Trekking Tramonti e alba sui Monti della Laga

Parchi d'Abruzzo
Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
Data: 16 e17 giugno 2021
Percorso effettuato: partenza dal Lago dell’orso (1800mt circa) fin su lo Stazzo della Solagne appena sotto Pizzo di Moscio a circa 2200 mt dove ho piazzato la tenda per la notte. Da Pizzo di Moscio sceso per anticima del Monte Pelone, quindi Monte Pelone Meridionale(2259mt), Monte Spaccato(2282mt), giù per una specie di Sella Meridionale del Monte Gorzano, Monte Gorzano(2458mt), cresta de la Cimata, il Monticello(1902mt), Rifugio della Fiumata(1739mt), Sorgente del Romito, Radura Grande, Crepacce, Chiancone, La Cavata e su al punto di partenza alla sorgente delle Trocche a Lago dell’Orso.
Difficoltà riscontrate: guado in piena alla Fiumata e svariati piccoli nevai da traversare nelle fosse di Fiumata, Cavata, Crepacce e Chiancone.
Grado di difficoltà: EE
Tempi e KM non esaminati
Descrizione:
16 giugno 2021
Sono al primo giorno di ferie quando il corriere mi consegna uno zaino da 65 litri nuovo di pacco alle due del pomeriggio. Il caldo opprime, il tempo a disposizione non manca, per cui carico cibo poco ingombrante per me e la Lupa, tenda, materassino, sacco a pelo estivo, qualche cambio, uno strato invernale per la notte, tanta acqua potabile, fornellino, moka, caffè e parto per improvvisare un percorso sulla mia amata Laga. Il periodo mi consente, avvertendo tutte le varie strutture del Ceppo (loc. di Rocca Santa Maria), di arrivare per la brutta sterrata fino a Lago dell’Orso senza fare un permesso per raccolta funghi che comunque non avrei usato. Lascio detto che starò per monti per due o tre giorni massimo e la Micra parcheggiata è la mia con tanto di recapito telefonico.
Saluto qualche amico di Rocca Santa Maria che trovo ad ammirare il panorama a ridosso della fonte dove parcheggio, indosso i circa venti kili di zaino e mi avvio verso la dolce salita della storna tra panorami pomeridiani quasi paradisiaci, dove gli ultimi verdi della tarda primavera sono ancora maculati di scampoli di nevai e ghiaioni adornati di fiori, calanchi di strati e strati di arenaria si buttano verticali dentro il ciclopico Fosso della Cavata, lasciando al di sopra ampie creste erbose dove gli occhi corrono felici. Sale del vento caldo dal fosso e sembra portare con sé anche il frusciante rumore delle due vistose cascate ancora in piena. La natura si mostra subito più selvaggia del preventivato in quei fossi da fare al ritorno, sarà così per almeno un'altra settimana mi spiegavano gli amici indigeni, tanto che la pastorizia da queste parti non inizia prima del due di luglio e quest’anno l’ondata anticiclonica, appena iniziata, scioglierà le vie e rispetterà le previsioni per riaprire gli stazzi.
Perso in tanta bellezza vola via sotto gli scarponi di pelle anche la Storna e ben presto sono già alle prese con la ricerca di uno stazzo panoramico, e riparato dal vento degli over 2000 metri, dove piazzare la tenda. Salgo quasi in cima a Pizzo di Moscio quando vedo il “posto perfetto”: stazzo piano, esposto solo ad est, riparato dalla punta del Pizzo, acqua vicinissima da scioglimento e sorgente poco più lontana in basso. Tiro fuori la bussola e picchetto la tenda con la “finestra” aperta perfettamente ad est per vedere l’alba.
Le luci si fanno sempre più radenti e l’ombra di Linda sembra quasi toccare i paesi a valle, così mi libero del peso dello zaino pieno e carico solo una bottiglia da riempire, piumino, guanti e un mini cavalletto con telecomando per giocare un po' con la fotografia senza usare le mani. Stranamente non salgo sulla cima e sono attirato da un colle 200 metri più in basso verso ovest. Illuminato di arancio ha tutta la mia attenzione e quasi volo per arrivarci in fretta e gustarmi il tramonto accendere le sagome dei, adesso frontali, monti Sibillini. A dire il vero alla fine mi colpisce un volto nuovo, rugoso e selvaggio di una montagna cosi famigliare. La visione e le luci sono poesia sopra i 2000 metri, scatto tante foto della nuova prospettiva pienamente irraggiata da un sole pastello che fugge dietro i Reatini. Da questa parte il volto del Pizzo è il più scavato dalla primavera e riversa lacrime, sorrisi e sassi nel profondissimo Fosso della Morricana.
