L'entusiasmo per questo prodotto mi porta a fare una riflessione sui due approcci all’ultralight – tecnica o filosofia?
Ogni volta che si parla di ultralight, vedo emergere due “anime” diverse. Una non esclude l’altra, ma secondo me vale la pena distinguere, perché dietro la scelta dell’attrezzatura c’è spesso anche una scelta di testa, non solo di grammi.
Da una parte c’è l’ultralight “tecnico”.
È quello di chi prende il classico assetto escursionistico – tenda, sacco a pelo, fornello a gas – e lo alleggerisce con materiali più leggeri, spesso più fragili, più costosi, ma con lo stesso schema mentale di sempre. In pratica si continua a fare quello che si faceva 30 anni fa, solo con la bilancia sempre in mano.
Funziona eh, nessuna critica: è pratico, rassicurante, e permette di coprire grandi distanze con meno fatica. Però, a mio modo di vedere, non cambia nulla nella testa. È un approccio conservativo, che si affida alla tecnologia per risolvere il problema del peso, ma non mette in discussione cosa davvero serve e cosa no.
Dall’altra parte c’è l’ultralight come filosofia.
Qui l’alleggerimento non avviene (solo) con materiali più “spinti”, ma per sottrazione.
Si lavora sull’essenziale. Ci si domanda: cosa mi porto solo per abitudine o per paura?
È un esercizio di consapevolezza, a volte anche di autodisciplina.
Invece della tenda, un tarp. Invece del sacco a pelo da -10, un quilt. Invece del fornello a gas, magari niente: si mangia freddo o si accende un fuoco.
E sì, a volte si dorme un po’ più scomodi, si sente freddo, ci si adatta al meteo. Ma il guadagno è mentale: imparare a fidarsi di sé stessi, ad arrangiarsi, a fare pace con il minimo.
Personalmente sento più stimolante questo secondo approccio, perché ti cambia dentro.
Non è solo uno zaino più leggero, è una testa più libera.
Certo, richiede più preparazione, più flessibilità, e a volte un po’ di coraggio. Ma è anche più autentico, più giocato sul rapporto diretto con l’ambiente.
Voi dove vi ritrovate di più? Tecnici o filosofi? O un po’ di entrambi?