Turisti o asceti?

basta ricordare che la propria libertà termina quando va ad inficiare quella degli altri, è la base dell'educazione
Come non essere d'accordo!
Ormai è d'abitudine (di pochi fortunatamente) rispondere in maniera aggressiva e talvolta offensiva, come è successo qui e in altra discussione
 
Pochi giorni fa mi sono imbattuto in quest'altro articolo che - a mio avviso - va ancora piu' in profondita' , gia' dal titolo: il bisogno moderno di sentirsi straordinari.

https://www.montagna.tv/273514/leverest-e-il-bisogno-moderno-di-sentirsi-eccezionali/

Per questo tutto dev'essere accessibile, prendendo spunto dalle ascese ormai quasi di massa all'Everest.
Ne riporto una parte:

"Dire “sono stato sull’Everest” significa ancora pronunciare una frase capace di separare una vita ordinaria da una vita percepita come eccezionale. E allora la montagna più alta del Pianeta si trasforma in qualcosa di molto più grande dell’alpinismo, diventa uno specchio della nostra società.
C’è chi sale per ossessione personale. Chi per dare senso a un dolore. Chi per dimostrare qualcosa a sé stesso. Chi per raccontarsi una rinascita. Chi semplicemente perché, dopo anni di lavoro, vuole finalmente raggiungere il simbolo assoluto dell’avventura. In fondo l’essere umano ha sempre avuto bisogno di pellegrinaggi.
Per secoli quei pellegrinaggi sono stati religiosi, oggi spesso sono esperienziali. Cambiano gli strumenti, ma non il meccanismo profondo. Si cerca ancora un luogo capace di trasformarci. Un posto dove soffrire abbastanza da poter tornare indietro convinti di essere diventati un’altra persona. Il problema è che il mercato contemporaneo ha imparato a
trasformare anche questo bisogno in prodotto.
E così l’avventura diventa acquistabile. Il rischio viene organizzato, il sogno confezionato. L’esperienza estrema entra in catalogo. L’Everest è forse il luogo dove questa trasformazione appare più evidente. Quella che un tempo era una montagna remota, ostile e raggiungibile solo da pochi oggi è anche una destinazione. Costosa, certo. Difficile, sicuramente. Ma comunque accessibile a un numero sempre maggiore di persone disposte a investire denaro, tempo ed energia per arrivare sulla vetta più famosa del Pianeta.
L’Everest oggi è un simbolo consumato, e più un simbolo viene consumato, più rischia di perdere il proprio significato. Ma allo stesso tempo è proprio quel simbolo, ormai globalizzato, a continuare ad attirare migliaia di persone. Migliaia di persone che hanno contribuito a creare un’economia fertile in Nepal, ma che sicuramente hanno cambiato il modo di raccontare la più alta montagna della Terra. Oggi sembra sempre più una macchina organizzata che chiude per l’inverno e riapre a primavera, quasi come un rifugio di montagna. Si sale a inizio stagione, si attrezza la via, si preparano i campi, arrivano i clienti, un paio di rotazioni e si tenta la vetta.
Le fotografie della coda verso la cima vengono spesso usate per dimostrare che l’Everest è “finito”. Che non esiste più avventura. Che tutto è diventato turismo. Eppure quelle immagini continuano a colpirci. Perché in quella fila non vediamo soltanto il sovraffollamento di una montagna, vediamo il bisogno contemporaneo di accumulare esperienze straordinarie prima che il tempo finisca. Vediamo la paura di essere normali, vediamo il desiderio di poter dire: io c’ero.
Forse è questo che rende l’Everest ancora così potente. L’Everest non è più soltanto una montagna. È il luogo dove la ricerca di senso incontra il mercato globale. Dove il bisogno autentico di superarsi si mescola alla costruzione della propria immagine".



Personalmente non sono mai stato un turista e men che meno lo sono oggi (sono fuggito da Roma anche per quanto ormai me li trovavo letteralmente tra i piedi), ma noto tra le tante due cose:

1) in un'epoca in cui il lavoro ha perso in gran parte il senso "totemico" e persino identitario che aveva (prima botta con la pandemia, colpo di grazia con l'AI ) l'ossessione performativa lungi dal dissolversi si e' trasferita di sana pianta sul tempo libero. Cosicche' il paradosso e' vedere tante persone sempre pronte a dichiararsi soffocate dal bisogno di "performance" imposta loro dal datore di lavoro o dalle incombenze pratiche della vita, impostare poi il proprio tempo libero nella stessa identica maniera: una serie di attivita', luoghi da visitare, esperienze da svolgere, limiti sportivi da abbattere e cosi via come fossero liste infinite da spuntare il piu' possibile. Un controsenso: come dire che la performance ce la chiediamo in realta' da soli, nella nostra forma mentis, e il mondo non ne e' altro che lo specchio. Il turismo ne e' ormai un'espressione perfetta: e i social (dove poi la prestazione viene esibita) ne sono lo strumento perfetto, fungendo allo stesso tempo da innesco e da epilogo dove il cerchio si chiude;

2) l'incapacita' di assaporare la bellezza dell'ordinarieta'. Mi e' capitato spesso di veder elogiati in modo entusiastico luoghi a migliaia di km di distanza, molto molto piu' brutti (o meno belli) di altri a poca distanza da casa.
Evidentemente il glamour deriva dall'esotismo intrinseco di un posto, dal fatto che "si trovi lontano" (cosi, sic et simpliciter), o che sia mostrabile, instagrammabile. E a chi osava osservarlo qualcuno obiettava e contestava la sua "mentalita' ristretta" (sic !). Come se in epoca di turismo di massa che ha omologato e plastificato mezzo mondo ancora valesse la favoletta dell'autenticita' del viaggio e della sua capacita' trasformativa (a giudicare dai fatti, tanti tornano a casa piu' acidi, intolleranti, debosciati e misantropi di prima: altro che apertura mentale e maggiore capacita' di adattamento).
Insomma, girare tanto non pare proprio rendere migliori...anzi. Di fatto sembra piu' un girare a vuoto per combattere la noia e, appunto, per l'incapacita' di vedere il bello che e' anche vicino.
E per sentirsi socialmente accettati.
 