Il calore del giorno viene spazzato via da un vento teso da sud-ovest, la mia tenda, io e la lupa siamo inglobati dal buio, qualche macchia di neve brilla sotto le stelle e per questa notte saremo parte respirante della montagna.
17 giugno, ore 4:50
Apro la tenda con la visione di un arcobaleno piatto sdraiato all’orizzonte. E’ l’aurora del mattino e la moka borbotta luccicante sotto le ultime stelle e un Adriatico color arancio di lontano. Non so davvero come descrivere l’estasi dell’alba in montagna. Forse è un susseguirsi di emozioni silenziose come tutta la natura intorno, un risveglio lento del respiro stesso del pianeta e della luce che lo anima, una meraviglia e un brivido di infinito su ogni poro del cuore? Con una tazza di caffè bollente e la tenda aperta su una palla di fuoco che si fa strada tra i Monti Gemelli, quasi che Apollo abbia dormito nelle Gole del Salinello o a Castel Manfrino, inizia la mia giornata sulla Laga. Linda scondinzola giocosa mentre io scatto foto di noi con il telecomando sulla seconda alba. Il sole infatti si specchia sul mare creando un effetto cosi lucente che sembrano due. Asciugo tenda e sacco, racimolo il cibo scampato alla mia crisi di fame notturna per una energica colazione, una lavata con acqua “altamente tonificante”, fumatina super panoramica e sono quasi sveglio per ripartire. Vedo due biciclette a oltre mezz’ora che salgono, per cui è ora di stipare tutto nello zaino e camminare. Lo Zaino si è deformato un poco e stamattina non calza affatto comodo, spero sia sopportabile perché ho in mente di arrivare sul Gorzano per una cresta nuova alle mie gambe, abbastanza ripida, faticosa alla sola vista, e notata qualche mese fa, seppur innevata.
Sulla cresta del Monte Pelone il vento ci mantiene freschi e la vista del Gorzano appare possente e ingombrante, lontanissima ma invitante. Il Re della Laga si presenta come un lunghissimo muro di arenaria, solcato da rughe verticali di ghiaccio e che finiscono in decine di salti d’acqua stagionali. Più mi avvicino e più appare selvaggio e solitario il territorio sotto gli scarponi roventi e insabbiati di arene millenarie che sto ormando. Come un Atreyu solitario e il suo Fortunadrago il mio sguardo vola con il vento su confini mobili e senza inizio alla Cima di Monte Spaccato. Montagna dalla vista senza eguali, che lascia senza fiato e mai sentita neanche nominare, quasi fosse invisibile o provvisoria, mobile. Di certo davanti c’è un 2458 mt che crea una certa soggezione, ma attorno a me solo meraviglie ad iniziare dal grande e bianco ponte di neve, appena 100 mt sotto, che mi divide dall’ultima scalata di oggi. Sulla sinistra una cresta di fiori e prati verdi scende quasi dritta al Rifugio della Fiumata poco visibile ad occhio nudo. Dietro si staglia nel cielo azzurro la cresta affilata appena percorsa, qualche cirro corre veloce sotto il naso e sulla cima di Pizzo di Sevo, Cima Lepri, Pizzo di Moscio, Pelone Meridionale via via fino alle orecchie tese della Lupa che si guarda indietro soddisfatta. Il sole gioca con la luce e si nasconde come per dare ristoro mentre aggiro lo scenografico nevaio sommitale di questo spettacolare Fosso della Fiumata. La salita non è affatto banale adesso, sulla mia destra vedo chiaramente l’altra dura “pettata” dal paese laziale di Capricchia. Vedo un solo vecchio paletto consumato dal tempo avanti a noi. Nessuna traccia di sentiero frequentato o solchi animali. Tutto sommato la “terra calpestabile” è talmente poca che non si può sbagliare direzione per la vetta, mi armo di forze residue e cerco una via più terrosa possibile per agevolare le zampe della mia guida che vedo faticare tra gradoni di pietra. Per me aumenta la difficoltà della salita finale tra l’attrito di scale erbose alte fino al cavallo dei pantaloncini spinosi, ma devo rispettare l’anzianità della mia guida fedele. Non vedo ancora nessuna croce quando un fulmine si scaglia dietro le mie spalle, mi giro ed il cielo si copre di grigio su le montagne reatine. Un altro fulmine tuona più lontano, ma si drizzano tutti i peli di braccia e gambe, il cappello di paglia vibra, la Lupa con la coda tra le gambe. Accorcio subito i miei bastoni e li metto in zaino, altro brivido lungo il cappello e subito un altro frastuono mi schiaccia a terra il più corto possibile. La pelle torna a rilassarsi come fosse passata una strana ondata di brividi e inizia a cadere acqua, cosi aumento la falcata a mani e piedi fino alla croce. Esce il sole, i peli si alzano ancora, le montagne a nord sono coperte di cumulonembi abbastanza minacciosi e in mezzo un altro flesh suona nell’aria fin sotto ai piedi della montagna. Ho fame e sono senza energie per schizzare veloce a valle, cosi cerco riparo dietro un altarino fatto di grosse pietre. Pioviccica, esce il sole, si chiude ancora, si riapre. I prati a valle diventano onde mosse dal vento, colorati dalle ombre mobili delle nuvole. Mangio la penultima scatoletta delle scorte e qualche biscotto al cioccolato. Neanche un attimo di relax che l’aria si fa ancora elettrica e dei nembi sopra la vallata di amatrice ricominciano a suonare la batteria. Ingoio tutto, un po' di sali minerali e riparto al trotto giù per la cresta della Cimata. La discesa è lunga e il rifugio della Fiumata appare ancora come un minuscolo puntino rosso, esce il sole e brucia davvero tanto ma non trovo pace perché continuano a tuonare fulmini e spero di evitare qualche bomba d’acqua in mezzo ai pratoni di alta quota. Sudo tantissimo e i piedi dentro gli scarponi bollono, chiedono tregua, ma non posso fermarmi adesso, soprattutto con una perturbazione alle spalle e che ora ha coperto completamente la cima da dove scendo.
