Tenda UL Decathlon (Simond): la tenda della svolta ...???

Confermo, La samaya è stata due settimane fa in sconto a 50% sito italiano ora è solo al 30%

C’è da ricordare che la samaya è in nylon mentre la Deca in Poliestere
 
costa un botto ma è strepitosa!!!!!!!!!!!!!!!!

Pongo una domanda, vedo che su queste UL da 1 o 2 persone con entrate laterali (per me le uniche che considererei, odio l'entrata ai piedi) ci sono due scuole di palerie:

1) Come la Simond o le Vik Naturehike e mi sembra anche le MSR con una spina dorsale centrale, che poi si divide sulla parte finale e iniziale, sarebbe minore ma poi per creare gli absidi necessita di un ulteriore segmento corto da inserire a T sul cielo della tenda
2) Come questa Samaya ma anche le Ferrino da altura con una doppia paleria (più lunga quindi) ma che si interseca in cima e in fondo alla tenda permettendo la creazione degli absidi senza il segmento aggiuntivo

Mi viene da pensare che a numero finale piccoli segmenti e quindi peso siamo li..., però come idea di stabilità a vista sembrerebbe più stabile (x vento) la tecnica Samaya/Ferrino...

Che dite??
 
L'entusiasmo per questo prodotto mi porta a fare una riflessione sui due approcci all’ultralight – tecnica o filosofia?

Ogni volta che si parla di ultralight, vedo emergere due “anime” diverse. Una non esclude l’altra, ma secondo me vale la pena distinguere, perché dietro la scelta dell’attrezzatura c’è spesso anche una scelta di testa, non solo di grammi.

Da una parte c’è l’ultralight “tecnico”.
È quello di chi prende il classico assetto escursionistico – tenda, sacco a pelo, fornello a gas – e lo alleggerisce con materiali più leggeri, spesso più fragili, più costosi, ma con lo stesso schema mentale di sempre. In pratica si continua a fare quello che si faceva 30 anni fa, solo con la bilancia sempre in mano.
Funziona eh, nessuna critica: è pratico, rassicurante, e permette di coprire grandi distanze con meno fatica. Però, a mio modo di vedere, non cambia nulla nella testa. È un approccio conservativo, che si affida alla tecnologia per risolvere il problema del peso, ma non mette in discussione cosa davvero serve e cosa no.

Dall’altra parte c’è l’ultralight come filosofia.
Qui l’alleggerimento non avviene (solo) con materiali più “spinti”, ma per sottrazione.
Si lavora sull’essenziale. Ci si domanda: cosa mi porto solo per abitudine o per paura?
È un esercizio di consapevolezza, a volte anche di autodisciplina.
Invece della tenda, un tarp. Invece del sacco a pelo da -10, un quilt. Invece del fornello a gas, magari niente: si mangia freddo o si accende un fuoco.
E sì, a volte si dorme un po’ più scomodi, si sente freddo, ci si adatta al meteo. Ma il guadagno è mentale: imparare a fidarsi di sé stessi, ad arrangiarsi, a fare pace con il minimo.

Personalmente sento più stimolante questo secondo approccio, perché ti cambia dentro.
Non è solo uno zaino più leggero, è una testa più libera.
Certo, richiede più preparazione, più flessibilità, e a volte un po’ di coraggio. Ma è anche più autentico, più giocato sul rapporto diretto con l’ambiente.

Voi dove vi ritrovate di più? Tecnici o filosofi? O un po’ di entrambi?
 
L'entusiasmo per questo prodotto mi porta a fare una riflessione sui due approcci all’ultralight – tecnica o filosofia?

Ogni volta che si parla di ultralight, vedo emergere due “anime” diverse. Una non esclude l’altra, ma secondo me vale la pena distinguere, perché dietro la scelta dell’attrezzatura c’è spesso anche una scelta di testa, non solo di grammi.