...
"Abbiamo barattato l'ascesi con l'accessibilità, convinti che eliminare la fatica, azzerare il rischio e democratizzare l'ascesa fosse una conquista di civiltà. Ma il prezzo di questo scambio si è rivelato altissimo: la perdita della nostra stessa umanità.

Quando tutto diventa a portata di mano, quando il denaro e la tecnologia rimuovono l'ostacolo, rimuovono anche l'occasione per confrontarci con la nostra fragilità, con l'umiltà del fallimento, con il senso del limite."
.
...

Commento a mio modo le due frasi, partendo dalla seconda: sì, è condivisibile, sempre riferito all'andare in montagna (al contrario, evviva la tecnologia se devo andare da Roma a Milano, sai che fardello farsela a piedi).
La prima frase, secondo me è molto più problematica da capire, e quindi inizio col mettere giù le definizioni dei termini più importanti presenti nella frase, per cercare di prevenire ambiguità (da wikipwdia):
- l'ascetismo, o ascèsi, è una pratica che prevede l'abnegazione, l'esercizio continuo delle virtù, e il graduale distacco dal mondo e dai piaceri legati alla vita materiale. Si tratta di una prassi tipica di svariate religioni, culture e correnti di pensiero filosofico, sia laico sia religioso ...
- l'accessibilità è la caratteristica di un dispositivo, di un servizio, di una risorsa o di un ambiente d'essere fruibile con facilità da una qualsiasi tipologia d'utente ...
Per il termine di umanità, di cui mi premeva di più poter avere un significato chiaro, di fatto devo capire quale dei tre seguenti si adatta meglio:
- la natura umana è l'insieme delle caratteristiche distintive, compresi i modi di pensare, di sentire e di agire, che gli esseri umani tendono naturalmente ad avere, indipendentemente dall'influenza della cultura ...
- con l'espressione condizione umana in filosofia si tende ad indicare la specifica dimensione esistenziale dell'essere umano, in quanto soggetto a limitazioni e ad una serie di vincoli che sono biologicamente inevitabili per le vite di tutti gli uomini, mentre altri sono comuni alla maggior parte di essi ...
- l'umanitarismo fu un sentimento ideale di umanità fondato su una profonda convinzione dell'uguale dignità di tutti gli esseri umani, e dell'obbligo universale di alleviarne la sofferenza, di assicurare a chiunque il rispetto dei suoi diritti fondamentali, e di rispondere ai suoi bisogni essenziali ...
Dato che l'articolo non chiarisce questo fondamentale significato, mi concentro sui primi due.
Secondo me lo scambio ascesi-accessibilità non ha senso di essere rappresentato: chi vuole praticare l'ascesi lo fa anche con l'accessibilità, come lo faceva prima senza accessibilità, fermo restando che pure prima l'accessibilità c'era: alzi la mano chi, partendo dalle città, è andato in montagna a piedi! Esclusi i residenti (forse) noi tutti in montagna ci andiamo proprio perché è accessibile, infatti ci antiamo in automobile (moto, corriera, treno), mica a piedi, lo rimarco: noi in montagna ci andiamo perchè è accessibile arrivarci. In più, essendo, le montagne a me prossime, state militarizzate per la Grande Guerra, adesso mi ritrovo con una grande accessibilità: sia strade che sentieri (eredi della rete militare).
Il concetto di perdita dell'umanità è, sempre imho, pure più sdrucciolevole: significa forse che "noi che pratichiamo l'ascesi conserviamo la nostra umanità" mentre "loro che praticano l'accessibilità perdono la loro umanità"? Cioè "loro non sono più come noi, che (evidentemente) siamo migliori". Se fosse così, allora è un discorso che mi piace molto, ma molto poco.
Faccio notare che si sono sotottointese due cose, la prima: si affida un significato positivo al concetto di umanità, e la seconda: il concetto che "una volta/prima" tutti possedevano l'umanità. Per me, su entrambe, ci sarebbe da discutere.
Cordiali saluti
 
Ultima modifica:
A mio modo di vedere, l'espressione "umanità", nell'ambito del discorso e riferita ad un singolo individuo, indica in modo abbastanza ambivalente sia la sua fragilità ed inadeguatezza di fronte all'immensa forza della natura, sia la sua inimitabile unicità.
Di qui il dualismo: se uso i soldi e/o la tecnologia come aiuto per vincere la forza della natura, vinco più facilmente, ma perdo in qualità dell'esperienza (= umanità).

In questo senso non riesco a capire il dualismo noi/ loro da dove sia saltato fuori. É un fatto puramente interiore, secondo me. Interno all'anima di ognuno di noi.

