Sull'alpinismo (e l'outdoor in generale) e la crescita interiore

Mi è capitato di leggere questa riflessione che per quanto è dissacrante (per l'alpinismo) nasconde una verità che appoggio pienamente, applicabile a tutte le attività outdoor e non solo.

http://www.latanadellorso.altervista.org/Pensieri di Bosco/Intervista.html (di Giorgio Madinelli)

Intervista
Signor Gongo, la rubrica sull'Alpinismo del nostro giornale desidera conoscere il suo modo di pensare e affrontare la montagna; innanzitutto ci dica che cosa è per lei l'Alpinismo.
L'Alpinismo è una truffa. Per appagare il desiderio narcisistico della conquista gli uomini si sono inventati tutta una serie di trucchi pur di vincere difficoltà sempre maggiori. Appena ci si è buttati sull'artificiale il mondo magico del rapporto puro e semplice, del confronto alla pari con la montagna è sfumato, definitivamente morto e sepolto. Non mi riconosco nell'Alpinismo che è un falso ideologico, perpetrato e poi inculcato nelle generazioni a seguire come se esso fosse un dogma invalicabile.

Ma, allora i grandi dell'Alpinismo, Bonatti, Messner ecc. sono una truffa?
Sì, lo sono. In buona fede, ma lo sono. Per fare un esempio basato sulla Storia italiana: i nati nell'era fascista, che hanno fatto le scuole fasciste e imparato l'unica ideologia che vi era in circolazione erano fascisti, malgrado loro. Così i giovani che si avvicinano alla montagna, oggi e nel passato, hanno a disposizione un solo messaggio, divulgato dai media e dalle associazioni vicine alla montagna e cavalcato di gran carriera dal marketing.

Quale sarebbe questo messaggio?
Che si può tutto! Con ogni mezzo! Che conta quello che viene osannato dalla stampa e dalla pubblicità: se non vesti Montura sei uno sfigato, se non fai il 6c sei un handicappato, se non sali il Bianco o il Rosa o altre vette di grido non sei nessuno.

E lei invece che messaggio vuole lanciare?
Io ho un messaggio, ma non sono nessuno. Però esisto e non ho timore di parlare contro, essere fuori dal coro, emarginato se vuoi, ma non me ne frega granché. Faccio quello che faccio, assecondando le mie possibilità e capacità, non un'unghia di più. Forzare un passaggio con una manovra di corda non è nei miei canoni, piuttosto torno indietro. Non mi proteggo, mai, vinco di volta in volta la paura e il pericolo, sempre cercando dentro di me le risorse per farlo. Credo che l'attrezzatura più valida per scalare una montagna sia dentro di noi.

Questo lo dicono anche i più forti scalatori di oggi, eppure si legano e piantano chiodi.
Ognuno fa come crede più opportuno: un chiodo però maschera tutta una serie di conflitti interiori che restano uguali anche nel futuro e che non affronterai mai veramente.

Però le sue vie che apre non vanno mai oltre il terzo grado e su queste difficoltà gli scalatori di cui sopra non si legano mai.
Sto parlando di me, io sono questo: il massimo che riesco ad affrontare in tema di difficoltà è il terzo da te detto; per gli scalatori che citi forse il loro massimo è l'ottavo o il nono, ma su quei gradi si legano.

Parliamo delle sue vie: si dice siano vie normali del tipo pre alpinismo, simili, per intenderci, a quelle che realizzavano i pionieri sulle vette mai salite. Crede che qualcuno le vada a ripetere? Le apre per lasciare qualcosa di sé sulla montagna, per essere ricordato?
Ecco! Lei mi ha fatto delle domande con un punto di vista che mette in primo piano le pulsioni umane: il bisogno di far vedere quanto vali e di essere ricordato. Non è questo che mi muove. È qualcosa di incomprensibile per lei che vedo tutto dentro al meccanismo. Eppure di cosa semplice si tratta. Ripetere vie pur difficili, anche slegati, sono in molti che lo fanno, ne conosco qualcuno, non ti potrà mai dare le soddisfazioni che la ricerca, l'esplorazione ti sa offrire. Per una via nuova ci devo mettere tutte le mie competenze, l'esperienza, devo sapere veramente quanto valgo, non posso barare con me stesso; la via che ne viene fuori è solo proiettata sulla montagna, come su uno schermo, essa però è impressa dentro di me, è prima di tutto un percorso personale di autostima, di personalità, di grande amore per quello che faccio; sulla via qualcuno potrà salire, nessuno mai potrà vedere cosa è inciso nel mio cuore. Che lei scriva o non scriva ciò che le ho detto non fa nessuna differenza, non cerco protagonismi, non cedo alle pur non esecrabili debolezze umane; credo però che un punto di vista diverso vada divulgato, se non altro per i giovani che cercano un qualcosa che dia un senso alla vita avvicinandosi ai monti. Questo qualcosa è un'educazione personale, una crescita interiore che la pubblicistica riconosce come una delle prerogative dalla montagna, che però poi non dice come si acquisisce e quali siano i tranelli che fanno perdere di vista l'obiettivo. La montagna strapazzata, usata, vilipesa non educa, non dà nulla che non sia il puro divertimento. Parafrasando Kugy dico: non cercate nel Monte un'impalcatura per arrampicare, cercatevi la vostra anima.
 