Da una parte c’è l’ultralight “tecnico”.
È quello di chi prende il classico assetto escursionistico – tenda, sacco a pelo, fornello a gas – e lo alleggerisce con materiali più leggeri, spesso più fragili, più costosi, ma con lo stesso schema mentale di sempre. In pratica si continua a fare quello che si faceva 30 anni fa, solo con la bilancia sempre in mano.
Funziona eh, nessuna critica: è pratico, rassicurante, e permette di coprire grandi distanze con meno fatica. Però, a mio modo di vedere, non cambia nulla nella testa. È un approccio conservativo, che si affida alla tecnologia per risolvere il problema del peso, ma non mette in discussione cosa davvero serve e cosa no.

Dall’altra parte c’è l’ultralight come filosofia.
Qui l’alleggerimento non avviene (solo) con materiali più “spinti”, ma per sottrazione.
Si lavora sull’essenziale. Ci si domanda: cosa mi porto solo per abitudine o per paura?
È un esercizio di consapevolezza, a volte anche di autodisciplina.
Invece della tenda, un tarp. Invece del sacco a pelo da -10, un quilt. Invece del fornello a gas, magari niente: si mangia freddo o si accende un fuoco.
E sì, a volte si dorme un po’ più scomodi, si sente freddo, ci si adatta al meteo. Ma il guadagno è mentale: imparare a fidarsi di sé stessi, ad arrangiarsi, a fare pace con il minimo.

Personalmente sento più stimolante questo secondo approccio, perché ti cambia dentro.
Non è solo uno zaino più leggero, è una testa più libera.
Certo, richiede più preparazione, più flessibilità, e a volte un po’ di coraggio. Ma è anche più autentico, più giocato sul rapporto diretto con l’ambiente.

Voi dove vi ritrovate di più? Tecnici o filosofi? O un po’ di entrambi?
ottima riflessione. penso che per il secondo approccio citato ci voglia oltre che consapevolezza e autodisciplina anche una certa quantità di esperienza vissuta (che forse tu includi nella consapevolezza, ma credo sia meglio esplicitare). io non sono un patito dell'ultralight, forse perché mi manca una di queste qualità. la questione è che se le cose vanno storte (ed in montagna, anche in estate, possono andare storte abbastanza rapidamente) preferisco avere materiale che mi dia più chances di tornarmene a casa sano, salvo e senza troppi traumi. non ho ancora capito se l'UL, tecnico o filosofico che sia, è all'altezza. ho appena incontrato su una cima due tizi che avevano dormito con un tarp a 2200 metri. è arrivato vento di notte e se la sono passata mica tanto bene...
 
Difatti a me piace più quello filosofico.
Poi Io rispetto al tradizionale vado sul leggero rispetto all'ultra leggero.

Sull'esperienza è un discorso a parte, se dovevo aspettare gli amici in montagna dal 1995 ad oggi ci andavo 3 volte.
 
costa un botto ma è strepitosa!!!!!!!!!!!!!!!!

Pongo una domanda, vedo che su queste UL da 1 o 2 persone con entrate laterali (per me le uniche che considererei, odio l'entrata ai piedi) ci sono due scuole di palerie:

1) Come la Simond o le Vik Naturehike e mi sembra anche le MSR con una spina dorsale centrale, che poi si divide sulla parte finale e iniziale, sarebbe minore ma poi per creare gli absidi necessita di un ulteriore segmento corto da inserire a T sul cielo della tenda
2) Come questa Samaya ma anche le Ferrino da altura con una doppia paleria (più lunga quindi) ma che si interseca in cima e in fondo alla tenda permettendo la creazione degli absidi senza il segmento aggiuntivo

Mi viene da pensare che a numero finale piccoli segmenti e quindi peso siamo li..., però come idea di stabilità a vista sembrerebbe più stabile (x vento) la tecnica Samaya/Ferrino...

Che dite??
Ho solo esperienza di uso sulla prima tipologia, ma il palo "singolo" tende a far flettere "facilmente" la tenda in caso di vento laterale. Ho una asta gear crescent 1 per ora montata in giardino, e a mano tende a flettere meno, il vantaggio che la prima tipologia nella parte alta tende ad essere più larga.
Ma vedendo le tende più da alpinismo direi che 2/3 pali interi incrociati sono quelle più robuste.
 
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