Come giustamente si é notato, la montagna é più accessibile di quando non c'era la motorizzazione di massa. Che ci ha tolto qualcosa e dato altro: leggendo di spedizioni sulle Alpi dei primi del novecento, si resta colpiti dal lungo lavoro necessario per l'avvicinamento, fra spedizione di bagagli, treni a vapore, carrozze postali a cavalli, portatori di casse. Pochi, selezionati, ricchi (e spesso nobili) frequentatori, volgo non pervenuto. Esperienza davvero esclusiva, però (anche in senso letterale).
La Fiat 600 ha metaforicamente democratizzato l'accesso alle montagne. Togliendo loro una parte del fascino, perché molti più affollate di prima.
Oggi siamo probabilmente alle soglie di qualcosa di simile, grazie a telefonini e gps?
Quanto si potrà spingere sulla democratica condivisione dell'esperienza, prima di arrivare a svuotare completamente di significato l'esperienza dell'andare in montagna? Non ho una risposta, ma è un fatto su cui qui si ragiona già da un po'.

Per finire, ascesi. Che (ma tu guarda un po'!) è parente di ascensione (ad una vetta, oltre che al cielo). Spesso praticata dagli eremiti, persone cioè che escono dalla massa e dalla vita normale delle persone, per interrogarsi e cercare il senso della propria esistenza. Forse applicare la categoria del romitaggio ad una gita in montagna è un'esagerazione, ma molti vanno in montagna per sperimentare la solitudine al cospetto della natura. Con mille motivazioni, ognuno le sue: per sentirsi piccolo, per sfidarne la grandezza.
Altri invece per sperimentare la fratellanza in un piccolo gruppo animato da un obbiettivo comune. Ognuno il suo.

Ma, oggettivamente, più grande l'aiuto tecnico, minore il gusto dell'esperienza, secondo me.

Grazie per gli interventi, che mi aiutano a fare luce anche nei miei motivi personali (e che terrò per me, sono un tipo riservato).
 
...In questo senso non riesco a capire il dualismo noi/ loro da dove sia saltato fuori. É un fatto puramente interiore, secondo me. Interno all'anima di ognuno di noi.
...
Questo dualismo io non sono certo che ci sia nelle intenzioni dell'autore dell'articolo, l'ho solo ipotizzato, ed infatti in quella parte del mio interventi ci sono dei "se" ipotetici in ogni frase, quindi per primo ammetto che è una mia interpretazione, ed essa deriva dalla facilità con cui appena si stabilisce che due gruppi di persone si differenziano da una caratteristica, già ci sono i prodromi per il "noi" e per il "loro".
Poi la frase principale:
Abbiamo barattato l'ascesi con l'accessibilità, convinti che eliminare la fatica, azzerare il rischio e democratizzare l'ascesa fosse una conquista di civiltà. Ma il prezzo di questo scambio si è rivelato altissimo: la perdita della nostra stessa umanità.
fatico a capirla, ma può essere che ci devo lavorare un po' sopra.
Siamo una specie che (almeno) da un paio di migliaia di anni, nell'impossibilità di prosperare nella natura, ci siamo messi ad antroprizzare l'ambiente. Però quello che noi chiamiamo antropizzare, per le altre forme di vita ha significato, e significa, essere cacciate ed estirpate, piegate ai nostri bisogni. Quindi prosperiamo nel nostro ambiente che ci siamo ritagliati su misura, in cui tutto ciò che ci serve è più accessibile: un esempio su tutti: per bere l'acqua non devo sgambettare sino ad una fonte, ma stappo una bottiglia acquistata al supermercato. Quindi, data per vera la frase principale di cui sopra, io mi chiedo: quand'è che abbiamo iniziato a predere la nostra umanità? e quanta ne abbiamo già persa?
Poi c'è un ambiente in cui proprio non riusciamo a prosperare, se non per poche ore e solo con le condizioni meteo ottimanli, cioè la montagna, e le cose sono un po' diverse.
Personalmente, quando sono in un'escursione e ho di fronte una pianta d'altofusto, capisco che essa è resiliente all'ambiente montano in cui vive, mentre io, senza antropizzare nulla, non prospererei, eppure, magari solo perchè c'è del bel tempo e splende il sole, mi sento a mio agio, quasi a casa, provando sensazioni che quado sono in città, e quindi al sicuro nel mio ambiente, non provo. Mah, chissà come mai.
Cordiali saluti
 
Sono solo parzialmente d’accordo. La montagna è ancora zeppa di vie di salita che sono ben lontane dall’essere alla portata di tutti. L’overtutism e l’intasamento, se uno vuole (e può) li evita. Per il resto concordo ma aggiungo: e allora? Cosa c’è di male, tutto cambia, anche il clima, e c’è chi ci sguazza e fa affari d’oro. Seggiovie, impianti sciistici, bus navetta, piste di downhill non li hanno certo importati i turisti. I primi a cambiare la montagna sono proprio coloro che ci vivono e ci fanno affari.
 
ma sono convinto che in tutto ci debba essere una filosofia e la montagna secondo me me ha una e deve essere rispettata.
la montagna è un cumulo di roccia e (in casi fortunati) ghiaccio, non ha una filosofia. quella che descrivi è la TUA rispettabilissima filosofia di approccio alla montagna ma non vedo perchè debba essere imposta come unica visione possibile.

poi, che una filosofia come la tua sia meno impattante di altre non posso che essere d'accordo, ma fortunatamente non esiste solo bianco o nero ma una infinta scala di grigi!

i pseudo-mega rifugi da 160€ a notte con lo chef stellato non si integrano
se vai sul Rosa, il rifugio è ottimamente integrato ma non c'è lo chef stellato e la cifra è quella! :lol::lol:
 
Che c'é di "reazionario" nel segnalare che le biciclette (a motore e non) rovinano i sentieri pedonali con fondo di terra?
Al contrario, ho letto e ben ponderato la mia risposta (e spero che non ti riferissi a me con le dieci parole di fila, perché sarebbe offensivo verso la mia intelligenza, verso la risposta che ti ho dato e, te lo chiedo per favore, non catalogarmi in nessun macrogruppo, inclusi quelli generazionali).