Finalmente sono nei boschi, ed oltretutto, nella mia faggeta preferita, dove le radici di grandi faggi escono dalla terra come tentacoli che cercano di non essere spazzati via dai venti. Fuori scarponi e calzini metto i piedi su guanciali di muschio e anche il meteo pare trovare pace e mostrare schiarite sempre più ampie. La discesa verso il torrente si fa calma e piacevole anche se vedo gente scendere dalla cresta di Monte spaccato verso il Rifugio che speravo di trovare vuoto di lunedì. Arrivati al fiume in piena portata il sentiero sparisce e inizio una faticosa ricerca di un punto dove poter guadare. Trovo una rientranza dove poter saltare tra due grandi massi e guizzo dall’altra sponda per togliere lo zaino ed aiutare Linda. Mi giro ed il terrore mi paralizza il sangue. Linda ha provato da sola ed è finita in mezzo alle rapide che più avanti fanno una gran salto in una cascata famosa. Corro tra i sassi verso valle e, fortunatamente, la Lupa ha trovato un appiglio per saltare fuori, anche se nel farlo sbatte fortissimo il muso sopra un grande sasso fuori dall’acqua, sento chiaramente il rumore del colpo e noto una smorfia di dolore mai vista prima. Povera. E’ spaventata e disperata di vedermi ancora lontano, come me del resto, trema e segue dall’altra sponda nervosamente la mia ricerca di un guado fattibile. L’unico punto rimane quello attraversato prima, per cui mi metto a gambe larghe tra i due massi per prendere in braccio una Linda molto titubante. Si convince ad avvicinarsi e lasciarsi prendere, riesco ad alzarla con due braccia sotto la pancia ed è fatta. Ululati di gioia e gran leccate di naso allentano una tensione che mi ha stancato più della corsa in discesa coi fulmini alle spalle. Siamo distrutti e ci sdraiamo un attimo in riva al fiume. Dal rifugio, appena sopra, sento un vociare di diverse persone, questo stravolge il mio piano di dormire con rete e materasso appena fuori il portico (la struttura è visibilmente lesionata dai terremoti nei punti più importanti e io non mi fido a dormir dentro che comunque è ben attrezzato per chi vuole). I “ragazzi” sono accompagnati da una guida del CAI di Termoli e sono tutti pensionati di una certa età che arrivano addirittura da Pizzo di Sevo e quindi cavalcano creste da tutto il giorno e domani vanno sul Gorzano passando dalla mia discesa, guado permettendo.
Il mio cibo scarseggia e mi prende la voglia di provare a tornare a casa o provare ad un altro rifugio, che so essere stato appena ristrutturato, per dormire su di un letto e preparare qualcosa di caldo tra i cibi liofilizzati rimasti. Sono le 15 e devo decidere subito che direzione prendere, intanto faccio il pieno d’acqua e rinfresco i piedi lessati. Potrei piazzare la tenda fuori ma il rifugio è accerchiato di ortiche ed orapi alti mezzo metro. Ci penso ancora un po’ fumando e con i piedi bianchi all’aria. Riallaccio i miei scarponi pesanti da trekking, saluto tutti, sveglio Linda e riparto al galoppo verso i 1800 della sorgente del Romito e il suo rifugio con la mia lupa precede i passi, i pensieri e gli obbiettivi di nuovo.