In effetti è molto dissacrante.
Mi è subito venuto in mente Bonatti, quando salì in solitaria il pilastro del Dru, dove con una geniale intuizione, progredì e uscì da un punto morto senza possibilità di ritorno, con i suoi famosi pendoli nel vuoto.
Non mi trovo d'accordo con questo articolo e mi farebbe piacere sapere qual è la verità nascosta che appoggi pienamente.
 
E' un punto di vista.
Non unico ne raro, sicuramente però di vecchio stampo, cioè siamo rimasti culturalmente (e tecnicamente, in campo alpinistico) ai tempi di Preuss. Anche se è vero che Maestri un pochino lo aveva ripescato, questo ragionamento, nelle sue scalate (e discese) polemiche (mi riferisco al famoso episodio della Via delle Guide). E ultimamente l'argomento in parte è stato tirato in ballo anche per la scomparsa di Daniele (Nardi), ovvero cosa spinge un alpinista a "forzare la mano".
Sinceramente non so chi sia l'intervistato, e posso dire che in linea di massima comprendo il suo astio e posso anche arrivare a capire il suo ragionamento, che non fa una grinza.
D'altra parte è quello che ha mosso anche me oltre 35 anni fa ad andare in montagna, a scegliere le vie di salita, le spedizioni, a volte anche i compagni di cordata.
Ma il discorso può essere fatto per ogni categoria di professione, arte o hobby, credo.
Certo è che se Cristoforo Colombo fosse stato come lui, probabilmente oggi non avremmo gli hamburger :rofl:, e se tutti gli uomini di scienza, arte o pensiero si fossero limitati ai mezzi, ognuno, per la propria epoca, forse oggi non saremmo qui (nel bene e nel male).
E dimentica che l'uomo è un essere sciente, votato per natura al miglioramento della propria condizione. Un pò come il bushcrafter, se vogliamo fare un analogia del nostro forum.
E per me questa "spinta" interiore è estremamente positiva e mi auguro che non si fermi mai.
Parla di messaggio univoco dato dai "grandi" dell'alpinismo..
Tutti noi abbiamo anche un lato edonistico, è vero, che ci porta a mostrare quello che facciamo, ma è un pò come per il discorso "social": è il mezzo che controlla l'uomo o viceversa?
Solo per il fatto che sui media appaiono foto o notizie, ci dobbiamo sentire sempre e solo influenzati?
e perchè invece non ISPIRATI?
Come lui, come me, come altri qui sul forum, probabilmente siamo milioni a comportarci così, ancora, per cui non vedo il motivo per il quale lui dovrebbe avere così tanto astio per chi si comporta in modo diverso. O prende ispirazione, come l'Uomo ha sempre fatto fin dai tempi dei tempi, per migliorare la propria condizione, sia fisica che mentale.
--- Aggiornamento ---

Mi è subito venuto in mente Bonatti, quando salì in solitaria il pilastro del Dru, dove con una geniale intuizione, progredì e uscì da un punto morto senza possibilità di ritorno, con i suoi famosi pendoli nel vuoto.
Eh, no, mio caro! Attento: se segui attentamente il suo pensiero e la sua logica, allora anche Walter avrebbe dovuto tornare indietro...
 
eh eh alle volte sono più d'accordo con lui di altre, ma io lo faccio per divertimento... per qualcuno è (anche) lavoro... senza sponsor che ci mettono il grano questi muoiono di fame... e per cercare gli sponsor sei obbligato a fare/dare di più e diventare famoso...
 