"Rezionario", secondo me, è scrivere che le bici a pedalata assistita, dette anche e-bike, sono moto, motorini, motocicli o motorette. Persona che contravviene al regolamento (o al "patto sociale") è quella che "sblocca" l'e-bike come un motorino e/o la usa su un sentiero pedonale, mi sembra proprio di averlo scritto a chiare lettere chiamandola pirla.
 
Prima di discutere il contenuto, secondo me va chiarito chi è l’autore e da dove parla. Roberto Marchesini non è una guida alpina, un istruttore CAI o un tecnico della sicurezza in montagna, ma uno psicologo e psicoterapeuta cattolico, editorialista, che usa spesso esempi della vita quotidiana per affrontare temi educativi e morali. Questo articolo sulla montagna e sullo sport “smart” è coerente con la sua linea abituale: non è un’analisi tecnica dell’outdoor, ma una riflessione morale sul rapporto tra limite, fatica e società digitale. Per questo va letto sapendo che la montagna è per lui soprattutto una metafora potente, non l’oggetto primario di competenza.
Dentro questa cornice, ci sono passaggi che, a mio avviso, centrano bene il punto. Quando l’autore ricorda che la montagna e gli sport di fatica hanno valore proprio perché non sono neutri, perché ti mettono davanti ai tuoi limiti fisici, mentali e tecnici, coglie un aspetto che chi va in quota riconosce subito. È vera anche la critica all’abbassamento eccessivo delle barriere d’ingresso tramite tecnologia e infrastrutture: impianti, mezzi, dispositivi possono trasformare un’esperienza formativa in consumo di scenario, dove vai in quota con la stessa mentalità con cui andresti al centro commerciale, aspettandoti servizi, comodità e “pacchetti di esperienza” più che confronto autentico con l’ambiente. Il rischio che l’outdoor si riduca a pratica instagrammabile ma poco educativa è concreto: accumulo di cime e attività come prodotti da catalogo, invece che come processi di crescita.
Il problema, secondo me, arriva quando l’articolo forza la mano. Il salto da “si perde una dimensione educativa” a “si perde la nostra umanità” è retoricamente efficace, ma concettualmente esagerato. L’accessibilità non coincide automaticamente con la banalizzazione: rendere un’attività più sicura o più diffusa può aprirla a persone che altrimenti ne sarebbero escluse, senza togliere profondità a chi sceglie percorsi più duri o più impegnativi. C’è anche un rischio di snobismo implicito, quando sembra che la montagna “vera” esista solo se è dura, selettiva e un po’ d’élite, mentre tutto ciò che passa per mezzi moderni, strutture e percorsi mediati viene messo in una categoria di esperienza di serie B. Inoltre la tecnologia viene quasi sempre descritta come vettore di infantilizzazione, mentre in realtà è uno strumento ambivalente: nelle mani giuste può favorire consapevolezza, formazione e sicurezza, in quelle sbagliate alimentare solo consumo superficiale. Non è lo strumento in sé a decidere, ma il contesto e l’utilizzatore.
Qui per me entra anche il profilo personale: nel lavoro mi occupo di efficienza, ottimizzazione, riduzione di sprechi, e nella montagna vivo una tensione simile. Dire che uno sport diventa meno pericoloso o più efficiente non significa dire che perde automaticamente valore. Il valore non nasce dalla difficoltà gratuita o dalla sofferenza fine a sé stessa, ma dal tipo di consapevolezza che l’attività richiede, dal grado di responsabilità che ti assumi e dal modo in cui ti relazioni all’ambiente e al tuo limite. È vero che alcune configurazioni moderne dell’outdoor — usa e getta, turismo mordi e fuggi, gadget incoerenti con le capacità reali dell’utilizzatore — sono discutibili, e io stesso sarei molto critico sull’impiego di certi strumenti quando vengono usati solo per mascherare incompetenza o mancanza di preparazione. Ma non è la stessa cosa che dire che l’efficienza è il nemico.
L’efficienza, nei processi come nello sport, è neutra: può ridurre sprechi, migliorare la sicurezza e liberare tempo ed energie per concentrarsi sulla parte significativa dell’esperienza. Diventa pericolosa quando è usata per annullare deliberatamente ogni attrito e ogni limite, quando viene percepita come sostituto della formazione e della responsabilità, quando viene confusa con il fine anziché con il mezzo. Per questo mi trovo in parte d’accordo con l’articolo quando denuncia la fuga dal limite e la deriva consumistica dello sport, ma mi separo nettamente quando sembra suggerire che “smart” e “più facile” equivalgano sempre e comunque a “meno umano”. Il vero discrimine non è tra tradizione ed efficienza, ma tra uso consapevole e uso deresponsabilizzante degli strumenti.
 