L’acqua della sorgente a 1800mt è meglio di una Perrier ghiacciata ma l’ospitalità non è prevista. Il rifugio è chiuso a chiave da due porte in ferro nuove di zecca, dalla finestrella dietro le sbarre vedo tavolino, sedie, due bei giacigli invitanti, mura imbiancate, e pavimenti ancora puliti. Cerco invano le chiavi sotto la legnaia esterna o qualche masso, poi, sempre più innervosito dal vedere rifugi chiusi e usufruibili solo da pastori che li distruggeranno come sempre, riparto verso nuove difficoltà inaspettate. Lo zaino preme dietro le spalle, è completamente deformato e scava sui fianchi, così mi tocca mettere una maglietta arrotolata e dei calzini usati su schienale e sul bacino. Non bastasse, la Laga imbastisce tranelli vestiti di fiori e scenografici salti d’acqua qui nelle forre. Il sentiero è chiuso da un bel mucchio di neve da attraversare e scavare a suon di calcioni. Un’occhiata alla cartina per confermare che sia solo un nevaio di accumulo senza sorgenti sotterranee, un sorso d’acqua e inizio a scavare dieci pedane e dieci appigli dove affondare parte di un bastone impugnato corto (a circa 40 cm dalle punte) e senza aureola da fango (cerchio piccolo che si avvita sulle punte dei bastoni). Sudo sette camice mentre Linda con i suoi ramponi naturali si trastulla pancia al fresco e sguardo divertito. Traverso di neve effettuato l’ambiente del “fuoribosco” presenta tutti i colossi della faggeta in primo piano, come a proteggere dai venti i tesori e segreti del bosco. Faggi solitari dalla chioma larga come una piazza o altri dalle grandi radici in mostra mi scortano per saliscendi e altri nevai da superare, pozze da scioglimento dove Linda si rotola come i cinghiali o sorgenti e vene provvisorie. Lo stazzo della Cavata è in pieno e rigoglioso risveglio, fiori e vegetazione fitta come una foresta, e c’è ancora un fastidiosissimo e già noto nevaio da oltrepassare poco sopra. Non è così alto come qualche anno fa, dove crollò Linda e scivolò un amico, ma è comunque un mucchio di neve mezzo sciolto dall’acqua che scorre sotto gli ultimi passi. Ne vedo la fine scoperta da una veloce rivolo d’acqua su massi piatti, e per evitare che sfondi un inconsapevole lupa vado avanti e sfondo, saltando apposta, l’ultimo strato e far transitare Linda. Lo scarpone in pelle pesante è stato molto utile su tutte le superfici del ritorno meno male. Ho i piedi ancora troppo caldi con queste temperature africane ma questi vecchi “Scarpa” sono sempre affidabili e le uniche calzature veramente indistruttibili che abbia mai comprato.
La salita finale, tra zaino e sole riparato dall’aria, è un vero calvario e trascino lo zaino per una delle sue corde pensando che, anche per ripartire qualche giorno sul Monte Sirente, domani dovrò dare fondo agli ultimi risparmi per comprare qualcosa di molto, ma molto, più indicato e fatto bene per portare una ventina di kili tutto il giorno e per punte oltretutto. Finalmente sono arrivato alla macchina e la mia testa al tramonto guarda le ombre lunghe con poca meraviglia perché distratta da un solo grandissimo pensiero: una pinta di birra e delle tagliatelle ai porcini a Rocca Santa Maria. E così sia, buona montagna a tutti.
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Tutto molto bello e avventuroso.I tuoni alle spalle e uno zaino da 20 kg poi.......mi dispiace per la botta presa dalla lupa....mannaggia avete corso qualche rischio tutt'e due,per salvarla ti saresti buttato in acqua.Cmq tutto è bene quel che finisce bene.Giro notevole tra montagne bellissime complimenti
 
Un racconto d'autore che ho avidamente divorato, foto sublimi che fanno venire voglia di mettersi in viaggio. Il tutto ambientato nella meravigliosa Laga che è sempre presente nei miei pensieri.

Complimenti e un abbraccio alla lupa.
 
Tutto molto bello e avventuroso.I tuoni alle spalle e uno zaino da 20 kg poi.......mi dispiace per la botta presa dalla lupa....mannaggia avete corso qualche rischio tutt'e due,per salvarla ti saresti buttato in acqua.Cmq tutto è bene quel che finisce bene.Giro notevole tra montagne bellissime complimenti
Si, stavo quasi per lanciarmi quando ha trovato un appiglio ed è poi balzata Fuori. Vederla così impanicata è cosa rarissima ed il fatto di non poterla raggiungere per tranquillizzarla, ma risalire il torrente, è stata una delle emozioni più sofferente provate in escursione. Abbiamo una gran simbiosi e sentivo il suo dolore, come lei sentiva e piangeva ululando quando mi feci male alla caviglia in invernale su Monte Aquila. Cose che fanno crescere comunque e creano ancora più unione quando ci si riabbraccia.
Grazie per gli apprezzamenti e le carezza per la Lupa.
