, ed una roncoletta pieghevole. Ci andavano anche a messa la domenica.
Gente bonaria. Dopo la messa saluti e quattro chiacchiere tra uomini, una o due vasche per il corso, ossequi Maresciallo, sosta per il bianchino prima di pranzo, e via.
Zero problemi.
Arrivato ad "opera omnia di Proust" mi sono cappottato!:rofl::lol::biggrin:
 
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