Prima di discutere il contenuto, secondo me va chiarito chi è l’autore e da dove parla. Roberto Marchesini non è una guida alpina, un istruttore CAI o un tecnico della sicurezza in montagna, ma uno psicologo e psicoterapeuta cattolico, editorialista, che usa spesso esempi della vita quotidiana per affrontare temi educativi e morali. Questo articolo sulla montagna e sullo sport “smart” è coerente con la sua linea abituale: non è un’analisi tecnica dell’outdoor, ma una riflessione morale sul rapporto tra limite, fatica e società digitale. Per questo va letto sapendo che la montagna è per lui soprattutto una metafora potente, non l’oggetto primario di competenza.
Dentro questa cornice, ci sono passaggi che, a mio avviso, centrano bene il punto. Quando l’autore ricorda che la montagna e gli sport di fatica hanno valore proprio perché non sono neutri, perché ti mettono davanti ai tuoi limiti fisici, mentali e tecnici, coglie un aspetto che chi va in quota riconosce subito. È vera anche la critica all’abbassamento eccessivo delle barriere d’ingresso tramite tecnologia e infrastrutture: impianti, mezzi, dispositivi possono trasformare un’esperienza formativa in consumo di scenario, dove vai in quota con la stessa mentalità con cui andresti al centro commerciale, aspettandoti servizi, comodità e “pacchetti di esperienza” più che confronto autentico con l’ambiente. Il rischio che l’outdoor si riduca a pratica instagrammabile ma poco educativa è concreto: accumulo di cime e attività come prodotti da catalogo, invece che come processi di crescita.
Il problema, secondo me, arriva quando l’articolo forza la mano. Il salto da “si perde una dimensione educativa” a “si perde la nostra umanità” è retoricamente efficace, ma concettualmente esagerato. L’accessibilità non coincide automaticamente con la banalizzazione: rendere un’attività più sicura o più diffusa può aprirla a persone che altrimenti ne sarebbero escluse, senza togliere profondità a chi sceglie percorsi più duri o più impegnativi. C’è anche un rischio di snobismo implicito, quando sembra che la montagna “vera” esista solo se è dura, selettiva e un po’ d’élite, mentre tutto ciò che passa per mezzi moderni, strutture e percorsi mediati viene messo in una categoria di esperienza di serie B. Inoltre la tecnologia viene quasi sempre descritta come vettore di infantilizzazione, mentre in realtà è uno strumento ambivalente: nelle mani giuste può favorire consapevolezza, formazione e sicurezza, in quelle sbagliate alimentare solo consumo superficiale. Non è lo strumento in sé a decidere, ma il contesto e l’utilizzatore.
Qui per me entra anche il profilo personale: nel lavoro mi occupo di efficienza, ottimizzazione, riduzione di sprechi, e nella montagna vivo una tensione simile. Dire che uno sport diventa meno pericoloso o più efficiente non significa dire che perde automaticamente valore. Il valore non nasce dalla difficoltà gratuita o dalla sofferenza fine a sé stessa, ma dal tipo di consapevolezza che l’attività richiede, dal grado di responsabilità che ti assumi e dal modo in cui ti relazioni all’ambiente e al tuo limite. È vero che alcune configurazioni moderne dell’outdoor — usa e getta, turismo mordi e fuggi, gadget incoerenti con le capacità reali dell’utilizzatore — sono discutibili, e io stesso sarei molto critico sull’impiego di certi strumenti quando vengono usati solo per mascherare incompetenza o mancanza di preparazione. Ma non è la stessa cosa che dire che l’efficienza è il nemico.
L’efficienza, nei processi come nello sport, è neutra: può ridurre sprechi, migliorare la sicurezza e liberare tempo ed energie per concentrarsi sulla parte significativa dell’esperienza. Diventa pericolosa quando è usata per annullare deliberatamente ogni attrito e ogni limite, quando viene percepita come sostituto della formazione e della responsabilità, quando viene confusa con il fine anziché con il mezzo. Per questo mi trovo in parte d’accordo con l’articolo quando denuncia la fuga dal limite e la deriva consumistica dello sport, ma mi separo nettamente quando sembra suggerire che “smart” e “più facile” equivalgano sempre e comunque a “meno umano”. Il vero discrimine non è tra tradizione ed efficienza, ma tra uso consapevole e uso deresponsabilizzante degli strumenti.
Ottima analisi, ho letto d'un fiato e ti ringrazio per aver messo per iscritto queste considerazioni (che condivido).
Secondo me chiude anche il cerchio con la domanda del titolo di @Cordy con il concetto della consapevolezza.
Esempio n°1 rapportato alla mia esperienza e derivato da quanto sopra: salgo con calma, in giornata con la macchina fotografica e mi mangio un panino in malga magari in compagnia. Magari sono stato aiutato dal Garmin, dall'attenta pianificazione svolta in qualche app, ho pedalato con l'e-bike. Se non ho parcheggiato in mezzo alla strada, non sporco, pedalo sulla strada forestale salutando chi procede in verso opposto e cedo il passo a chi ne ha diritto, sono un turista consapevole.
Esempio n°2 sempre date le suddette premesse: grazie internet, bluetooth, sensori e applicazioni dedicate mi alleno sui rulli secondo le mie disponibilità di tempo e denaro. Simulo salite, recuperi, miglioro la forza e mi sento meglio, sudo nella mia cantina come un professionista che prepara una stagione di gare. Strumenti che non erano disponibile in un passato piuttosto vicino mi hanno reso più forte. Ma, invece di sgomitare in gara, sfrutto queste qualità per vedere l'alba sopra i 2000m senza sputare un polmone e, soprattutto, senza rompere le scatole a nessuno. Forse sono stato un asceta consapevole? Almeno, forse sono stato un asceta, me la sono meritata la vista. Sono arrivato over the top anche se ho sfruttato qualche "moderna diavoleria".
Esempio n°3, quest'ultimo per ritrarre una forma di turismo di massa che pratico abitualmente: c'è una pista panoramica che parte dal cucuzzolo della montagna. Vi si accede tramite la nuova seggiovia che serve il bike park e il percorso avventura, anch'essi costruiti di recente. Grazie a questa seggiovia, scio con mio figlio di quattro anni. Sarebbe moralmente discutibile aver reso questo panorama accessibile ad un bambino in età prescolare?
 
