Escursione TRAVERSATA DEL CANAL DI CUNA

Dati

*Data: 24/07/2020
*Regione e provincia: Friuli Venezia Giulia - Provincia di Pordenone
*Località di partenza: San Francesco (comune di Vito d'Asio)
*Località di arrivo: Case Rutizza, Tramonti di Mezzo
*Tempo di percorrenza: 4:45 comprese le soste
*Chilometri: 16 km circa
*Segnaletica: Sentiero CAI 810
*Quota massima: Sella Giaf (960 m)
*Accesso stradale: San Francesco raggiungibile dalla Carnia tramite la Sella Chianzutan, dal Maniaghese attraverso Anduins e la Val d'Arzino


Relazione

Esistono luoghi in Friuli che sembrano dimenticati da Dio e dagli uomini dove, in tempi non molto lontani, brulicava una frenetica e convulsa vita cadenzata dallo scorrere delle ore e delle stagioni.
Uno di questi posti è il Canal di Cuna, collegamento tra le selvagge Val D'Arzino e Val Tramontina, dove la natura si sta riprendendo lentamente i suoi spazi, cancellando il sudore versato nelle difficili vite degli abitanti di un tempo.
Questa escursione è quindi anche un tuffo nel passato per capire quanto era diversa e difficile la vita di coloro che ci abitavano.


Guardando la cartina mi son saltati subito all'occhio i leggendari nomi delle vecchie borgate: Chiaschiarmas, Piedigiaf, Val Parmiedia, Mosareit, Morasit, Cerva......nomi che mi hanno invogliato a percorrere questo bel sentiero di collegamento tra le due valli.
Il sentiero CAI 810 consente oggi di visitare questi posti affascinanti e al contempo di immergersi nel selvaggio, molto lontano dai centri abitati e dalla vita di tutti i giorni ripercorrendo i passi dei "cjanaglins", gli abitanti del Canal di Cuna.

Lasciamo una macchina a Tramonti di Mezzo, luogo d'arrivo, e percorriamo la strada per San Francesco. In località Galantz (circa trecento metri prima della chiesa del paese) si svolta a sinistra per via Gialinars e si prosegue fino a oltrepassare il primo ponte sull’Arzino, superato il quale è possibile parcheggiare l’auto.
Il sentiero parte lì vicino, ben segnalato da un cartello che riporta le tempistiche di percorrenza fino a Tramonti di Mezzo.

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Si sale quindi per una pista forestale con numerosi tornanti in direzione di Sella Giaf situata ai piedi dell’omonima cima. Di buon passo in circa 1h e 15 minuti si arriva alla Sella (962 m): si lascia alle spalle un bel bosco di faggi e si entra in un prato dove fa capolino la bella Casera Giaf.
Quest’ultima è frutto di una recente ristrutturazione della Pro Loco Val d’Arzino ed offre la possibilità di ricovero: è munita di stoviglie e stufa e si offre in particolar modo per gruppi numerosi, avendo a disposizione all’esterno un tavolone enorme coperto dalla tettoia a spiovente.

Proseguiamo nel bosco sulla sinistra della casera tralasciando le tracce che salgono al Monte Giaf o al Monte Venchiar.
Si scende lungo una bella mulattiera per numerosi tornanti seguendo il corso del Rio Piè di Giaf dovendo, a volte, fare degli zig zag tra gli schianti. Passiamo a fianco della Stalla Sterp, un tempo probabilmente adibita alla monticazione degli animali, e scendiamo a Piedigiaf in circa mezz’ora.


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Sopra: I ruderi di Stalla Sterp
Sotto: Verso Piedigiaf
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La borgata abbandonata di Piedigiaf si trova all’incrocio di tre corsi d’acqua: il Torrente Comugna, il Rio Giaveada e il Rio Piè de Giaf, l’acqua qui non mancava mai.
Rimango comunque basito nel vedere quanto sia isolato questo posto dagli altri territori abitati: vigeva sicuramente la legge del più forte, la fame era all’ordine del giorno.

Al nostro arrivo rimaniamo sorpresi nel vedere sulla nostra sinistra le lapidi commemorative di alcuni abitanti: qui, il 4 Novembre 1944, avvenne una delle pagine nere della Seconda Guerra Mondiale. Un gruppo di cosacchi, provenienti dalla Val Gjaveada, si diresse a Piedigiaf e, una volta accortisi dei coniugi Leonardo e Maria Lorenzini (unici abitanti della borgata), non esitò a sparare ponendo fine alla vita dei due anziani.

