Recensione Walkscapes, Camminare come pratica estetica

Walkscapes
Camminare come pratica estetica
Il libro non è un capolavoro, ma apre nuovi sentieri per la mente e alcuni suggestivi spunti di riflessione.
L’idea portata avanti dall’autore (professore della Facoltà di Architettura di Roma Tre) è semplice e condivisibile: camminare è stata la prima attività con cui l’uomo ha iniziato a percepire e a trasformare il territorio. Camminare quindi è stata la prima forma di d’arte.
Da questa idea Careri parte per una rapido excursus sull’attività del camminare: dal camminare come necessità delle società primitive alle prime esperienze di cammino artistico di Dadaisti, Surrealisti, Lettristi, Situazionisti. Fino alla Transurbanza: il camminare senza una meta attraverso i vuoti di una città o gli spazi meno turistici e a volte irrilevanti: attività nella quale mi sono riconosciuto nelle mie traversate domenicali – Toscano fra i denti – lungo i luoghi meno turistici di Roma.

“In ogni tempo, il cammino ha prodotto architettura e paesaggio, e questa pratica, quasi del tutto dimenticata dagli stessi architetti, è stata ripristinata dai poeti, dai filosofi e dagli artisti, capaci per l’appunto di vedere quello che non c’è per farne scaturire qualcosa”.

Francesco Careri, Walkscapes, Einaudi
https://www.montinvisibili.it/walkscapes-careri
04 Walkscapes.jpg
 
A me. invece, a prima pelle sembra un controsenso.
Che il camminare faccia apprezzare paesaggi e architettura son daccordo, ma che ne produca... non riesco a trovarne il filo logico.
Quindi io ho un motivo diverso per leggerlo.
 
Beh, ma se ci pensi tutto è stato fatto "per poterci andare"! Le città sono organizzate intorno alle strade, le case o i palazzi sono stanze collegate da corridoi e porte... anche una vigna è fatta a filari per poterci passare nel mezzo!
E lì il paesaggio lo crei davvero.
Per me ha senso
 
Sì ma il fine ultimo è l'arrivarci, non il passarci.
Nessuno costruice una casa solo per passarci di fianco e la strada è stata fatta per arrivarci e stabilirvici.
Dopodichè ci sta che uno ci passa per un sacco di motivi senza fermarsi, ma la causa iniziale non è quella dinamica, ma quello statica.

Poi ovvio che anche i "passaggi" possono essere di brulla terra o di marmo lucidato e quindi c'è un'architettura propria dei percorsi e delle strade.

Leggendolo scoprirò cosa vuole intendere le scrittore.
 
A me. invece, a prima pelle sembra un controsenso.
Che il camminare faccia apprezzare paesaggi e architettura son daccordo, ma che ne produca... non riesco a trovarne il filo logico.
Quindi io ho un motivo diverso per leggerlo.
Da quello che ho capito un po' è quello che ti ha già risposto @TsurikichiNikke. Sono avanguardie artistiche che alla fine sfociano nella performing art e nelle installazioni temporanee... nel senso ad esempio di un tizio che ha fatto una lunga linea sull'erba camminandoci sopra e ha detto che è un'opera d'arte... e qualcuno gli ha anche creduto.
 
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Io ricordo fra le mie letture giovanili
"Le fantasticherie di un passeggiatore solitario" di Rousseau, ho trovato sul web la quinta passeggiata, senza dubbio la sua è una pratica estetica, non so se nel senso del libro di cui si parla, ma sicuramente nel senso di una buona parte dell'estetica moderna. https://yogaemeditazione.myblog.it/wp-content/uploads/sites/294491/2010/10/rousseau.pdf
Dunque da Rousseau a Thoreau, passando per Kant, il passaggio non mi pare troppo forzato (e se anche lo fosse, non sono un accademico, non rischio nulla a dire sciocchezze). Di Thoreau ho fatto letture più recenti, anche se più o meno superficiali come quelle giovanili di Rousseau. Ricordo con piacere "A Winter walk" e "The succession of Forest trees". Sia in Rousseau sia in Thoreau scienza ed estetica si uniscono nella pratica del camminare. La moderna fondazione filosofica dell'unione di scienza ed estetica l'ha data Kant nella Critica del Giudizio (Facoltà del giudicare), guarda caso era un noto passeggiatore anche lui...
(Se poi queste considerazioni nulla c'entrano con il libro di cui si parla, pazienza... sono fantasticherie personali, con un loro contenuto sentimentale.)
 
Io ricordo fra le mie letture giovanili
"Le fantasticherie di un passeggiatore solitario" di Rousseau, ho trovato sul web la quinta passeggiata, senza dubbio la sua è una pratica estetica, non so se nel senso del libro di cui si parla, ma sicuramente nel senso di una buona parte dell'estetica moderna. https://yogaemeditazione.myblog.it/wp-content/uploads/sites/294491/2010/10/rousseau.pdf
Dunque da Rousseau a Thoreau, passando per Kant, il passaggio non mi pare troppo forzato (e se anche lo fosse, non sono un accademico, non rischio nulla a dire sciocchezze). Di Thoreau ho fatto letture più recenti, anche se più o meno superficiali come quelle giovanili di Rousseau. Ricordo con piacere "A Winter walk" e "The succession of Forest trees". Sia in Rousseau sia in Thoreau scienza ed estetica si uniscono nella pratica del camminare. La moderna fondazione filosofica dell'unione di scienza ed estetica l'ha data Kant nella Critica del Giudizio (Facoltà del giudicare), guarda caso era un noto passeggiatore anche lui...
(Se poi queste considerazioni nulla c'entrano con il libro di cui si parla, pazienza... sono fantasticherie personali, con un loro contenuto sentimentale.)
Con quel libro c'entra tutto e niente: per me è stato più che altro uno stimolo alla riflessione personale.
Della stretta simbiosi fra cammino e pensiero già si è molto parlato, passo solo aggiungere che anche nello studio sono un peripatetico e non riesco a studiare se non camminando. Ai tempi dell'università ho fatto il solco nella mia stanza come Zio Paperone.
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