Considerazioni interessanti e condivisibili. Ma esiste sia l'effetto che le facilitazioni hanno sulla nostra esperienza in senso positivo (miglior efficienza e sicurezza, se usate in modo moderato e come ausili e non come unica soluzione), che in senso negativo (se tutto é troppo facile, diventa banale e perde valore, cioè non arricchisce la nostra umanità, ma diventa consumo, cioè inutile).
Ogni strumento é ambivalente, per tutti. Quindi non é tanto importante che cosa si usa (impianto di risalita, gps, al limite sherpa!), quanto il nostro modo e motivazione nel ricorrere a quello strumento.
Nulla di nuovo. Già sir Edmund Hillary e Norgai Tensing ne fecero un amabile dialogo pubblico, decenni fa. Si applica in ogni ambito di attività umana, credo.
 
Ottima analisi, ho letto d'un fiato e ti ringrazio per aver messo per iscritto queste considerazioni (che condivido).
Secondo me chiude anche il cerchio con la domanda del titolo di @Cordy con il concetto della consapevolezza.
Esempio n°1 rapportato alla mia esperienza e derivato da quanto sopra: salgo con calma, in giornata con la macchina fotografica e mi mangio un panino in malga magari in compagnia. Magari sono stato aiutato dal Garmin, dall'attenta pianificazione svolta in qualche app, ho pedalato con l'e-bike. Se non ho parcheggiato in mezzo alla strada, non sporco, pedalo sulla strada forestale salutando chi procede in verso opposto e cedo il passo a chi ne ha diritto, sono un turista consapevole.
Esempio n°2 sempre date le suddette premesse: grazie internet, bluetooth, sensori e applicazioni dedicate mi alleno sui rulli secondo le mie disponibilità di tempo e denaro. Simulo salite, recuperi, miglioro la forza e mi sento meglio, sudo nella mia cantina come un professionista che prepara una stagione di gare. Strumenti che non erano disponibile in un passato piuttosto vicino mi hanno reso più forte. Ma, invece di sgomitare in gara, sfrutto queste qualità per vedere l'alba sopra i 2000m senza sputare un polmone e, soprattutto, senza rompere le scatole a nessuno. Forse sono stato un asceta consapevole? Almeno, forse sono stato un asceta, me la sono meritata la vista. Sono arrivato over the top anche se ho sfruttato qualche "moderna diavoleria".
Esempio n°3, quest'ultimo per ritrarre una forma di turismo di massa che pratico abitualmente: c'è una pista panoramica che parte dal cucuzzolo della montagna. Vi si accede tramite la nuova seggiovia che serve il bike park e il percorso avventura, anch'essi costruiti di recente. Grazie a questa seggiovia, scio con mio figlio di quattro anni. Sarebbe moralmente discutibile aver reso questo panorama accessibile ad un bambino in età prescolare?
Sulla tua ultima domanda, per me la chiave è proprio quella che hai già suggerito: la consapevolezza. Il fatto che tuo figlio possa godersi una pista panoramica grazie a una seggiovia nuova non è “moralmente discutibile” in sé; diventa un problema solo se quella accessibilità viene vissuta come puro consumo, senza alcun rispetto o comprensione per il luogo in cui ci si trova. Se invece quell’impianto è il mezzo per accompagnarlo, spiegargli cosa ha intorno e costruire un rapporto con la montagna, è una forma di trasmissione, non di svuotamento.
E qui, secondo me, è utile ricordare che ogni epoca ha visto ammodernamenti di attrezzature e infrastrutture per rendere tutto più accessibile, meno faticoso o più performante. Dalle prime funivie ai rifugi attrezzati, dagli sci con attacchi più sicuri ai materiali moderni per l’alpinismo, ogni generazione ha introdotto “diavolerie” che i predecessori avrebbero potuto considerare una scorciatoia. Eppure nessuno direbbe che la comparsa della corda dinamica o degli sci sciancrati ha automaticamente reso la montagna meno autentica: ha cambiato il modo di frequentarla, ha spostato il baricentro tra rischio, prestazione e platea dei praticanti.
Per questo continuo a pensare che la questione non sia old school contro modernità, ma uso degli strumenti: la stessa seggiovia che porta su un bambino e gli regala il primo panorama può portare su adulti che trattano la montagna come un luna park. Il discrimine non sta nella tecnologia, ma nel tipo di consapevolezza e di responsabilità con cui la si usa.
In fondo, il problema non è se saliamo con gli sci di legno o con l’e‑bike: è se, una volta in cima, abbiamo ancora qualcosa da capire… o se ci basta il selfie per sentirci “alpinisti”.

Per me la vera essenza del fare attività in natura resta la natura stessa: fermarsi a osservare la sua bellezza, la sua forza e la meraviglia dell’equilibrio del tutto, più che il numero di watt o di metri di dislivello. Thoreau ci ricordava che andiamo nei boschi per “vivere con saggezza” e non solo per collezionare imprese: forse la domanda vera è se stiamo ancora ascoltando quello che la montagna ha da dirci, oppure se ci interessa solo raccontare che ci siamo stati.
 
