Recensione Roselli Nikkarinpuukko UHC

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Roselli Nikkarinpuukko UHC (105 €)

Ho già parlato della storia di Roselli,
https://www.avventurosamente.it/xf/threads/roselli-nikkarinpuukko.50537/

quindi non mi ripeterò. Dirò ora di come nacque l’acciaio UHC.

Nel 1985 Roselli lesse uno studio dell’Università di Stanford che analizzava campioni di acciaio wootz creato in Persia, pare, durante il I sec. a.C.

Il wootz, originario dell’India meridionale, è l’antesignano dei moderni acciai a pacchetto e, durante il corso della storia, gli sono state attribuite qualità leggendarie di resilienze e flessibilità, vere o presunte.
Pare che questo acciaio da crogìolo fosse stato utilizzato per forgiare, fra le altre, anche le spade Ulfberth. Franche di origine, furono poi prodotte e addirittura falsificate da diversi artigiani dal IX al XII sec., e alcune arrivarono fino in Svezia e Norvegia.
Esistono inoltre delle surreali cronache crociate che parlano di scimitarre saracene usate anche come cinture, tale era la loro flessibilità.

Roselli, deciso di riprodurlo, iniziò a sperimentare e a produrre coltelli con le prime versioni di questo nuovo acciaio. Dal 2000, in collaborazione con le acciaieria Karhula, è prodotto l’attuale incarnazione dell’acciaio UHC, una lega pura di Fe e C con 1,8% di C, che Roselli non esita mai ad autodefinire migliore delle sue storiche controparti e a rimarcare di come le moderne tecnologie occidentali possano migliorare un prodotto orientale.

Il coltello in questione fu acquistato nel 2013 e mi è stato prestato per la recensione.


lama
lunghezza - 86 mm
larghezza - 20 mm
spessore - 3 mm
acciaio - UHC
biselli - piani
tagliente - 19°, appena convesso
durezza - ~ 65 HRC

manico
lunghezza - 115 mm
larghezza - 27 mm max.
spessore - 18 mm max.

peso
coltello - 70 g
con coltello - 110 g


La lama è stata stampata da una barra di UHC, precedentemente spianata fra rulli. La lama acquisisce forma tramite vari passaggi di pressa e dima, smerigliatura e rifinitura su levigatrice. Ha sezione piatta non rastremata. Il trattamento termico è fatto a gruppi di 25 lame circa, temprate in acqua salata e quindi rinvenute in forno. I biselli sono portati a 19° con una leggerissima convessatura del filo.

Il manico, in betulla comune, è sgrossato a macchina, quindi rifinito a levigatrice su nastri con grana media. Ha un collare in alpacca da 3 mm, proporzioni medie e si rastrema, in altezza e spessore, verso la lama. Ha un accenno di pomo uncinato e sezione a goccia rovesciata.

Il fodero, realizzato con cuoio spesso 2 mm, è cucito a macchina. Il cuoio della bocca è piegato e incollato verso l’interno per migliorare la ritenzione; la lama è avvolta da un salvafilo di plastica. Il passante per la cintura ha due semplici asole. La ritenzione non è più tenace e il coltello si sfila con estrema facilità.

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In uso

Quando l’ho ricevuto il filo era leggermente ruvido e presentava alcune microsbeccature. Ho quindi riaffilato con DMT #600 e #1200, poi stroppato con pasta Bark River nera (#3000) e verde (#6000). Circa 15 minuti, di cui 10 di stropping, per rendere il filo perfettamente liscio e a rasoio. Non mi è parso particolarmente difficile, si sente che l’acciaio è duro, ma non oppone gran resistenza all’effettiva abrasione. Il tempo che mi ha preso è paragonabile a quello necessario, a parità di lavoro e geometrie, sul 52100 a 62 HRC.

Cominciamo con i soliti spikkentroll in platano stagionato sei mesi.
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Il coltello ha buon mordente, ma, causa filo convesso, meno incisivo di quanto mi aspettassi, specialmente lavorando in senso contrario e, soprattutto, perpendicolare alle fibre. Alla fine del primo troll il mordente era immutato, ma il filo non era più pulito. Durante le rifiniture del secondo la perdita di mordente si è fatta invece palese e, alla fine, al momento di tagliare via alcuni riccioli, ho dovuto applicare più forza del previsto, finendo per decapitare il cappello che ho, a questo punto, arrotondato.
A fine lavoro, avendo anche spianato due nodi, il filo è sporco, senza schiacciature o sbeccature, ma con il mordente a rasoio completamente andato. L’ho ripristinato con sei passate di pasta nera e venticinque di verde.

Proseguiamo con il mago in pioppo stagionato tre mesi.
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Il filo convesso ha un discreto mordente sia a lavorare in favore, sia in senso opposto alle fibre, ma nulla di eccezionale. La punta, leggerissimamente più fine rispetto alla versione in W75, è andata un po’ meglio nell’incisione del profilo laterale del naso, ma è ancora troppo grossa per lavorare bene attorno al labbro. Come al solito ho percepito la maggior resistenza durante l’assottigliamento del diametro del ramo, per staccare il mago. Durante quest’ultimo lavoro ho anche notato chiaramente un calo di mordente.
Alla fine il filo era intonso, ma il mordente a rasoio era nuovamente andato. L’ho quindi ripristinato con venti passate su pasta nera e quaranta su verde.
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Chiudiamo con la spatola in abete bianco stagionato un anno.
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Il filo convesso, come al solito, non è particolarmente mordace e tende a scivolare al momento di piallare le guance. C’è stata una palese resistenza delle fibre al momento di tagliarle in senso tangenziale, sgrossando la parte anteriore della spatola. Il dorso mi è risultato un pelo troppo spigoloso in un paio di momenti. Durante il lavoro ho percepito il leggero e continuo calo del mordente, ma non abbastanza pronunciato da indurmi a stroppare.
Alla fine della sgrossatura, comunque, non radeva già più, ma ha mantenuto abbastanza efficacia da non costringermi ad aumentare particolarmente la forza applicata. Le finiture sono state facili e abbastanza rapide. Di nuovo il calo del mordente era percepibile, ma ancora non abbastanza da stroppare.
A fine lavoro il filo era sporco e, come detto, non radeva più già da tempo. Ho quindi ripreso il filo con venti passate su pasta nera e cinquanta su pasta verde.
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Conclusioni

I commenti che ho già fatto sulla bontà del manico rimangono immutati, essendo le due varianti sostanzialmente identiche.
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Roselli afferma che l’UHC abbia una tenuta del filo doppia rispetto agli acciai al carbonio semplici. Vero, ma solo se il termine di paragone è il W75 usato nella serie standard.
Anche se più lungo da affilare e riprendere rispetto il W75, l’UHC non è nulla di inaffrontabile o mistico. L’unica, prevedibile, differenza è che il W75 si lavora senza problemi anche con pietre naturali, mentre l’UHC richiede diamantate.
Se il doversi portare dietro una diamantata al posto del doversi cercare un ciottolo levigato non è un problema, la versione in UHC è sicuramente un certo passo avanti rispetto quella in W75 e reggerà meglio eventuali lavori su legno secco.
Tuttavia, è innegabile che l’UHC regga non troppo bene il confronto con semplicissimi acciai da utensili come il C75 o il 1085, che aggiungono alla lega un minimo di Manganese per formare carburi più consistenti. Entrambi questi acciai, ma soprattutto il 1085, hanno una tenuta del filo paragonabile, ma una facilità e rapidità di affilatura molto superiore. L’UHC, teoricamente, dovrebbe fare della tenuta del filo il proprio punto di forza.
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