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A sx: foto d'archivio delle lapidi commemorative
A dx: il ponte che permette di oltrepassare il Rio Giaveada
Da Piedigiaf è possibile anche percorrere una traccia che ci porta alle Stalle Menegon e Lorenzini e, prima, alla vecchia borgata Chiaschiarmas. Noi proseguiamo dritti, ma ci torneremo sicuramente!
Un lungo falsopiano nel bosco costeggia ora il Torrente Comugna sul fianco destro: noi decidiamo di fermarci alla confluenza tra il Comugna e il Rio Cuel di Stra, proveniente da Sud: troppo invitante la bella pozza per non fare un bagnetto rinfrescante.
L’acqua è limpida e dal color smeraldino, è evidente che non vi sia alcun impatto umano in questa valle.
Quanto sono selvaggi questi posti! La sensazione di essere così isolati e così lontano dalla vita reale mi dà una sensazione di pace che pochi luoghi sanno trasmettere..al contempo però mi fa riflettere su com'era la vita di coloro che ci abitavano. Una vita scandita dal rumore incessante dell'acqua e dall'alternarsi delle stagioni, così lontana dalla nostra e, per certi aspetti, difficile anche solo da immaginare.

D’improvviso il tempo cambia, da lontano sentiamo un forte boato, presagio di un temporale imminente in direzione Tramonti.
Decidiamo quindi di rivestirci velocemente e di fare “a tutta” il tratto che ci separa dalla borgata di San Vincenzo, nel quale sappiamo di poterci mettere al riparo all’interno della chiesetta.
Poco dopo la pozza, si deve guadare il torrente tramite un ponticello, passando sulla sinistra orografica del corso d’acqua.
Si risale il versante sinistro per venti minuti circa intravedendo pozze naturali cristalline, antichi ruderi sulla sponda opposta e anche una femmina di capriolo che, alla nostra vista, se la dà a gambe nel bosco.


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Dopo aver guadato nuovamente il torrente passando alla sponda opposta arriviamo finalmente alla vecchia borgata di San Vincenzo in Canal di Cuna (anche chiamata “Pascalon”).
Giusto in tempo: il temporale si scatena e noi abbiamo quindi tutto il tempo per riposarci all’interno della chiesetta leggendo la storia del borgo e dei suoi abitanti e togliendoci una decina di zecche.

Una grande tabella informativa riporta la storia di questa borgata: le prime notizie risalgono alla metà del ‘500 quando Pascalon era semplicemente una dimora stagionale per i pastori tramontini diventando poi un insediamento fisso.
Nel 1870 l’intera valle di Cuna con le borgate adiacenti contava un totale di 170 persone suddivise in 18 famiglie; nel 1944 la popolazione scese però a 61.
L’ultimo Cjanaglin lasciò il borgo nel ’54, a causa del grande isolamento a cui è sottoposto San Vincenzo.

La fortuna di non avere campo nel cellulare ci fa capire come si viveva una volta: gli unici rumori sono quelli degli uccellini di bosco e del vicino torrente Comugna.
Delle dure esistenze degli abitanti oramai rimangono solo ruderi (tra cui la scuola). Grazie al lavoro di volontari tramontini e di San Francesco, originari del luogo, negli anni ’90 la chiesetta col campanile è stata completamente ristrutturata ed oggi è una meta abbastanza frequentata dagli escursionisti (oltre ad essere un buon ricovero in
caso di emergenza).


Il temporale è passato: ci dirigiamo verso la Forcella Zuviel (890 m), salendo con una costante pendenza nel bosco.
Vediamo allontanarsi il Comugna sempre di più e, con esso, il bel borgo di Pascalon.
In circa 40 minuti scavalliamo. Anche questo luogo deve essere stato abitato nei secoli scorsi a giudicare dalla presenza di numerosi ruderi.

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Scendiamo per una larga strada di ghiaia. Sulla destra il panorama finalmente si apre e riusciamo ad intravedere i prati del Valcalda e, in lontanza, le Caserine e il Frascola.
Passiamo per località Selvapiana (dove è possibile lasciare la macchina prima del cartello di divieto) e proseguiamo in discesa verso Piè di Spineit e la borgata di Rutizza dove abbiamo lasciato l’auto. Da qui una stretta stradina asfaltata ci porta all'abitato di Tramonti di Mezzo.



Quindi, che dire? L'Itinerario è molto selvaggio ed alimenta antiche memorie: se percorso in solitaria permette di immedesimarsi a tutto tondo negli abitanti di un tempo, scoprendo il contatto con la natura e l’isolamento con cui dovevano fare i conti quotidianamente.
Provare per credere!

Matteo S.
Francesco R.
 

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