Sulla tua ultima domanda, per me la chiave è proprio quella che hai già suggerito: la consapevolezza. Il fatto che tuo figlio possa godersi una pista panoramica grazie a una seggiovia nuova non è “moralmente discutibile” in sé; diventa un problema solo se quella accessibilità viene vissuta come puro consumo, senza alcun rispetto o comprensione per il luogo in cui ci si trova. Se invece quell’impianto è il mezzo per accompagnarlo, spiegargli cosa ha intorno e costruire un rapporto con la montagna, è una forma di trasmissione, non di svuotamento.
E qui, secondo me, è utile ricordare che ogni epoca ha visto ammodernamenti di attrezzature e infrastrutture per rendere tutto più accessibile, meno faticoso o più performante. Dalle prime funivie ai rifugi attrezzati, dagli sci con attacchi più sicuri ai materiali moderni per l’alpinismo, ogni generazione ha introdotto “diavolerie” che i predecessori avrebbero potuto considerare una scorciatoia. Eppure nessuno direbbe che la comparsa della corda dinamica o degli sci sciancrati ha automaticamente reso la montagna meno autentica: ha cambiato il modo di frequentarla, ha spostato il baricentro tra rischio, prestazione e platea dei praticanti.
Per questo continuo a pensare che la questione non sia old school contro modernità, ma uso degli strumenti: la stessa seggiovia che porta su un bambino e gli regala il primo panorama può portare su adulti che trattano la montagna come un luna park. Il discrimine non sta nella tecnologia, ma nel tipo di consapevolezza e di responsabilità con cui la si usa.
In fondo, il problema non è se saliamo con gli sci di legno o con l’e‑bike: è se, una volta in cima, abbiamo ancora qualcosa da capire… o se ci basta il selfie per sentirci “alpinisti”.

Per me la vera essenza del fare attività in natura resta la natura stessa: fermarsi a osservare la sua bellezza, la sua forza e la meraviglia dell’equilibrio del tutto, più che il numero di watt o di metri di dislivello. Thoreau ci ricordava che andiamo nei boschi per “vivere con saggezza” e non solo per collezionare imprese: forse la domanda vera è se stiamo ancora ascoltando quello che la montagna ha da dirci, oppure se ci interessa solo raccontare che ci siamo stati.
Non ho davvero niente da aggiungere se non una mezza battuta: sono così incompetente nella fotografia, selfie inclusi, che preferisco tenere per me, che ho un'ottima vista e una buona memoria, il ricordo del panorama piuttosto di condividere uno scatto mediocre.
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@Cordy evidentemente queste considerazioni passano per altri filosofi moderni. Seppure con l'accezione più negativa di "turista", consiglio a tutti l'ascolto di questa puntata di Melog. Al minuto 30 circa un breve elenco dei beceri comportamenti osservati in montagna.
 
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la montagna è un cumulo di roccia e (in casi fortunati) ghiaccio, non ha una filosofia. quella che descrivi è la TUA rispettabilissima filosofia di approccio alla montagna ma non vedo perchè debba essere imposta come unica visione possibile.

poi, che una filosofia come la tua sia meno impattante di altre non posso che essere d'accordo, ma fortunatamente non esiste solo bianco o nero ma una infinta scala di grigi!


se vai sul Rosa, il rifugio è ottimamente integrato ma non c'è lo chef stellato e la cifra è quella! :lol::lol:
Ci sono cose soggettive e cose oggettive.
Che l'approccio attuale alla montagna tenda alla distruzione della stessa non è una mia opinione ma una realtà oggettiva... se poi tu la vedi come una filosofia rispettabile, allora le nostre opinioni stanno agli antipodi.
 
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Mi inserisco solo per aggiungere una sfumatura, perché leggo il passaggio “la montagna è un cumulo di roccia e ghiaccio, non ha una filosofia” come una provocazione tutto sommato innocua, utile a far emergere le diverse sensibilità. Prendo quindi lo spunto non per polemizzare, ma per alimentare un confronto che, secondo me, può essere interessante proprio se rimane costruttivo.

Capisco bene l’obiezione: la montagna, in sé, non ha “una filosofia”, quella ce la mettiamo noi quando decidiamo come andarci e cosa farci. Su questo sono d’accordo: quello che scrivo è il mio modo di leggerla e di viverla, non pretendo che sia l’unico possibile né che vada imposto agli altri come verità rivelata.
Detto questo, ridurre la montagna a “un cumulo di rocce e (nei casi fortunati) ghiaccio” mi sembra una semplificazione che, al di là del tono, non rende giustizia né alla complessità di ciò che abbiamo davanti né alla sua importanza. Che ci si vada per sport, per un pic‑nic o per stare seduti a guardare un panorama, il fatto di trovarci dentro un sistema naturale che si è formato in migliaia di anni, che influenza clima, acque, fauna, vegetazione e, di riflesso, anche la nostra vita a valle, è più di una semplice “pila di sassi”. Possiamo non attribuirgli un valore spirituale o “filosofico”, ma ignorare che sia qualcosa di immensamente più grande di noi, e da cui dipende anche la nostra sopravvivenza, rischia di essere il primo passo verso il non rispetto.
Su questo, a mio modo di vedere, soggettivo e oggettivo si intrecciano. È soggettivo come ognuno decide di rapportarsi alla montagna: c’è chi la vive come terreno di gioco, chi come palestra, chi come luogo di contemplazione, chi come sfondo per una foto. È invece molto oggettivo il fatto che certi approcci, se portati avanti in massa e per anni, abbiano un impatto reale: erosione dei sentieri, rifiuti, infrastrutturazione spinta, disturbo alla fauna, trasformazione dei luoghi in parchi a tema e progressiva perdita di naturalità del paesaggio. Qui non si tratta di dire che esiste un’unica filosofia corretta, ma di ammettere che alcune pratiche consumano fisicamente e culturalmente i luoghi in cui si svolgono.
Quando parlavo di consapevolezza, responsabilità ed efficienza “neutra”, non stavo cercando di alzare una nuova bandiera filosofica da opporre alle altre. Stavo solo provando a ricordare che ci muoviamo dentro un ambiente che nessuno di noi comprende fino in fondo, ma da cui dipendono acqua, clima, ecosistemi e quindi anche la nostra vita quotidiana. Proprio perché non siamo in grado di afferrarlo in toto, un certo grado di umiltà e di rispetto mi sembra meno una questione di gusto personale e più una forma minima di buon senso, qualunque sia poi il modo in cui scegliamo di viverlo.
Se poi ognuno, dentro questo margine, vuole collocarsi in un punto diverso della famosa “scala di grigi”, per me va bene: l’importante è non usare il “sono solo rocce” come scusa per far finta che quello che facciamo lì non abbia conseguenze.
 