--- Aggiornamento ---

Un racconto d'autore che ho avidamente divorato, foto sublimi che fanno venire voglia di mettersi in viaggio. Il tutto ambientato nella meravigliosa Laga che è sempre presente nei miei pensieri.

Complimenti e un abbraccio alla lupa.
La Laga è sempre la mia più grande fabbrica di emozioni, anche molto contrastanti e ne adoro i paesaggi così romantici e selvaggi al tempo stesso, per tacere della visione unica e privilegiata della Catena del Gran Sasso. Lieto ti sia piaciuta e immedesimato nella lettura. Grazie
 
E pensare che scrivi tutto 'sto popo di roba col telefono!
Bellissimo, questo modo libero di gestire la camminata, volgendo il naso dove ti va.
Però tu vatti a sperdere come ti pare, ma Linda no, di lei devi avere cura! Lei si fida di te.
 
E pensare che scrivi tutto 'sto popo di roba col telefono!
Bellissimo, questo modo libero di gestire la camminata, volgendo il naso dove ti va.
Però tu vatti a sperdere come ti pare, ma Linda no, di lei devi avere cura! Lei si fida di te.
Ne tengo cura più di me il più delle volte ... A volte cmq è così discreta, e sono così stanco, che quasi mi dimentico di averla al seguito o avanti ma ne tengo cura ed ho dovuto cambiare molte abitudini con Lei, tipoo pensare sempre prima all'acqua in qualsiasi tragitto per tenerla idratata o uscire la notte in estate. Un guado così in piena era la prima volta e impariamo work in progress... Meno male è andata bene.
 
Data: 16 e17 giugno 2021
Percorso effettuato: partenza dal Lago dell’orso (1800mt circa) fin su lo Stazzo della Solagne appena sotto Pizzo di Moscio a circa 2200 mt dove ho piazzato la tenda per la notte. Da Pizzo di Moscio sceso per anticima del Monte Pelone, quindi Monte Pelone Meridionale(2259mt), Monte Spaccato(2282mt), giù per una specie di Sella Meridionale del Monte Gorzano, Monte Gorzano(2458mt), cresta de la Cimata, il Monticello(1902mt), Rifugio della Fiumata(1739mt), Sorgente del Romito, Radura Grande, Crepacce, Chiancone, La Cavata e su al punto di partenza alla sorgente delle Trocche a Lago dell’Orso.
Difficoltà riscontrate: guado in piena alla Fiumata e svariati piccoli nevai da traversare nelle fosse di Fiumata, Cavata, Crepacce e Chiancone.
Grado di difficoltà: EE
Tempi e KM non esaminati
Descrizione:
16 giugno 2021
Sono al primo giorno di ferie quando il corriere mi consegna uno zaino da 65 litri nuovo di pacco alle due del pomeriggio. Il caldo opprime, il tempo a disposizione non manca, per cui carico cibo poco ingombrante per me e la Lupa, tenda, materassino, sacco a pelo estivo, qualche cambio, uno strato invernale per la notte, tanta acqua potabile, fornellino, moka, caffè e parto per improvvisare un percorso sulla mia amata Laga. Il periodo mi consente, avvertendo tutte le varie strutture del Ceppo (loc. di Rocca Santa Maria), di arrivare per la brutta sterrata fino a Lago dell’Orso senza fare un permesso per raccolta funghi che comunque non avrei usato. Lascio detto che starò per monti per due o tre giorni massimo e la Micra parcheggiata è la mia con tanto di recapito telefonico.
Saluto qualche amico di Rocca Santa Maria che trovo ad ammirare il panorama a ridosso della fonte dove parcheggio, indosso i circa venti kili di zaino e mi avvio verso la dolce salita della storna tra panorami pomeridiani quasi paradisiaci, dove gli ultimi verdi della tarda primavera sono ancora maculati di scampoli di nevai e ghiaioni adornati di fiori, calanchi di strati e strati di arenaria si buttano verticali dentro il ciclopico Fosso della Cavata, lasciando al di sopra ampie creste erbose dove gli occhi corrono felici. Sale del vento caldo dal fosso e sembra portare con sé anche il frusciante rumore delle due vistose cascate ancora in piena. La natura si mostra subito più selvaggia del preventivato in quei fossi da fare al ritorno, sarà così per almeno un'altra settimana mi spiegavano gli amici indigeni, tanto che la pastorizia da queste parti non inizia prima del due di luglio e quest’anno l’ondata anticiclonica, appena iniziata, scioglierà le vie e rispetterà le previsioni per riaprire gli stazzi.