Quando mi trovo di fronte a discorsi profondi o apparentemente profondi ed ho difficoltà a seguirli e comprenderli tendo a semplificare ed estrapolare i concetti e le idee. Non sono un alpinista ma mi sembrerebbe di aver compreso che l'intervistato tra i vari arzigogoli sostiene, ribadendo che non gli importa confrontarsi sulla cosa, che in montagna non si devono usare corda e chiodi. Poi c'è il documentario di quell'altro che sostiene che bisogna girare senza scarpe, poi quelli nudi e crudi che non capisco perché se devono censurare la trasmissione non indossino le brachette. Insomma la faccio breve e mi concedo un momento di emotività: mi verrebbe da dire andate come vi pare, basta che andate.
 
Eh, no, mio caro! Attento: se segui attentamente il suo pensiero e la sua logica, allora anche Walter avrebbe dovuto tornare indietro...
Si si ho seguito attentamente il suo pensiero e la sua logica e ho messo l'esempio di Walter Bonatti, che per me rappresenta l'Alpinista (con la A maiuscola), poiché perfettamente antitetico a quel messaggio.
(mi spiace che non si fosse capito)

ps: Walter Bonatti in quella situazione al Dru non poteva tornare indietro.
 
Credo che il messaggio non sia alpinistico, men che meno tecnico. E' più simile all'"omo, che ti move a...?".

Ognuno ha proprie motivazioni, per andare in montagna.

Io, per dire, non conosco neppure la classificazione dei gradi di difficoltà. Sono un escursionista e la mia motivazione non è "seguire la tale via", ma molto più semplicemente, "salire la tal montagna" o "fare il tale sentiero o trekking", per vedere quei luoghi. Per sperimentane la magia, annusarne i profumi, vederne flora, fauna, geologia... parlare con la gente che li abita, gustarne i prodotti gastronomici.

Ognuno va in cerca di sé, in fondo. Ed ognuno essendo diverso, si ritrova percorrendo un cammino interiore diverso.

C'è chi deve avere i chiodi iper-leggeri in kevlar e carbonio (non credo esistano, è solo una battuta) per salire in sicurezza ma non appesantito, battendo così un record manco fosse un centometrista e chi invece non usa nemmeno i pantaloni, ma solo dei mutandoni a mezza coscia ed un po' di polvere per migliorare la presa delle mani.

Va tutto bene. L'importante, sono d'accordo con @Al c'è , è andare!
 
Fortunatamente l'alpinismo non è uno sport, quindi non ci sono regole scritte da rispettare quando ci si approccia alla montagna, tranne quella ovviamente di rispettarla.
Dal mio punto di vista quindi si è liberi di andare come si vuole, l'importante è non ricadere nella banalità di credere il proprio approccio l'unico giusto, infondo secondo me nell'andare in montagna dall'escursionismo fino all'alpinismo di punta, si esprime un qualcosa di se un modo di essere e dato che siamo tutti diversi ci sono infinite rappresentazioni dell'alpinismo.

L'articolo può essere condiviso o no, quello che mi è piaciuto meno è l'approccio e la forma, trovo mille volte più umiltà in un'intervista o libro scritto da Bonatti o Messner (per citare quelli riportati nel testo) e la cosa credo si commenti da sola.

In ogni caso questo articolo e la discussione mi hanno fatto venire ancora più voglia di leggere il libro di Messner su Preuss che ho qui a portata di mano
 
Premesso che.ho iniziato a fare alpinismo a 18 anni.e subito dopo ho scelto di non continuare in parte per I motivi citati.dall'intervistato e in parte perche 'ho preferito.le.attivita' autdoor.
Sono daccordo.su.alcuni.punti citati per lo piu sulla .tecnologia sempre piu' integrata in noi che ( a mio avviso)ti toglie lo.spirito.e la.simbiosi con la.montagna per lasciare spazio.solo al raggiungimento della.meta.
Nel buschcraft succede.la.stessa cosa la tecnologia.ci coinvolge ci.concquista.e.inevitabilmente.ci.cambia e ( sempre a mio avviso) non ci rende totalmente.partecipi alla vita.in natura
 
Si si ho seguito attentamente il suo pensiero e la sua logica e ho messo l'esempio di Walter Bonatti, che per me rappresenta l'Alpinista (con la A maiuscola), poiché perfettamente antitetico a quel messaggio.
(mi spiace che non si fosse capito)

ps: Walter Bonatti in quella situazione al Dru non poteva tornare indietro.
Tranquillo, ho capito bene, ma mi riferivo, più prosaicamente, al fatto che l'intervistato contesta ogni mezzo "artificiale", compresa la corda, e Bonatti in quell'occasione usò invece proprio un artifizio tramite la corda, tra l'altro utilizzato moltissimo dagli alpinisti dell'est (quando andai ad arrampicare nei Tatra, negli anni 80, i polacchi usavano come protezione intermedia nodi di cordino nelle fessure ad incastro al posto dei dadi...).
 