Io lo avevo inteso diversamente, quel commento: la filosofia, la complessità (per riprendere le parole di @ZenPlot ) sono negli occhi di noi persone che le guardiamo. Cerchiamo un significato intrinseco, perfino divino, in ciò che è diventato quello che vediamo in milioni di anni ed è in perenne mutamento e lo sarà per sempre, anche quando non ci saremo. Di per sè una parete di granito nelle dolomiti o il Grand Canyon sono quello: cumuli di rocce (senza ghiaccio, tra l'altro). Giganteschi, solenni, imperturbabili, cumuli di roccia scolpiti da acqua, vento e scorrere del tempo. E noi, piccoli esseri viventi "di passaggio su questa terra" godiamo di questi "doni della natura". Per filosofeggiare un po'.
Ho visto diversi film e giocato a videogame catastrofici che raccontavano la distruzione dell'umanità in cui la natura ha sempre il sopravvento, e così mi vien da pensare che alle Tre Cime poco gliene frega dell'erosione del sentiero, perché loro torreggeranno ancora quando l'ultimo autobus sarà ridesceso a valle; e anche che ai fili d'erba poco importa della cartaccia gettata dal ciclista troppo cretino per rimettersela in tasca. Ma a noi fa schifo. Credo che far filosofia sia prezioso per infondere il sentimento che rispettare il sentiero dell'avventura, la sua esclusitivà (per non far la coda verso la cima dell'Everest aiutati da ciò che il denaro può comprare), è fondamentale affinché i posteri godano degli stessi magnifici momenti di cui godiamo noi.
 
grazie @ZenPlot per aver letto e capito quello che ho scritto!
è ovvio che la mia fosse una provocazione e non una minimizzazione proprio per rimarcare il fatto che questo è un tema in cui oggettività e soggettività sono strettamente legati tra loro e che non può esistere un'unica filosofia di approccio. ci sono approcci virtuosi così come ci sono comportamenti da condannare.

non sto poi nemmeno a perdere tempo a commentare le considerazioni sugli approcci distruttivi verso le montagne, anche se mi vengono messe in bocca parole mai dette (nè pensate!)

quello che spesso sfugge è che PER FORTUNA le zone a forte antropizzazione sono molto limitate e circoscritte (banalmente, se non ci sono sentieri comodi o rifugi facilmente raggiungibili la maggior parte della gente non ci va), nulla rispetto alla vastità delle nostre montagne. solo in Dolomiti tolti Braies, Sorapiss, tre cime, Seceda, di zone così fortemente antropizzate non me ne vengono in mente tante altre.
E d'altra parte cosa fai, un patentino per andare in montagna? campagne di sensibilizzazione e responsabilizzazione sono molto belle e sicuramente efficaci su qualcuno, ma non tutti recepiscono il messaggio.
chiudi i profili ai vari influencer che cavalcano l'onda della moda del momento? dai, siamo realisti..

gli interventi principali, a mio umile parere devono essere mirati a: non espandere le zone antropizzabili e cercare di contenere il fenomeno dove questo è di proporzioni importanti.
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Io lo avevo inteso diversamente, quel commento: la filosofia, la complessità (per riprendere le parole di @ZenPlot ) sono negli occhi di noi persone che le guardiamo. Cerchiamo un significato intrinseco, perfino divino, in ciò che è diventato quello che vediamo in milioni di anni ed è in perenne mutamento e lo sarà per sempre, anche quando non ci saremo. Di per sè una parete di granito nelle dolomiti o il Grand Canyon sono quello: cumuli di rocce (senza ghiaccio, tra l'altro). Giganteschi, solenni, imperturbabili, cumuli di roccia scolpiti da acqua, vento e scorrere del tempo. E noi, piccoli esseri viventi "di passaggio su questa terra" godiamo di questi "doni della natura". Per filosofeggiare un po'.
assolutamente impeccabile.

(a parte il fatto che sulle Dolomiti non c'è granito! :biggrin:)
 
In effetti ne ero convinto senza alcun fondamento, grazie di questo colpo alla mia ignoranza.

era solo per stemperare ovviamente!!
in realtà dipende da quanto si vuole considerare larga la definizione di Dolomiti.. se si fa rientrare il Lagorai, allora si ritrovano porfido e granito, e qualche altra inclusione vicino alle Pale di San Martino di fronte all'imbocco della Val Canali (Canal san Bovo, ecc..)
 
era solo per stemperare ovviamente!!
L'avevo capito, ma ogni occasione è buona per imparare qualcosa, quel poco che so delle montagne l'ho imparato da me ed è un bene apprendere qualcosa dal confronto diretto
in realtà dipende da quanto si vuole considerare larga la definizione di Dolomiti.. se si fa rientrare il Lagorai, allora si ritrovano porfido e granito, e qualche altra inclusione vicino alle Pale di San Martino di fronte all'imbocco della Val Canali (Canal san Bovo, ecc..)
Magari! Avevo in mente proprio un paio di passaggi visibili dalla strada che risale il Grigno, verso Castello Tesino, ma riguardando le foto di Google Earth è chiaro che quel grigio me lo sarò sognato!
 
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