Perso in tanta bellezza vola via sotto gli scarponi di pelle anche la Storna e ben presto sono già alle prese con la ricerca di uno stazzo panoramico, e riparato dal vento degli over 2000 metri, dove piazzare la tenda. Salgo quasi in cima a Pizzo di Moscio quando vedo il “posto perfetto”: stazzo piano, esposto solo ad est, riparato dalla punta del Pizzo, acqua vicinissima da scioglimento e sorgente poco più lontana in basso. Tiro fuori la bussola e picchetto la tenda con la “finestra” aperta perfettamente ad est per vedere l’alba.
Le luci si fanno sempre più radenti e l’ombra di Linda sembra quasi toccare i paesi a valle, così mi libero del peso dello zaino pieno e carico solo una bottiglia da riempire, piumino, guanti e un mini cavalletto con telecomando per giocare un po' con la fotografia senza usare le mani. Stranamente non salgo sulla cima e sono attirato da un colle 200 metri più in basso verso ovest. Illuminato di arancio ha tutta la mia attenzione e quasi volo per arrivarci in fretta e gustarmi il tramonto accendere le sagome dei, adesso frontali, monti Sibillini. A dire il vero alla fine mi colpisce un volto nuovo, rugoso e selvaggio di una montagna cosi famigliare. La visione e le luci sono poesia sopra i 2000 metri, scatto tante foto della nuova prospettiva pienamente irraggiata da un sole pastello che fugge dietro i Reatini. Da questa parte il volto del Pizzo è il più scavato dalla primavera e riversa lacrime, sorrisi e sassi nel profondissimo Fosso della Morricana.
Il calore del giorno viene spazzato via da un vento teso da sud-ovest, la mia tenda, io e la lupa siamo inglobati dal buio, qualche macchia di neve brilla sotto le stelle e per questa notte saremo parte respirante della montagna.
17 giugno, ore 4:50
Apro la tenda con la visione di un arcobaleno piatto sdraiato all’orizzonte. E’ l’aurora del mattino e la moka borbotta luccicante sotto le ultime stelle e un Adriatico color arancio di lontano. Non so davvero come descrivere l’estasi dell’alba in montagna. Forse è un susseguirsi di emozioni silenziose come tutta la natura intorno, un risveglio lento del respiro stesso del pianeta e della luce che lo anima, una meraviglia e un brivido di infinito su ogni poro del cuore? Con una tazza di caffè bollente e la tenda aperta su una palla di fuoco che si fa strada tra i Monti Gemelli, quasi che Apollo abbia dormito nelle Gole del Salinello o a Castel Manfrino, inizia la mia giornata sulla Laga. Linda scondinzola giocosa mentre io scatto foto di noi con il telecomando sulla seconda alba. Il sole infatti si specchia sul mare creando un effetto cosi lucente che sembrano due. Asciugo tenda e sacco, racimolo il cibo scampato alla mia crisi di fame notturna per una energica colazione, una lavata con acqua “altamente tonificante”, fumatina super panoramica e sono quasi sveglio per ripartire. Vedo due biciclette a oltre mezz’ora che salgono, per cui è ora di stipare tutto nello zaino e camminare. Lo Zaino si è deformato un poco e stamattina non calza affatto comodo, spero sia sopportabile perché ho in mente di arrivare sul Gorzano per una cresta nuova alle mie gambe, abbastanza ripida, faticosa alla sola vista, e notata qualche mese fa, seppur innevata.
Sulla cresta del Monte Pelone il vento ci mantiene freschi e la vista del Gorzano appare possente e ingombrante, lontanissima ma invitante. Il Re della Laga si presenta come un lunghissimo muro di arenaria, solcato da rughe verticali di ghiaccio e che finiscono in decine di salti d’acqua stagionali. Più mi avvicino e più appare selvaggio e solitario il territorio sotto gli scarponi roventi e insabbiati di arene millenarie che sto ormando. Come un Atreyu solitario e il suo Fortunadrago il mio sguardo vola con il vento su confini mobili e senza inizio alla Cima di Monte Spaccato. Montagna dalla vista senza eguali, che lascia senza fiato e mai sentita neanche nominare, quasi fosse invisibile o provvisoria, mobile. Di certo davanti c’è un 2458 mt che crea una certa soggezione, ma attorno a me solo meraviglie ad iniziare dal grande e bianco ponte di neve, appena 100 mt sotto, che mi divide dall’ultima scalata di oggi. Sulla sinistra una cresta di fiori e prati verdi scende quasi dritta al Rifugio della Fiumata poco visibile ad occhio nudo. Dietro si staglia nel cielo azzurro la cresta affilata appena percorsa, qualche cirro corre veloce sotto il naso e sulla cima di Pizzo di Sevo, Cima Lepri, Pizzo di Moscio, Pelone Meridionale via via fino alle orecchie tese della Lupa che si guarda indietro soddisfatta. Il sole gioca con la luce e si nasconde come per dare ristoro mentre aggiro lo scenografico nevaio sommitale di questo spettacolare Fosso della Fiumata. La salita non è affatto banale adesso, sulla mia destra vedo chiaramente l’altra dura “pettata” dal paese laziale di Capricchia. Vedo un solo vecchio paletto consumato dal tempo avanti a noi. Nessuna traccia di sentiero frequentato o solchi animali. Tutto sommato la “terra calpestabile” è talmente poca che non si può sbagliare direzione per la vetta, mi armo di forze residue e cerco una via più terrosa possibile per agevolare le zampe della mia guida che vedo faticare tra gradoni di pietra. Per me aumenta la difficoltà della salita finale tra l’attrito di scale erbose alte fino al cavallo dei pantaloncini spinosi, ma devo rispettare l’anzianità della mia guida fedele. Non vedo ancora nessuna croce quando un fulmine si scaglia dietro le mie spalle, mi giro ed il cielo si copre di grigio su le montagne reatine. Un altro fulmine tuona più lontano, ma si drizzano tutti i peli di braccia e gambe, il cappello di paglia vibra, la Lupa con la coda tra le gambe. Accorcio subito i miei bastoni e li metto in zaino, altro brivido lungo il cappello e subito un altro frastuono mi schiaccia a terra il più corto possibile. La pelle torna a rilassarsi come fosse passata una strana ondata di brividi e inizia a cadere acqua, cosi aumento la falcata a mani e piedi fino alla croce. Esce il sole, i peli si alzano ancora, le montagne a nord sono coperte di cumulonembi abbastanza minacciosi e in mezzo un altro flesh suona nell’aria fin sotto ai piedi della montagna. Ho fame e sono senza energie per schizzare veloce a valle, cosi cerco riparo dietro un altarino fatto di grosse pietre. Pioviccica, esce il sole, si chiude ancora, si riapre. I prati a valle diventano onde mosse dal vento, colorati dalle ombre mobili delle nuvole. Mangio la penultima scatoletta delle scorte e qualche biscotto al cioccolato. Neanche un attimo di relax che l’aria si fa ancora elettrica e dei nembi sopra la vallata di amatrice ricominciano a suonare la batteria. Ingoio tutto, un po' di sali minerali e riparto al trotto giù per la cresta della Cimata. La discesa è lunga e il rifugio della Fiumata appare ancora come un minuscolo puntino rosso, esce il sole e brucia davvero tanto ma non trovo pace perché continuano a tuonare fulmini e spero di evitare qualche bomba d’acqua in mezzo ai pratoni di alta quota. Sudo tantissimo e i piedi dentro gli scarponi bollono, chiedono tregua, ma non posso fermarmi adesso, soprattutto con una perturbazione alle spalle e che ora ha coperto completamente la cima da dove scendo.
Finalmente sono nei boschi, ed oltretutto, nella mia faggeta preferita, dove le radici di grandi faggi escono dalla terra come tentacoli che cercano di non essere spazzati via dai venti. Fuori scarponi e calzini metto i piedi su guanciali di muschio e anche il meteo pare trovare pace e mostrare schiarite sempre più ampie. La discesa verso il torrente si fa calma e piacevole anche se vedo gente scendere dalla cresta di Monte spaccato verso il Rifugio che speravo di trovare vuoto di lunedì. Arrivati al fiume in piena portata il sentiero sparisce e inizio una faticosa ricerca di un punto dove poter guadare. Trovo una rientranza dove poter saltare tra due grandi massi e guizzo dall’altra sponda per togliere lo zaino ed aiutare Linda. Mi giro ed il terrore mi paralizza il sangue. Linda ha provato da sola ed è finita in mezzo alle rapide che più avanti fanno una gran salto in una cascata famosa. Corro tra i sassi verso valle e, fortunatamente, la Lupa ha trovato un appiglio per saltare fuori, anche se nel farlo sbatte fortissimo il muso sopra un grande sasso fuori dall’acqua, sento chiaramente il rumore del colpo e noto una smorfia di dolore mai vista prima. Povera. E’ spaventata e disperata di vedermi ancora lontano, come me del resto, trema e segue dall’altra sponda nervosamente la mia ricerca di un guado fattibile. L’unico punto rimane quello attraversato prima, per cui mi metto a gambe larghe tra i due massi per prendere in braccio una Linda molto titubante. Si convince ad avvicinarsi e lasciarsi prendere, riesco ad alzarla con due braccia sotto la pancia ed è fatta. Ululati di gioia e gran leccate di naso allentano una tensione che mi ha stancato più della corsa in discesa coi fulmini alle spalle. Siamo distrutti e ci sdraiamo un attimo in riva al fiume. Dal rifugio, appena sopra, sento un vociare di diverse persone, questo stravolge il mio piano di dormire con rete e materasso appena fuori il portico (la struttura è visibilmente lesionata dai terremoti nei punti più importanti e io non mi fido a dormir dentro che comunque è ben attrezzato per chi vuole). I “ragazzi” sono accompagnati da una guida del CAI di Termoli e sono tutti pensionati di una certa età che arrivano addirittura da Pizzo di Sevo e quindi cavalcano creste da tutto il giorno e domani vanno sul Gorzano passando dalla mia discesa, guado permettendo.
