Una riflessione interessante sul tema trovata in rete:
In montagna senza coltello: una norma che confonde sicurezza e controllo
Nell’ultimo mese il dibattito sul DDL Sicurezza, in particolare sulle norme relative al porto e trasporto dei coltelli, ha sollevato interrogativi rilevanti per chi vive e pratica gli ambienti naturali. Da assidua frequentatrice della montagna, avverto l’urgenza di evidenziare come queste disposizioni criminalizzino e penalizzino ingiustamente varie categorie di cittadini, tra cui gli escursionisti.
Il coltello a lama chiudibile e col blocco, spesso integrato in strumenti multi-attrezzo altrettanto utili, è infatti essenziale per la sicurezza e l’autonomia in ambiente naturale. Vietarne il trasporto costringe l’escursionista ad uscire non adeguatamente equipaggiato, mettendo a rischio la sua incolumità, o a rinunciare alle sue uscite, o ancora ad esporsi a conseguenze addirittura penali, per il solo fatto di esercitare il proprio diritto a muoversi in sicurezza.
In tal senso, non sarebbe sufficiente neanche una deroga limitata al trasporto: se anche il trasporto fosse ammesso, risulterebbe paradossale che il momento dell’uso (configurato come porto)- ovvero l’atto di estrarre il coltello dallo zaino per un gesto banale e necessario come sbucciare una mela durante una sosta – possa trasformare un escursionista in un soggetto penalmente perseguibile. Senza l’inserimento nella norma del “giustificato motivo” e senza una tutela inequivocabile dello stesso, la normale fruizione della montagna diventa un terreno minato da incertezze legali insostenibili, soggette all’arbitrio di chi effettua il controllo.
Questa impostazione ricorda, purtroppo, la stagione delle autocertificazioni e dei lockdown, quando il cittadino si trovava in una posizione di costante e ingiustificata soggezione verso l’autorità, seppure fosse nel semplice esercizio dei propri diritti.
Inoltre si percepisce una tendenza sempre più marcata a scoraggiare il contatto diretto e libero con la natura, in linea con certe visioni che vorrebbero il ripristino di ambienti selvaggi non più come spazi da vivere, ma come aree di esclusione per l’uomo. Da un lato si introducono norme che criminalizzano la dotazione tecnica minima, dall’altro si gestisce il territorio e la fauna in modo che il bosco sia percepito non più come un paesaggio di cui far parte, con la giusta educazione ed il dovuto rispetto, ma come un luogo di rischio o una zona interdetta alla presenza umana. In tale contesto, privare l’escursionista dei suoi strumenti significa accelerare questo distacco, trasformando la frequentazione della montagna da un’esperienza di libertà e di purificazione a un’attività vigilata, ad una concessione subordinata ad un cavillo legale, privandola quindi della sua essenza.
Il rischio concreto poi è che i controlli finiscano per colpire in modo sproporzionato chi si sposta verso aree naturali, dove il possesso di tali strumenti è fisiologico, anziché concentrarsi sui contesti urbani di reale pericolo.
C’è infine da temere che l’obbligo di comprovare il “giustificato motivo” possa gettare le basi per rendere in un prossimo futuro l’attività di escursionismo impropriamente controllata e autorizzata, subordinandola a permessi o patentini, in nome di una sicurezza solo formale.
Poiché per non ledere la libertà di chi agisce con responsabilità sarebbe stato sufficiente formulare la norma limitandone l’applicazione ai soli contesti urbani ad alto rischio, il fatto che essa sia stata scritta in modo così approssimativo sembra inserirsi in una precisa strategia.
L’impressione, più ampia e inquietante, è infatti che si persegua un progressivo ‘disarmo’ del cittadino, non solo materiale ma anche figurato.
Un primo disarmo consiste nell’essere messi di fronte a norme illogiche e controproducenti, che colpiscono solo chi osserva la legge, lasciando intatta l’operatività di chi già delinque. In questo scenario, la legge subisce una metamorfosi pericolosa: smette di essere l’arma del cittadino onesto
– lo strumento che ne garantisce la sicurezza e la libertà – per diventare un’arma puntata contro di lui, un’insidia burocratica pronta a criminalizzare il buon senso.
Più materialmente, essendo privati della possibilità di gestire in autonomia finanche piccoli imprevisti o necessità quotidiane, veniamo ridotti a soggetti passivi e infantili, espropriati degli strumenti minimi di sopravvivenza e resistenza che permettono di non essere costantemente in balia degli eventi. Un cittadino che non può più portare con sé nemmeno un piccolo strumento di utilità è un cittadino che viene educato con la coercizione alla fragilità e alla sottomissione, l’esatto opposto di ciò che insegna il contatto con la natura, da cui i nostri utensili hanno avuto origine.
Se accettiamo questa logica, dovremmo coerentemente aspettarci il sequestro delle chiavi inglesi o l’obbligo di punte arrotondate per le forbici, in nome di una sicurezza spacciata per totale, che serve in realtà come pretesto per divieti sempre più stringenti. Ma dobbiamo davvero credere che questo avvenga per il nostro bene?
Difendere l’uso consapevole del coltello come dotazione tecnica significa difendere una tradizione secolare e la libertà di frequentare la montagna in autonomia; significa volersi sottrarre ad una logica di controllo che dubita della capacità di discernimento del cittadino e mira ad invalidarla, infantilizzandolo e permettendogli di essere “libero” solo in un recinto sempre più stretto, dove ogni sasso è foderato di plastica anti-urto.
Di Rachele Foschi
30/03/2026
Rachele Foschi. Professore Associato presso il Dipartimento di Economia e Management, Università di Pisa.