Ho pensato e mi sono trattenuto un po' prima di rispondere a un'intervista dove Walter Bonatti viene esplicitamente definito come partecipante in buona fede a una truffa, come la pedina di un ingranaggio, in parole povere come una sorta di "utile idiota".
Avrei una quantità di cose da ribattere, a cominciare dal fatto che non ho mai sopportato di impostare i giudizi sotto forma di una gara all'indignazione, a chi ha - anzi, ostenta - più puzza sotto il naso. Non perchè questo sia deprecabile in assoluto, ma semplicemente perchè per essere giusto e soprattutto credibile bisogna trovarsi nelle condizioni di poterlo fare: e questo non è assolutamente alla portata di tutti. La maggior parte delle volte avviene infatti come nella celebre fiaba della volpe e dell'uva, ossia si disprezza ciò che non si ha; oppure il disprezzo è solo l'altra faccia di un proprio narcisismo esattamente mentre si addita quello altrui.
Il caso di Bonatti invece rappresenta una rara eccezione, appunto perchè secondo me è stato uno che avrebbe avuto tutti i titoli e le possibilità per farsi idolatrare, peraltro in un'epoca dove il web e i social erano di là da venire (figurarsi al giorno d'oggi) eppure non ha mai mosso un dito per fomentare queste tipiche patologie collettive, anzi non ha perso occasione per mettere al centro l'uomo, il singolo, e riportare tutti coi piedi per terra.
E allora lascio parlare lui, che mi verrebbe da dire ha fatto appena in tempo ad andarsene, e mi chiedo - dopo averlo letto - se e come possa essere possibile accusarlo di "complicità" in un Carosello Globale, non solo riguardo all'alpinismo o alla montagna, ma a tutto.

"Non m'interessa parlare della notte che cambiò la vita, che ha reso il mio carattere per sempre sospettoso e diffidente. Avevo visto la durezza della guerra. Il giorno prima con i miei amici, partigiani, giocavamo a calcio, il giorno dopo erano nella chiesetta, cadaveri, sfigurati in viso dagli scarponi chiodati. Ho visto la fucilazione dei gerarchi fascisti, ero a piazzale Loreto quando appesero Mussolini a testa in giù come un maiale, sapevo cos'era la cattiveria, ma ignoravo l'infamia. Ho aspettato due mesi che Compagnoni venisse a darmi una pacca sulla schiena, a dirmi che aveva fatto una fesseria, a chiedere scusa, perché può capitare di essere vigliacchi, ma deve anche capitare di ammetterlo. Invece niente, invece sono finito sul banco degli accusati, ero io la carogna, non loro che avevano mentito sull'uso delle bombole, delle maschere, sull'orario del balzo finale alla vetta. Nella relazione ufficiale di Desio che il Cai ha accettato è sbagliata la quota del mio bivacco, quella del campo di Compagnoni e Lacedelli, l'uso e la durata delle bombole di ossigeno, niente affatto esaurito prima dei duecento metri di dislivello sotto il K2, e l'ora in cui dettero l'assalto alla vetta. E tutto questo perché? Perché l'impresa oltre ad avere successo doveva essere anche eroica. Far vedere che gli italiani erano stati non solo bravi, ma anche straordinari. Ne abbiamo fatto una montagna di merda, coperta di menzogne, perfino la stampa straniera ci chiede "perché?". E tutto questo perché non riusciamo ad essere un paese pulito, dobbiamo strumentalizzare le occasioni, la verità, sporcare gli uomini. L' Italia è un paese di complici, dove non esiste solidarietà tra onesti, ma solo scambio tra diversi interessi, dove il sogno di Desio doveva restare immacolato. Dove solo io potevo essere infangato, disprezzato, accusato. Non solo, ma qualsiasi controversia non viene mai affrontata, si preferisce accantonarla, non prendere la responsabilità di una scelta. Mentre oggi agli idoli sportivi imbottiti di droga tutto viene perdonato perché sono l'immagine del paese. E se solo guardo quello che passa in tv mi viene schifo: quelle persone sull'isola, che si fanno riprendere, quella buffonata. Con quale rispetto verso i padri dell'avventura, verso chi ha cercato frontiere e parole nuove come Melville, Jack London e Stanley? Io sul K2 in una notte del '54 sono quasi morto, ma quello che mi ha ucciso è questo mezzo secolo di menzogna. Ho urlato così tanto quella notte nella mia disperazione che adesso non voglio avere più voce. La puzza del K2 la lascio a voi, io preferisco respirare […].“
 
Ultima modifica:
Guarda, sono pienamente d'accordo. Di questo articolo contesto il giudizio alle singole persone (difatti è infelice l'esempio di Bonatti) ma appoggio la riflessione sui protagonismi e la competizione a tutti i costi.
 