Il mio cibo scarseggia e mi prende la voglia di provare a tornare a casa o provare ad un altro rifugio, che so essere stato appena ristrutturato, per dormire su di un letto e preparare qualcosa di caldo tra i cibi liofilizzati rimasti. Sono le 15 e devo decidere subito che direzione prendere, intanto faccio il pieno d’acqua e rinfresco i piedi lessati. Potrei piazzare la tenda fuori ma il rifugio è accerchiato di ortiche ed orapi alti mezzo metro. Ci penso ancora un po’ fumando e con i piedi bianchi all’aria. Riallaccio i miei scarponi pesanti da trekking, saluto tutti, sveglio Linda e riparto al galoppo verso i 1800 della sorgente del Romito e il suo rifugio con la mia lupa precede i passi, i pensieri e gli obbiettivi di nuovo.
L’acqua della sorgente a 1800mt è meglio di una Perrier ghiacciata ma l’ospitalità non è prevista. Il rifugio è chiuso a chiave da due porte in ferro nuove di zecca, dalla finestrella dietro le sbarre vedo tavolino, sedie, due bei giacigli invitanti, mura imbiancate, e pavimenti ancora puliti. Cerco invano le chiavi sotto la legnaia esterna o qualche masso, poi, sempre più innervosito dal vedere rifugi chiusi e usufruibili solo da pastori che li distruggeranno come sempre, riparto verso nuove difficoltà inaspettate. Lo zaino preme dietro le spalle, è completamente deformato e scava sui fianchi, così mi tocca mettere una maglietta arrotolata e dei calzini usati su schienale e sul bacino. Non bastasse, la Laga imbastisce tranelli vestiti di fiori e scenografici salti d’acqua qui nelle forre. Il sentiero è chiuso da un bel mucchio di neve da attraversare e scavare a suon di calcioni. Un’occhiata alla cartina per confermare che sia solo un nevaio di accumulo senza sorgenti sotterranee, un sorso d’acqua e inizio a scavare dieci pedane e dieci appigli dove affondare parte di un bastone impugnato corto (a circa 40 cm dalle punte) e senza aureola da fango (cerchio piccolo che si avvita sulle punte dei bastoni). Sudo sette camice mentre Linda con i suoi ramponi naturali si trastulla pancia al fresco e sguardo divertito. Traverso di neve effettuato l’ambiente del “fuoribosco” presenta tutti i colossi della faggeta in primo piano, come a proteggere dai venti i tesori e segreti del bosco. Faggi solitari dalla chioma larga come una piazza o altri dalle grandi radici in mostra mi scortano per saliscendi e altri nevai da superare, pozze da scioglimento dove Linda si rotola come i cinghiali o sorgenti e vene provvisorie. Lo stazzo della Cavata è in pieno e rigoglioso risveglio, fiori e vegetazione fitta come una foresta, e c’è ancora un fastidiosissimo e già noto nevaio da oltrepassare poco sopra. Non è così alto come qualche anno fa, dove crollò Linda e scivolò un amico, ma è comunque un mucchio di neve mezzo sciolto dall’acqua che scorre sotto gli ultimi passi. Ne vedo la fine scoperta da una veloce rivolo d’acqua su massi piatti, e per evitare che sfondi un inconsapevole lupa vado avanti e sfondo, saltando apposta, l’ultimo strato e far transitare Linda. Lo scarpone in pelle pesante è stato molto utile su tutte le superfici del ritorno meno male. Ho i piedi ancora troppo caldi con queste temperature africane ma questi vecchi “Scarpa” sono sempre affidabili e le uniche calzature veramente indistruttibili che abbia mai comprato.
La salita finale, tra zaino e sole riparato dall’aria, è un vero calvario e trascino lo zaino per una delle sue corde pensando che, anche per ripartire qualche giorno sul Monte Sirente, domani dovrò dare fondo agli ultimi risparmi per comprare qualcosa di molto, ma molto, più indicato e fatto bene per portare una ventina di kili tutto il giorno e per punte oltretutto. Finalmente sono arrivato alla macchina e la mia testa al tramonto guarda le ombre lunghe con poca meraviglia perché distratta da un solo grandissimo pensiero: una pinta di birra e delle tagliatelle ai porcini a Rocca Santa Maria. E così sia, buona montagna a tutti. Vedi l'allegato 224745
Complimenti! Per il viaggio e per il racconto:si::si:
 

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