Io penso che se Bonatti fosse ancora vivo sarebbe stato il primo, oggi, a dissociarsi da ciò che è diventato l'alpinismo odierno.
Basti pensare che già lo ha fatto Messner, nonostante sia più giovane, meno assolutista di lui, e per tanti versi più in sintonia con discutibili andazzi moderni.
Del resto, a rendere persino illogica l'accusa che gli viene rivolta, basterebbe il fatto stesso di aver appeso la piccozza al chiodo a soli 35 anni, abbandonando l'alpinismo delle imprese e dedicandosi a tutt'altro (l'esplorazione orizzontale) quando avrebbe ancora potuto continuare a mungere quel mondo per tanti altri anni.
Uno che ha fatto in ogni modo l'apologia del sogno e dell'immaginazione, arrivando a scrivere "è con l'immaginazione che puoi trovarti a competere persino con l'inattuabile", come lo si può accusare di aver (sia pur in buona fede) veicolato il messaggio e la filosofia del "si può tutto" ? E men che meno la pratica di "inventarsi trucchi" a questo fine ?
Anch'io sono d'accordo col pensiero, ma trovo del tutto stridenti e incongruenti gli esempi personali portati al riguardo.
Tra l'altro, onestamente, non sono neppure riuscito a risalire all'identità di questo "signor Gongo", neanche al nome : ok che dice di essere nessuno, ma sarà mica un personaggio immaginario ? :lol:
 
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Io penso che se Bonatti fosse ancora vivo sarebbe stato il primo, oggi, a dissociarsi da ciò che è diventato l'alpinismo odierno.
Basti pensare che già lo ha fatto Messner, nonostante sia più giovane, meno assolutista di lui, e per tanti versi più in sintonia con discutibili andazzi moderni.
Del resto, a rendere persino illogica l'accusa che gli viene rivolta, basterebbe il fatto stesso di aver appeso la piccozza al chiodo a soli 35 anni, abbandonando l'alpinismo delle imprese e dedicandosi a tutt'altro (l'esplorazione orizzontale) quando avrebbe ancora potuto continuare a mungere quel mondo per tanti altri anni.
Uno che ha fatto in ogni modo l'apologia del sogno e dell'immaginazione, arrivando a scrivere "è con l'immaginazione che puoi trovarti a competere persino con l'inattuabile", come lo si può accusare di aver (sia pur in buona fede) veicolato il messaggio e la filosofia del "si può tutto" ? E men che meno la pratica di "inventarsi trucchi" a questo fine ?
Anch'io sono d'accordo col pensiero, ma trovo del tutto stridenti e incongruenti gli esempi personali portati al riguardo.
Tra l'altro, onestamente, non sono neppure riuscito a risalire all'identità di questo "signor Gongo", neanche al nome : ok che dice di essere nessuno, ma sarà mica un personaggio immaginario ? :lol:
Messner si e' dissociato dall'alpinismo moderno , quando lui ai suoi tempi era visto come il trasgressivo !! ... gente come Manolo non si dissocia dal "moderno" perchè sa di esserne stato a sua volta l'artefice , cosi come Messner ... l'alpinismo non si e' modernizzato , l'alpinismo cambia , tutto qui ....


questa fa veramente ridere

"E lei invece che messaggio vuole lanciare?
Io ho un messaggio, ma non sono nessuno. Però esisto e non ho timore di parlare contro, essere fuori dal coro, emarginato se vuoi, ma non me ne frega granché. Faccio quello che faccio, assecondando le mie possibilità e capacità, non un'unghia di più. Forzare un passaggio con una manovra di corda non è nei miei canoni, piuttosto torno indietro. Non mi proteggo, mai, vinco di volta in volta la paura e il pericolo, sempre cercando dentro di me le risorse per farlo. Credo che l'attrezzatura più valida per scalare una montagna sia dentro di noi. "
 
Ogni tanto un po' di controversia tiene accesa l'attenzione per una attivita', una categoria, un tema. Se qualcosa diventasse perfettamente definita (ma poi da chi) si perderebbe l'energia e l'interesse per discuterne. E' un bene, per qualsiasi cosa, che non ci si metta troppo d'accordo. :)
 
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Kamioka Riflessioni 97

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